’Ndrangheta, gli affari sporchi su macerie e dolore

di Giovanni Tizian

Giovanni Tizian, giornalista, scrive per ‘L’Espresso’ e ha collaborato con ‘La Repubblica’. Suo padre, Peppe Tizian, un funzionario di banca che non si è piegato al malaffare mafioso, venne ucciso a colpi di lupara a Locri. Un delitto rimasto impunito. Da allora la famiglia Tizian ha lasciato la Calabria per trasferirsi in Emilia. Laureato in criminologia, con le sue prime inchieste ha vinto il Premio “Enzo Biagi”. È autore del saggio-inchiesta “Gotica” .Nel 2013 Mondadori pubblica il suo libro “La nostra guerra non è mai finita”. Al giornalismo ha affiancato l’impegno civile e sociale, fa parte di daSud, l’associazione antimafia con sede a Roma costituita nel 2005 da giovani emigranti meridionali che non hanno intenzione di lasciare le loro terre in mano alle cosche. Dal 2011 vive sotto scorta.

h6yROMA. Il territorio sul quale si muove la ‘ndrangheta emiliana è vasto. E comprende un pezzo di Lombardia. Di questa mappa criminale il Mantovano è parte integrante. Un pezzo di pianura strategico per i business dei clan che parlano padano.

Da Modena, Reggio Emilia, Parma, Brescello, Gualtieri, i quattrini degli uomini delle cosche originarie dalla provincia di Crotone hanno trovato accoglienza nell’economia locale. Ora, quello che sospettano gli inquirenti è l’esistenza di una vera e propria organizzazione distaccata da quella calabrese, anche se non del tutto autonoma. Una cellula strutturata che in gergo viene chiamata “Locale” di ‘ndrangheta.

E la provincia di Mantova, se pur in Lombardia, sarebbe sotto la giurisdizione delle ‘ndrine reggiane e non sotto la struttura ormai nota chiamata “La Lombardia”: una sorta di consiglio di amministrazione con il compito di coordinare l’azione delle singole famiglie ‘ndranghetiste sparse sul territorio, la cui esistenza è stata certificata con le sentenze dei processi “Crimine-Infinito”(300 arresti tra Calabria e Lombardia nel luglio 2010).

TRA PASSATO E PRESENTE

La super cosca emiliana è composta dai clan Arena, Grande Aracri, Nicoscia. Gli stessi che in Calabria fino al 2006 hanno messo a ferro e fuoco Isola Capo Rizzuto e Cutro. E non è un caso che uno dei personaggi di spicco sia Michele Pugliese, che risiedeva a Gualtieri, e a Viadana veniva a trovare il padre, Franco Pugliese. Lo stesso che compare sorridente nella famosa foto a fianco all’ex senatore Nicola Di Girolamo, poi indagato perché sospettato di avere ricevuto i voti all’estero grazie all’appoggio del clan Arena, di cui Franco è, secondo gli inquirenti, un importante esponente. Ma se questa è storia passata, le dinamiche ancora in atto nel Mantovano non lasciano certo ben sperare.

La notizia della telefonata pubblicata in esclusiva dalla Gazzetta di Mantova, quel “Viadana è nostra”, e i riferimenti agli amici su cui contare e alla figura di tale “Pizzimenti”( nome che i detective associano all’assessore Carmine Tipaldi) non devono stupire. E poi gli incendi dolosi sempre più numerosi, le minacce, l’usura, il recupero crediti con metodi mafiosi.

E ancora, l’accaparramento di appalti e subappalti nei cantieri del post terremoto da parte delle aziende legate ai Grande Aracri e agli Arena. Già, quelle macerie che rappresentavano il dolore di una regione, che potevano diventare l’occasione di riscatto di un territorio, e che invece sono finite in mano a imprenditori sospettati di contiguità con i clan.

Infatti, come raccontato da “l’Espresso” ormai un anno fa, la filiera del subappalto, utilizzato anche per la rimozione delle macerie, ha spalancato le porte ai camion di una ditta sospettata di essere vicina alla cosca Arena. I loro mezzi hanno rimosso, si legge negli atti degli investigatori, 32mila tonnellate di macerie. Aziende che hanno lavorato per conto di committenti anche mantovani.

I SOVRANI

Gli Arena sono una dinastia potente. Sovrani di Isola Capo Rizzuto che hanno esteso il loro impero fino in Emilia, Lombardia e Germania. Così come i Grande Aracri, il clan governato dal grande capo Nicolino detto “Mano di gomma”, che ha il suo feudo a Brescello, a una manciata di chilometri da Viadana.

E’ un capo Nicolino Grande Aracri, riconosciuto dal gotha della ‘ndrangheta come tale. Per questo è riuscito a creare “Il Crimine” a Cutro. Già, quello che in gergo si definisce “Crimine” non è altro che una struttura di vertice della mafia calabrese, e coordina e decide sulle questioni più spinose. Non è poca cosa, non si tratta di folklore, non lasciamoci confondere dai termini impregnati di ritualità utilizzati dagli affiliati.

“Avere il Crimine” vuol dire essere riconosciuti dai grandi boss di Reggio Calabria, dai rappresentanti della ‘ndrangheta più ricca e potente. Ma il capo dei Grande Aracri ha la passione per il Nord Italia. E la sua famiglia risiede in Emilia.

OBIETTIVO POLITICA

Tra le province di Reggio, Mantova, Cremona, Parma e Modena, “Mano di gomma” ha piazzato le sue pedine. I suoi referenti. Imprenditori e pregiudicati che fanno il lavoro sporco. E attraverso i contatti messi sul piatto dai prestanome- titolari di decine e decine di società- la super cosca ha potuto anche condizionare parte della politica. Lo svela un documento della commissione antimafia del 2012. Racconta di condizionamenti del voto in alcune province emiliane durante le amministrative del 2007 e in quelle del 2012.

L’ultima conquista criminale delle cosche che hanno “delocalizzato” in Emilia Romagna e Lombardia le loro attività e le loro strutture. Padrini in Calabria, uomini d’affari nel ventre economico della pianura padana.

via Gazzetta di Mantova

 

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