Black Monkey. Presidenza del Consiglio e ministeri Interni e Giustizia chiedono la parte civile

Si è aperto questa mattina nel Tribunale di Bologna il processo “Black Monkey”, che vede imputate 23 persone considerate dai magistrati della Dda membri di un sistema criminale con ramificazioni internazionali che aveva aperto società di gestione di gioco d’azzardo on line illegale e un traffico – in Emilia Romagna e in altri parti d’Italia – di slot machine truccate per celare al fisco l’ammontare reale delle giocate.

Nella gabbia degli imputati, stamattina, c’era solo Nicola “Rocco” Femia, ritenuto dai magistrati antimafia bolognesi vicino a ‘ndrine calabresi e a capo dell’organizzazione.  Femia, come pure i figli Rocco Maria Nicola e Guendalina – entrambi presenti in aula – è tra i 13 imputati del processo accusati di associazione mafiosa. Proprio per questo, per assistere a quello che certamente è il più importante procedimento giudiziario per 416bis mai istruito in regione, insieme ai rappresentanti di Libera si sono presentati all’udienza circa un centinaio di studenti delle scuole di Modena, Sassuolo e Bologna, in segno di solidarietà alle vittime e di attenzione civile rispetto alle presenze dei clan in Emilia-Romagna.

Doveva essere solo un’udienza “tecnica”, quella presieduta stamane da Grazia Nart, ma dopo aver vagliato la correttezza delle notifiche di rinvio a giudizio per gli imputati il giudice ha ricevuto alcune richieste di costituzione di parte civile che hanno ancor maggiormente sottolineato l’importanza senza precedenti del dibattimento. Le richieste che la corte dovrà vagliare riguardano la presidenza del Consiglio dei ministri, i ministeri dell’Interno e di Giustizia, Sistema Gioco Italia (federazione dell’industria del gioco e dell’intrattenimento aderente a Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici), la Provincia di Modena e il Comune di Massa Lombarda. Richieste che vanno ad aggiungersi alle altrettanto emblematiche e rilevanti già accolte nelle udienze preliminari del processo, come quelle della Regione Emilia-Romagna, dell’Ordine nazionale dei giornalisti, di Sos Impresa Confesercenti. L’eventuale accoglimento di queste ultime richieste, che sarà deciso nella prossima udienza del 29 aprile, potrebbe proiettare il processo in una più vasta attenzione di rilevanza nazionale.

via liberaradio

Processo Black Monkey: la prima udienza

di Valeria Grimaldi   
Stamattina si è svolta presso il Tribunale di Bologna, davanti al secondo collegio, la prima udienza del processo Black Monkey (dell’inizio del processo ne avevamo parlato qui (clicca), che vede imputata una presunta organizzazione criminale con a capo il boss Nicola “Rocco” Femia, che gestiva una rete di manomissione di macchinette del gioco d’azzardo tali da evadere il fisco su buona parte del territorio nazionale (dalla Lombardia alla Sardegna e con nucleo centrale l’Emilia-Romagna), e attraverso alcuni canali informatici esteri (siti internet in Inghilterra e Romania).Le accuse contenute nell’indagine poi approdata a processo, vanno dalla gestione del gioco illegale alla commercializzazione di apparecchiature da intrattenimento contraffatte, estorsione, sequestro di persona e truffa erariale attraverso l’intestazione di società e beni fittizi. Durante le indagini sono stati sequestrati all’organizzazzione beni pari a 90 milioni di euro.   Una parte degli imputanti originariamente investiti dalla richiesta di rinvio a giudizio, avevano fatto richiesta al gip di essere giudicati tramite il rito abbreviato: nel nostro ordinamento si tratta di un giudizio più ristretto nelle sue fasi (e anche in relazione ad alcune garanzie che invece riconosce un processo svolto nel forma ordinaria) che si svolge sulla base delle informazioni raccolte durante le indagini e che comporta una attenuazione della pena (pari ad un terzo della sanzione). Nell’ultima udienza preliminare svoltasi a porte chiuse lo scorso gennaio sono stati giudicati e condannati 8 di questi, anche se su di loro non era stata formulata l’accusa dell’associazione a delinquere di stampo mafioso. Per i restanti imputati sottoposti al rito ordinario, oggi a processo, solo per alcuni è stata riconosciuta l’associazione di stampo mafioso ex art. 416 bis.   L’aula 11 era gremita di persone: scolaresche accompagnate dai propri insegnanti, studenti universitari, associazioni (compresa Libera, parte civile nel processo tramite i responsabili dell’ufficio legale presenti sul territorio), liberi cittadini. Il collegio giudicante, dopo aver effettuato l’appello per la definizione di tutte le parti del giudizio (accusa, difesa, parti civili), ha dovuto fare i conti con una prima questione: gli avvocati di alcuni imputati avevano fatto richiesta di annullamento delle notifiche emanate nei confronti dei loro assistiti, in quanto lamentavano che non erano state eseguite secondo l’iter previsto dalla legge (le notifiche devono essere fatte recapitare in capo agli imputati del processo almeno venti giorni prima dell’udienza, in modo da pubblicizzare le varie fasi del procedimento e soprattutto consentire alla difesa di potersi preparare in merito). Un segnale importante è arrivato in riferimento a nuove costituzioni di parti civili: all’interno della prima udienza hanno fatto richiesta la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Interno e il Ministero di Grazia e Giustizia; la Provincia di Modena, il Comune di Massa Carrara; Confindustria nazionale. Arriva dunque un segnale importante da parte delle istituzioni nazionali, che manifestano una presa di posizione nei confronti della materia del gioco d’azzardo e delle possibili infiltrazioni e speculazioni di cui la criminalità organizzata può usufruirne; ma anche dall’ambiente industriale che per primo si rapporta con il gioco d’azzardo. Nel processo erano già state accolte come parti civili la regione Emilia-Romagna, il Comune di Modena, l’Ordine dei giornalisti Nazionale e il giornalista Giovanni Tizian, il primo che si occupò sulle pagine della Gazzetta di Modena l’attività della organizzazione criminale che adesso si vede alla sbarra con l’accusa, anche se non per tutti gli imputati, di associazione per delinquere di stampo mafioso; Tizian è sotto scorta dal 2011 proprio per minacce ricevute (e rilevate attraverso varie intercettazioni telefoniche) da uno dei faccendieri di Femia, Guido Torello.   Al termine della mattinata il collegio giudicante, dopo essersi riunito per esaminare le richieste sulle presunte irregolarità sull’esecuzione delle notifiche di partecipazione al processo, ha accolto alcune delle richieste proposte e ha disposto il rinvio dell’udienza per il prossimo 29 aprile.

via diecieventicinque

I Gentile tra appalti e politica Gli affari dei ras di Cosenza

 

La notizia di un’indagine della magistratura sul giovane Andrea e il goffo tentativo di bloccarne la diffusione sono costate il posto di sottosegretario al senatore di Ncd Antonio. Ecco in quali incarichi e consulenze si muove la potente famiglia calabrese

 

di Giovanni Tizian

 

I Gentile tra appalti e politica Gli affari dei ras di Cosenza

 

Andrea ha tutte le carte in regola per guardare avanti con ottimismo. È giovane, laureato, ambizioso. Ha 34 anni e vanta un curriculum ricco di esperienze e incarichi. E, soprattutto, di cognome fa Gentile. Che a Cosenza non è poco.Ma a rovinare la festa in famiglia per la “promozione” a sottosegretario del padre Antonio è arrivata la bufera scatenata dal direttore de “L’Ora della Calabria”, Luciano Regolo, che ha accusato il senatore Ncd di aver fatto pressioni per bloccare l’uscita del giornale che riportava la notizia dell’inchiesta sul figlio , coinvolto nell’affaire delle consulenze d’oro della sanità cosentina. Alle accuse di censura, Gentile ha risposto promettendo querele, salvo poi essere costretto dall’opportunità politica a dimettersi.

Con o senza dimissioni però, a Cosenza i fili delle politica li hanno sempre mossi loro, Antonio e Pino, i due fratelli che reggono la diarchia. Nel loro feudo, sanità e lavori pubblici garantiscono voti e mantengono il consenso.

La registrazione integrale della telefonata tra l’editore dell’Ora della Calabria Alfredo Citrigo e Umberto De Rose, presidente di Fincalabra e stampatore de quotidiano. L’obiettivo di De Rose è quello di non fare uscire la notizia relativa all’inchiesta sul figlio del senatore del Nuovo Centrodestra Antonio Gentile, sottosegretario alle Infrastrutture. La resistanza della direzione portò il giornale a non rimuovere la notizia. Tuttavia il quotidiano non arrivò lo stesso in edicola grazie a un provvidenziale “guasto” alle rotative di De RoseASCOLTA LA TELEFONATA  

 

Il figlio di Antonio è un avvocato trentenne in carriera. Laurea alla Luiss con una tesi in diritto penale, esperto di anticorruzione e collaboratore universitario. Andrea ha fatto pratica nello studio di Nicola Gaetano, l’inquisito fedelissimo alla linea dei Gentile che dall’azienda sanitaria cosentina, secondo gli investigatori, avrebbe ricevuto 900 mila euro per 45 consulenze. Alcune delle quali, e questo è il nuovo filone delle indagini, sarebbero state girate ad Andrea Gentile per un valore superiore ai 50 mila euro.Ma non ci sono solo le attività svolte nel campo della sanità. Il giovane Gentile ha avuto incarichi da una decina di enti pubblici e privati. Da quanto risulta a “l’Espresso”, Andrea siede anche nel comitato dei controlli della Regione Lombardia guidata dal leghistaRoberto Maroni, che ha firmato la delibera di incarico nel luglio 2013. Retribuzione: 18.900 euro all’anno più un gettone di presenza di 166 euro.

Una nomina che deve essere sfuggita anche al segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, che ha criticato il governo proprio per la scelta di Antonio Gentile  come sottosegretario.

Il comitato dei controlli della Regione Lombardia ha un ruolo delicato ed ha facoltà di chiedere documenti riservati per indagare sulla corretta gestione delle proprie partecipate. Tra queste c’è Infrastrutture lombarde, la cassaforte del Pirellone per le grandi opere, con un ruolo di primissimo piano nell’Expo 2015.

Andrea Gentile ricopre altri due incarichi in altrettanti organismi di vigilanza: il primo nella Sacal, la società che gestisce l’aeroporto di Lamezia Terme; il secondo in una azienda lombarda, la Dussmann, che ha lavorato in appalto per l’ospedale di Cosenza gestendo i lavori di pulizia.

Un’altra consulenza è arrivata all’avvocato Gentile dai commissari prefettizi del Comune di Amantea, paesone del Cosentino bagnato dal Tirreno, per la costituzione di parte civile in un processo di mafia. Incarico simile l’aveva ottenuto solo due mesi prima l’amico e coindagato Nicola Gaetano, pure lui ingaggiato come esperto esterno dai tre funzionari inviati ad Amantea dal Viminale. Una delle firme sulla delibera è del viceprefetto Francesco Sperti, accusato dalla Procura antimafia di Napoli di complicità con il clan Contini.

Ma la vera passione di Gentile junior sono le aule di tribunale. Difensore in diversi procedimenti che contano, Andrea è stato avvocato nella vicenda della nomina a dirigente della Regione Calabria di Alessandra Sarlo, moglie del giudice Vincenzo Giglio, arrestato nel 2011 per collusioni con la ‘ndrangheta. Per il caso Sarlo è stato rinviato a giudizio il governatore Scopelliti. Insomma, tra le parcelle ricevute dagli enti pubblici e quelle sborsate dalle aziende private l’enfant prodige della dinastia Gentile ha davanti a sé un futuro sereno.

Il vero “pallino” della famiglia resta tuttavia la politica. Strada sulla quale si è incamminata sua cugina Katia Gentile. Funzionaria dell’ospedale di Cosenza, ma politica di razza, nipote del sottosegretario e figlia di Pino, assessore con Scopelliti, a differenza di Andrea,Katia ha seguito le orme del padre: nel 2011 è stata la più votata tra i consiglieri comunali. E’ stata vicesindaco e, come il padre negli anni ’80, ha ricoperto la carica di assessore ai lavori pubblici. Dopo due anni Katia ha lasciato la giunta per contrasti con il sindaco. E la famiglia adesso, non ha avuto neanche il tempo di festeggiare la nomina di Antonio a sottosegretario. Era la seconda in quattro anni: con Silvio Berlusconi nel 2011 e con Renzi in quota Nuovo Centrodestra. Quest’ultima durata solo poche ore.

Nomine teatri, che brutta musica per Annamaria Cancellieri

 

Nuova grana per il ministro della Giustizia uscente, grande appassionata di lirica. A Bologna, quando era commissario prefettizio, avrebbe favorito in maniera irregolare Francesco Ernani alla guida del Comunale. E ora un candidato alla stesso incarico la chiama in causa con un esposto in procura

 

di Giovanni Tizian

Nomine teatri, che brutta musica per Annamaria Cancellieri
Annamaria Cancellieri

Una nuova grana rischia di guastare il finale di Annamaria Cancellieri al ministero della Giustizia. Una stecca, verrebbe da dire. E non è una questione di mazzette, ma di lirica che con i balletti e la musica classica sono la grande passione del Guardasigilli uscente. L’ultimo guaio viene dal suo passato di commissario prefettizio a Bologna, incarico che la rendeva anche presidente della fondazione del teatro comunale cittadino. Nel 2010 nominò alla guida del teatro Francesco Ernani, notissimo professionista, anche se “silurato” all’Opera di Roma per i buchi nei bilanci. Quella tra Cancellieri e Ernani è una liason artistica consolidata: quando era commissario a Catania lo scelse come consulente al Bellini.

Già in Sicilia la questione è finita in procura, con un’indagine per abuso d’ufficio aperta tre anni fa nei confronti dell’attuale ministro. E ora il copione rischia di ripetersi a Bologna. Con un duplice fronte giudiziario. Infatti Maurizio Pietrantonio, che rivendicava il podio del teatro, si è rivolto ai giudici del lavoro per ottenere ragione. Non solo. A fine luglio 2013 Pietrantonio ha presentato anche un esposto in procura, nel quale indica i responsabili della sua rimozione: accusa la commissione e il presidente della fondazione, che ai tempi era proprio l’attuale ministro. Nel dossier Pietrantonio, difeso nel filone penale dall’avvocato Elio Palombi, vengono descritte irregolarità, presunti abusi e indicati i responsabili. Quanto è bastato per fare aprire un procedimento penale, dove però non compare il nome del ministro: il fascicolo è a carico di ignoti, o meglio “di persone da identificare”. Una scelta che non ha convinto la difesa di Pietrantonio, che ha chiesto chiarimenti senza ricevere risposta.

La Cancellieri è arrivata sotto le Due Torri nel febbraio 2010, subito dopo l’esperienza al Bellini. E qui le è toccato presiedere il consiglio della fondazione del Comunale. Fu lei a insistere che si scegliesse il dirigente attraverso un bando pubblico, in nome della trasparenza: «le modalità di selezione saranno estranee alle logiche politiche e sulla base di trasparenti criteri di professionalità», come disse nell’ottobre 2010. Insomma, le buone intenzioni c’erano tutte. Poi però i bandi si sdoppiano. In quello pubblicato sul sito dell’ente, il presidente del Consiglio di amministrazione si riserva la possibilità di proporre candidati di suo gradimento, anche privi di alcuni dei requisiti stabiliti o che non hanno neppure presentato domanda. In quello ufficiale, invece, timbrato dal consiglio di amministrazione e firmato Cancellieri il 2 novembre 2010, queste clausole non ci sono.

Eppure, secondo la difesa dell’artista escluso, sono decisive per comprendere la logica utilizzata per la nomina Ernani. L’avvocato Francesco Vetrò, che segue Pietrantonio nel processo civile, aveva chiesto al giudice di acquisire i due bandi differenti e una mail in cui si indica la nomina come una scelta di parte: dettata da criteri più politici che di merito. Il magistrato però ha ha respinto la richiesta.

Ma“l’Espresso” è in grado di rivelare il contenuto della missiva inviata da uno dei componenti del consiglio di amministrazione al candidato perdente. «La tua brillante esposizione è stata apprezzata ma lo scontro è diventato politico (anche se mascherato)», si legge nella lettera, che conclude con una nota amara sul capoluogo emiliano: «mi dispiace non essere andato oltre questo risultato ma Bologna è notoriamente una città difficile».

C’è un altro punto sul quale insiste l’avvocato. Se è vero che i candidati dovevano dimostrare di avere gestito altre fondazioni o enti raggiungendo il pareggio di bilancio, Ernani doveva essere escluso in partenza. Quando dirigeva l’Opera di Roma era stato commissariato proprio per i conti in rosso: «meno 11 milioni nel bilancio 2008 e sotto di 6 nel 2009», scrivono nell’atto di citazione.

Non è la prima volta che Maurizio Pietrantonio si scontra con rapporto tra politica e teatri. Fino al 2011 ha diretto il Lirico di Cagliari, dove è stato testimone di una vicenda che vede indagato il sindaco Massimo Zedda per abuso di ufficio, proprio per la nomina di un sovraintendente senza i requisiti. L’inchiesta anche in quel caso è partita da un esposto e la nominata, hanno raccontato alcuni testimoni ai magistrati, era una protetta di Gianni Letta. Dalla Sardegna all’Emilia, stando alle accuse, la musica non sembra essere cambiata.

via l’Espresso

‘Ora Lampedusa non è più sola’. Intervista a Giusi Nicolini

Negli ultimi giorni sono sbarcate sull’isola oltre mille persone e su uno dei barconi soccorsi c’erano due cadaveri. Il sindaco della località siciliana spiega in questa intervista perché la candidatura al Nobel per la pace restituisce dignità ai morti. E riconosce il valore della solidarietà

di Giovanni Tizian

'Ora Lampedusa non è più sola'. Intervista a Giusi Nicolini

 

 

 

 

 

 

La candidatura per il premio Nobel? «È un riscatto per Lampedusa che ha vissuto nella solitudine una delle pagine più drammatiche della storia recente, e per i morti senza nome caduti in questo pezzo di Mediterraneo». Giuseppina Maria Nicolini passerà alla storia come il sindaco dell’isola di Lampedusa che si gioca un posto nell’albo dell’Accademia più blasonata del mondo. La notizia della candidatura, ufficializzata dopo le firme raccolte da “l’Espresso”, arriva sull’isola come un segnale di cambiamento. E lei non nasconde l’emozione. Ma nemmeno tace le anomalie del sistema fondato sull’emergenza e sulla Bossi-Fini, che «andrebbe abolita».

Sindaco, che effetto fa Lampedusa candidata al Nobel?
«Il riconoscimento è già un grande onore. Ma è anche la via per dare dignità ai morti che non hanno mai avuto un nome. Per ricordare gli innominati inghiottiti dal Mediterraneo».

non hanno mai avuto un nome. Per ricordare gli innominati inghiottiti dal Mediterraneo».

Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa
Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa

Il premier Enrico Letta commentando la candidatura vi ha definito «il cuore dell’Europa» e «un laboratorio sociale».
«I termini usati dal premier sono quelli che ho in mente io per rilanciare Lampedusa. Ma la grande rivoluzione porta la firma di Papa Francesco: ha indicato la nostra isola come l’ inizio dell’Europa, non come la fine. E quindi dobbiamo impegnarci, tutti, affinché essa diventi il centro del Mediterraneo. Deve trasformarsi in un luogo dove si progetta una politica comune e solidale di tutta l’area, a partire dai diritti umani e per finire con l’economia. Immaginiamo un mare attraversato liberamente da uomini e culture, dove gli unici mezzi ai quali è vietato viaggiare sono quelli dei mercanti di persone».

E l’isola cosa si aspetta dal governo?
«Lampedusa ha chiesto una cosa semplice: è necessario che anche le isole più lontane abbiano strutture e servizi primari uguali al resto dell’Italia, e oggi non è così. Non è così a Lampedusa ma neanche nelle altre aree di confine del Paese, che sono parte importante del patrimonio culturale e naturale. La battaglia per liberare Lampedusa dal destino di terra di frontiera è una battaglia comune, di tutti gli italiani. Noi chiediamo cose banali: per esempio avere l’acqua tutti i giorni e non essere costretti ad aspettare la cisterna come nel medioevo, navi moderne che non impieghino 10 ore per percorrere 120 miglia. Fare il sindaco a Lampedusa è difficile, qui ci sono questioni di prima necessità che non sono mai state risolte. Vivere da lampedusani vuol dire vivere da ultimi dell’Europa. Invece vorremmo entrare in Italia dentro un quadro di coesione nazionale. E non sentirci più un problema».

La missione “Mare Nostrum” della Marina ha cambiato la situazione?
«La missione della Marina, con tutto il rispetto per il progetto Mare nostrum, non è un’azione che evita i morti. Se costruisci una barriera non eviti i naufragi. Certo, questo ha spostato in avanti il pattugliamento e la vigilanza, ma salvare le vite umane è quello che già faceva la nostra guardia costiera. Attenzione: non voglio sminuire il valore di “Mare nostrum”, dico solo che la Guardia costiera in tutti questi anni ha lavorato con grande professionalità e passione».

Il video sugli abusi all’interno del centro di accoglienza mandato in onda dal Tg2 ha mostrato quanto fosse grave la situazione per i migranti. Vi ha sorpreso?
«Quelle immagini mi hanno indignato, ma non mi hanno meravigliato. Oggi l’ente che gestisce il centro è stato sostituito, ma poco è cambiato. Non ho bisogno di guardare un video per capire che in un posto così sovraffollato la dignità umana è l’ultima cosa che viene rispettata. I nostri occhi sono stati testimoni del degrado con cui accogliamo i migranti. Stesi a terra, stretti come sardine. E poi ricordo i 180 minori, rinchiusi con i genitori. Il nostro modello di accoglienza non funziona: è disumano. Mi chiedo: perché aspettare i morti per indignarci? Dopo le tragedie, l’Italia e l’Europa hanno scoperto che qui arrivano bambini e famiglie, che questi centri più che di accoglienza sono luoghi che cancellano l’identità. Ma su quel che vi accade cosa sanno gli italiani? Abbiamo lasciato che uomini politici come Calderoli o Salvini sostenessero tesi assurde a difesa di queste strutture. Abbiamo sentito dire che rinchiudere qui i migranti è il modo migliore per evitare gli stupri e i furti. Il fatto è che i richiedenti asilo, respinti da Maroni nel 2009, non potevano essere rimpatriati. Dobbiamo accoglierli. Ma non può essere fatto nei Cara, i centri accoglienza richiedenti asilo che restano dei Cie camuffati. Non sarebbe meglio, mi chiedo e propongo, creare accoglienza diffusa sul territorio? Lavorare per l’integrazione incentivando i comuni ad accogliere: basterebbe fornire i mezzi necessari. Ma anche questo non basta. Perché è necessario una volta per tutte abolire la Bossi-Fini: ci vuole una legge sul diritto di asilo e bisogna pensare a una politica diversa per i migranti».

L’immigrazione è un’emergenza o sono le leggi che non funzionano a creare situazioni critiche?
«Quello cui assistiamo è il risultato di leggi di tipo emergenziale. Ma come si fa a definire “emergenziale ” un quotidiano che Lampedusa vive da 15 anni? Eppure nessuno ha lavorato per evitare le stragi di migranti. Legiferare seguendo l’emergenza, come spesso accade in Italia, è stata una scelta che ha alimentato business milionari. Non siamo stati capaci di creare un sistema stabile di accoglienza. È come non volere riconoscere che siamo dentro una pagina di storia».

Cosa vorrebbe che cambiasse nei prossimi mesi?
«Vorrei che nessuno morisse più in mare. E che i migranti potessero chiedere asilo nei Paesi di transito. Dove ci sono ambasciate italiane ed europee. Lo si deve fare per non farli annegare più e anche per spendere meno soldi in soccorsi e pattugliamenti. Denari che potremmo usare per aiutare le persone bloccate nei campi profughi».

E cosa potrebbe cambiare se si arrivasse al Nobel?
«Ci sono candidature che forse lo meritano più di noi, ma questo risultato è già un traguardo enorme. Un’operazione verità. È come dire a tutto il mondo che questi morti sono l’Olocausto di oggi. È un premio all’accoglienza solidale, quella dal basso, dei cittadini, l’unica che non fa affondare il nostro Continente».

 

Via L’Espresso


Terra dei fuochi, le bonifiche saranno a spese dei boss

Il Senato approva il decreto: il risanamento ambientale si farà utilizzando i patrimoni confiscati  alla mafia confluiti nel Fondo unico giustizia. Tra le novità anche il monitoraggio sugli appalti per le bonifiche, per evitare le infiltrazioni delle cosche nei contratti pubblici

 

di Giovanni Tizian

Il Senato approva il decreto legge “Ilva- Terra dei fuochi”. Nove articoli densi di novità. E la possibilità di pagare le bonifiche in Campania con i denari sottratti ai boss. Altri soldi arriveranno dal governo che ha stanziato 80 milioni spalmati nei prossimi due anni. Cinquanta di questi serviranno a garantire lo screening sanitario gratuito per i cittadini campani e pugliesi residenti nelle aree contaminate. Reato di combustione dei rifiuti, mappatura dei terreni per distinguere le aree contaminate da quelle sane, disposizione di alcuni vincoli sui terreni segnalati, accelerazione sul risanamento ambientale, più trasparenza per i cittadini e l’invio di 850 militari dell’esercito a presidio del territorio per un anno.

Queste alcune delle novità introdotte dal decreto, pensato e scritto in piena emergenza. Ma l’emendamento più atteso diventato articolo del decreto, chiesto a gran voce anche dalle associazioni, è sull’utilizzo del patrimonio sequestrato e confiscato ai mafiosi confluiti nel Fondo unico giustizia(Fug).

L’articolo 2 comma 5 bis prevede proprio questo. E accoglie in pieno l’interpellanza del settembre 2013. Primi firmatari i senatori del Pd Rosaria Capacchione e Stefano Vaccari che hanno chiesto al ministro della Giustizia, dell’Interno e dell’Ambiente di utilizzareparte del patrimonio sottratto a Cipriano Chianese, l’inventore delle ecomafie, per bonificare le aree avvelenata del Clan dei Casalesi, l’organizzazione per la quale, secondo gli investigatori, Chianese ha lavorato e smaltito rifiuti.

Oggi l’avvocato candidato nel ’94 con Forza Italia è sotto processo a Napoli per disastro ambientale e avvelenamento delle falde acquifere.

I pm lo accusano di avere ucciso l’ambiente assieme al boss Francesco Bidognetti, già condannato a 20 anni per gli stessi reati. «Tre mesi fa sono confluiti, in via definitiva, i 14 milioni di euro confiscati a Cipriano Chianese, avvocato di Parete (paesone del Casertanondr), che delle ecomafie è stato l’inventore e lo stratega per oltre 20 anni», si legge nell’interpellanza, che prosegue: «Denaro contante, che nel 2006, data del sequestro disposto dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, era depositato sui conti dell’uomo che ha gestito trasporto e smaltimento di immondizia casalinga e scorie industriali almeno dal 1988 e per l’intera durata dell’emergenza rifiuti in Campania del 2003. Sono una parte dei 32 milioni che in quegli anni pretese e ottenne per mettere a disposizione del Commissario straordinario i fossi delle cave X e Z accanto alla Resit e alle discariche di Gaetano Vassallo.

Erano impianti chiusi, che avrebbe dovuto mettere in sicurezza già anni prima, ma che riuscì a rimettere in funzione oliando i cardini delle porte giuste, soprattutto di quanti avrebbero dovuto controllare che quei siti fossero idonei e salubri. E sono una parte quasi marginale dello smisurato patrimonio immobiliare, centinaia di appartamenti di pregio e un albergo che si affaccia sulle mura ciclopiche di Formia, che pure è entrato nel provvedimento di confisca».

I 14 milioni di euro sottratti a Chianese rappresentano il 40 per cento della somma – 36 milioni – attualmente destinati al commissario per le bonifiche, Mario De Biasio, per la messa in sicurezza dei 200 ettari di territorio inquinato o contaminato dalle discariche nell’area a nord di Napoli: Tor tre ponti, Pozzo bianco, area Resit, cava Giuliani, cave X e Z, San Giuseppiello, Masseria del Pozzo, Scafarea. E la sola messa in sicurezza di Resit, che apparteneva a Cipriano Chianese, costerà 9 milioni.

I soldi confiscati all’avvocato di Parete sarebbero sufficienti per svolgere le operazioni di bonifica, «ma attualmente non è possibile disporne, in quanto Equitalia Giustizia destina i fondi del Fug a indefinite spese giudiziarie, distribuendole sul territorio nazionale secondo criteri che inutilmente presidenti di Tribunali e capi delle Procure hanno cercato di comprendere», denunciavano nell’interpellanza. Poi la svolta. L’interpellanza diventa articolo del decreto. Quei soldi verranno riutilizzati per risanare la terra dei fuochi, per le bonifiche che ancora devono iniziare. E che, come tutti i business milionari, fanno gola alle cosche.

Già, i manager del rifiuti che hanno distrutto e contaminato la Campania felix si sarebbero messi in moto per ripulire, cercando di drenare denaro pubblico. Ma gli investigatori già da tempo tengono sotto osservazione ogni movimento sospetto.

E qui arriviamo al secondo punto decisivo del decreto, il monitoraggio sugli appalti per le bonifiche. L’articolo 2 bis introdotto durante l’esame del testo a Montecitorio: prevede una serie di attività investigative di prevenzione per evitare le infiltrazioni della mafia nell’esecuzione dei contratti pubblici e nell’erogazione di denaro connesse alla bonifica delle aree inquinate della Campania.

Sarà il prefetto di Napoli a coordinare le varie forze di polizia. Inoltre, il testo prevede l’ istituzione di un gruppo interforze (dipendente dal ministero dell’Interno, sul modello dei gruppi nati per il monitoraggio dell’Expo o dei cantieri post terremoto dell’Aquila e dell’Emilia) che si dedicherà al controllo delle aziende che dovranno lavorare nelle bonifiche delle aree inquinate. Le radiograferà, certificandone la mafiosità o meno. E infine, sempre allo stesso articolo, è prevista la tracciabilità dei flussi finanziari, che ogni aziende deve rendere trasparente, e la costituzione presso la Prefettura delle white list, l’elenco delle ditte non colluse con i clan. Ora, resta da capire se potranno lavorare solo le ditte iscritte agli elenchi prefettizi oppure l’iscrizione sarà facoltativa.

Nella seconda ipotesi il fallimento è quasi certo. Visto che a oggi le uniche “white list” che funzionano – secondo uno studio interno del comparto degli edili della Cgil – sono quelle istituite in Emilia per la ricostruzione post sisma. Dove per lavorare e ricevere i soldi pubblici la imprese devono essere iscritte agli elenchi della prefettura.

A Napoli, tra la gente, il 16 novembre durante la manifestazione organizzata dalla Terra dei fuochi per dire no al ‘biocidio’. Di Duccio Giordano

GUARDA IL VIDEO E LE INTERVISTE

Via L’Espresso

 

 

 

 

’Ndrangheta, gli affari sporchi su macerie e dolore

di Giovanni Tizian

Giovanni Tizian, giornalista, scrive per ‘L’Espresso’ e ha collaborato con ‘La Repubblica’. Suo padre, Peppe Tizian, un funzionario di banca che non si è piegato al malaffare mafioso, venne ucciso a colpi di lupara a Locri. Un delitto rimasto impunito. Da allora la famiglia Tizian ha lasciato la Calabria per trasferirsi in Emilia. Laureato in criminologia, con le sue prime inchieste ha vinto il Premio “Enzo Biagi”. È autore del saggio-inchiesta “Gotica” .Nel 2013 Mondadori pubblica il suo libro “La nostra guerra non è mai finita”. Al giornalismo ha affiancato l’impegno civile e sociale, fa parte di daSud, l’associazione antimafia con sede a Roma costituita nel 2005 da giovani emigranti meridionali che non hanno intenzione di lasciare le loro terre in mano alle cosche. Dal 2011 vive sotto scorta.

h6yROMA. Il territorio sul quale si muove la ‘ndrangheta emiliana è vasto. E comprende un pezzo di Lombardia. Di questa mappa criminale il Mantovano è parte integrante. Un pezzo di pianura strategico per i business dei clan che parlano padano.

Da Modena, Reggio Emilia, Parma, Brescello, Gualtieri, i quattrini degli uomini delle cosche originarie dalla provincia di Crotone hanno trovato accoglienza nell’economia locale. Ora, quello che sospettano gli inquirenti è l’esistenza di una vera e propria organizzazione distaccata da quella calabrese, anche se non del tutto autonoma. Una cellula strutturata che in gergo viene chiamata “Locale” di ‘ndrangheta.

E la provincia di Mantova, se pur in Lombardia, sarebbe sotto la giurisdizione delle ‘ndrine reggiane e non sotto la struttura ormai nota chiamata “La Lombardia”: una sorta di consiglio di amministrazione con il compito di coordinare l’azione delle singole famiglie ‘ndranghetiste sparse sul territorio, la cui esistenza è stata certificata con le sentenze dei processi “Crimine-Infinito”(300 arresti tra Calabria e Lombardia nel luglio 2010).

TRA PASSATO E PRESENTE

La super cosca emiliana è composta dai clan Arena, Grande Aracri, Nicoscia. Gli stessi che in Calabria fino al 2006 hanno messo a ferro e fuoco Isola Capo Rizzuto e Cutro. E non è un caso che uno dei personaggi di spicco sia Michele Pugliese, che risiedeva a Gualtieri, e a Viadana veniva a trovare il padre, Franco Pugliese. Lo stesso che compare sorridente nella famosa foto a fianco all’ex senatore Nicola Di Girolamo, poi indagato perché sospettato di avere ricevuto i voti all’estero grazie all’appoggio del clan Arena, di cui Franco è, secondo gli inquirenti, un importante esponente. Ma se questa è storia passata, le dinamiche ancora in atto nel Mantovano non lasciano certo ben sperare.

La notizia della telefonata pubblicata in esclusiva dalla Gazzetta di Mantova, quel “Viadana è nostra”, e i riferimenti agli amici su cui contare e alla figura di tale “Pizzimenti”( nome che i detective associano all’assessore Carmine Tipaldi) non devono stupire. E poi gli incendi dolosi sempre più numerosi, le minacce, l’usura, il recupero crediti con metodi mafiosi.

E ancora, l’accaparramento di appalti e subappalti nei cantieri del post terremoto da parte delle aziende legate ai Grande Aracri e agli Arena. Già, quelle macerie che rappresentavano il dolore di una regione, che potevano diventare l’occasione di riscatto di un territorio, e che invece sono finite in mano a imprenditori sospettati di contiguità con i clan.

Infatti, come raccontato da “l’Espresso” ormai un anno fa, la filiera del subappalto, utilizzato anche per la rimozione delle macerie, ha spalancato le porte ai camion di una ditta sospettata di essere vicina alla cosca Arena. I loro mezzi hanno rimosso, si legge negli atti degli investigatori, 32mila tonnellate di macerie. Aziende che hanno lavorato per conto di committenti anche mantovani.

I SOVRANI

Gli Arena sono una dinastia potente. Sovrani di Isola Capo Rizzuto che hanno esteso il loro impero fino in Emilia, Lombardia e Germania. Così come i Grande Aracri, il clan governato dal grande capo Nicolino detto “Mano di gomma”, che ha il suo feudo a Brescello, a una manciata di chilometri da Viadana.

E’ un capo Nicolino Grande Aracri, riconosciuto dal gotha della ‘ndrangheta come tale. Per questo è riuscito a creare “Il Crimine” a Cutro. Già, quello che in gergo si definisce “Crimine” non è altro che una struttura di vertice della mafia calabrese, e coordina e decide sulle questioni più spinose. Non è poca cosa, non si tratta di folklore, non lasciamoci confondere dai termini impregnati di ritualità utilizzati dagli affiliati.

“Avere il Crimine” vuol dire essere riconosciuti dai grandi boss di Reggio Calabria, dai rappresentanti della ‘ndrangheta più ricca e potente. Ma il capo dei Grande Aracri ha la passione per il Nord Italia. E la sua famiglia risiede in Emilia.

OBIETTIVO POLITICA

Tra le province di Reggio, Mantova, Cremona, Parma e Modena, “Mano di gomma” ha piazzato le sue pedine. I suoi referenti. Imprenditori e pregiudicati che fanno il lavoro sporco. E attraverso i contatti messi sul piatto dai prestanome- titolari di decine e decine di società- la super cosca ha potuto anche condizionare parte della politica. Lo svela un documento della commissione antimafia del 2012. Racconta di condizionamenti del voto in alcune province emiliane durante le amministrative del 2007 e in quelle del 2012.

L’ultima conquista criminale delle cosche che hanno “delocalizzato” in Emilia Romagna e Lombardia le loro attività e le loro strutture. Padrini in Calabria, uomini d’affari nel ventre economico della pianura padana.

via Gazzetta di Mantova

 

Politici, è la stagione delle microspie

Politici, è la stagione delle microspie Il caso delle registrazioni di Nunzia de Girolamo e, negli ultimi giorni quello delle ‘cimici’ posizionate nelle poltrone usate dal governatore del Lazio Nicola Zingaretti e dei suoi uomini. Sono solo gli episodi più eclatanti di una tendenza nazionale: grazie alle tecnologie più accessibili, ci stiamo trasformando in un popolo di spioni

di Giovanni Tizian

Persino un innocente cadeau natalizio, gentile omaggio di palazzo Chigi, può celare l’inganno. E quel Blackberry di ultima generazione donato a cardinali, politici e giornalisti, non era un semplice cellulare ma conteneva una microspia capace di intercettare ogni conversazione. La mutazione dello smartphone in cimice è stata scoperta per caso, quando uno dei proprietari ha dovuto far riparare il regalo e i tecnici hanno individuato il congegno. Una vicenda surreale, quasi leggendaria, che risale al 2008 con Silvio Berlusconi premier. Da allora però lo spionaggio fai-da-te è diventato un fenomeno di massa. Dirigenti che registrano le conversazioni con i superiori, imprenditori che sorvegliano i dipendenti, preti che piazzano telecamere in parrocchia, mogli che pedinano i mariti con il gps, genitori che televigilano sui figli.

C’è chi lo fa per gelosia, chi per interesse e chi per potere. Le cronache infatti offrono un panorama impressionante di detective improvvisati. Dai casi boccacceschi fino al Sanniogate, con i nastri dei colloqui tra un dirigente dell’Asl e il ministro Nunzia De Girolamo che hanno fatto vacillare il governo Letta. E ci sono anche maestri delle trame che si costruiscono centrali casalinghe d’intercettazione, come il faccendiere Luigi Bisignani o il commercialista Paolo Oliviero. Fino alla microspia artigianale infilata nella poltrona del governatore laziale Nicola Zingaretti. «Lo spionaggio di tipo politico in Italia è molto evidente», spiega a “l’Espresso” Antonio Mutti, sociologo dell’università di Pavia e autore per Il Mulino di “Spionaggio, il lato oscuro della società”: «L’utilizzo di informazioni sugli avversari a fini di lotta politica è diventato, purtroppo, un fatto normale. I dati riservati raccolti vengono poi utilizzati per ricattare».

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È un fenomeno di massa, l’evoluzione hi-tech del pettegolezzo. Dal gossip si è passati all’intelligence, nelle grandi trame e nei piccoli intrallazzi: l’istantanea di una società dove tanti si fanno 007 per impossessarsi dei segreti altrui. «Sono segnali inquietanti di una sorta di spionaggio collettivo, ognuno si difende spiando gli altri, ciascuno vede nell’altro un potenziale nemico», analizza l’antropologo Marino Niola:«La frantumazione dei confini tra sfera privata e pubblica ci ha assuefatti all’essere spiati, perché spiamo anche noi. È una società che ha perso la bussola, che non capisce più dove finiscono i diritti e comincia la prepotenza e l’inganno».

SUPERMARKET 007. A testimoniare la frenesia spiona è il proliferare di negozi dove è possibile acquistare kit da James Bond casalingo. «Già negli anni ’90 avevamo molte richieste, però il vero boom c’è stato con l’arrivo degli smartphone», ricostruisce Francesco Polimeni, un passato nella polizia di Stato e da vent’anni a capo della Polinet e di Spiare.com, società leader nella vendita di strumenti di sorveglianza. Difficile fare una stima del valore di questo mercato. «Aziende serie che operano in questo settore ce ne saranno quattro in Italia e il nostro fatturato è di circa 500 mila euro l’anno.

Poi ci sono le centinaia di piccole ditte individuali nate come funghi che offrono materiale scadente, ma che globalmente hanno un giro d’affari di parecchi milioni».

Negli scaffali, reali o online, ci sono gadget per tutte le tasche. Una penna-spia made in China costa pochi euro, mentre nei negozi specializzati il prezzo supera i 200. I clienti sono soprattutto privati: mariti e mogli gelosi, vicini di casa diffidenti, manager e funzionari. Entrare nelle vite degli altri è sempre più facile. Il catalogo è infinito. C’è la penna stilografica, elegante con i bordi dorati, che registra audio e video: la vende pure Amazon. O il classico orologio da parete con telecamera incorporata da 400 euro, perfetto per filmare le riunioni. E altri gadget incorporati in accendini, occhiali da sole, chiavette usb, telecomandi per auto, portachiavi. Una delle chicche più richieste è il microfono incastonato nella scarpa con tacco dieci o nella classica Oxford da uomo. «Da un lato abbiamo una tecnologia sempre più sofisticata e dall’altra una debolezza sempre maggiore dei legami sociali, del rispetto, della solidarietà», ragiona Niola, «viviamo in una società che perde in solidarietà e acquista in connessione, è la fine della privacy e il trionfo dell’individualismo».

TRADITI DAL CELLULARE. La trappola principe oggi sono gli onnipresenti smartphone. Ci si possono infilare i Trojan che però richiedono competenze superiori. Oppure regalare un telefonino con cimice incorporata. «La legge vieta l’istallazione», avverte Polimeni, «noi possiamo solo vendere la tecnologia, il software, il nostro ruolo finisce qui. Ma ci sono altri negozi, anche online, che offrono il pacchetto completo, aggirando i rari controlli».
Autodifesa digitale. Sempre più spesso però ci si improvvisa Sherlock Holmes perché non si crede più nella giustizia. «Se in un negozio c’è qualcuno che ruba dalla cassa, è più probabile che il proprietario si attrezzi per cercare il colpevole per poi risolvere la questione nel suo ufficio», sottolinea Polimeni. Lo stesso accade per tutelarsi nel caso di furti domestici, sorvegliando con microtelecamere colf e baby sitter.

Con una sfiducia che non conosce più santuari. Don Antonio Tigli della chiesa di Don Bosco ha potenziato la videosorveglianza per catturare i fotogrammi degli spacciatori che con lo scotch attaccano la droga sotto gli inginocchiatoi della parrocchia. «Con i miei collaboratori abbiamo collegato le telecamere ai pc per tentare di cogliere un gesto che potesse confermare il nostro sospetto», ha dichiarato. Non è un’eccezione. L’autodifesa digitale dei parroci contro ladri o vandali è diffusa ovunque. Da San Giorgio a Chions (Pordenone) a Bibione, dove don Andrea Vena ha stanato il predone notturno di offerte con le riprese video. Persino a Sotto il Monte, il paese del “papa buono”, monsignor Claudio Dolcini si è improvvisato detective per smascherare l’uomo che svuotava sistematicamente le casse della canonica, senza ricorrere alle forze dell’ordine.

GRANDE FRATELLO CASALINGO. Il dilagare delle vigilanze più o meno lecite talvolta si trasforma in stalking, con raffiche di denunce per violazione della privacy contro vicini sospettati di essere diventati guardoni tecnologici. Basta orientare gli impianti antifurto per mettere sotto controllo le camere del palazzo di fronte. Nel vicentino per esempio un anziano signore è finito in procura per aver piazzato tre telecamere fisse sul giardino confinante.

A Firenze un inquilino stufo di atti vandalici contro la sua porta è ricorso a una doppia microcamera: con enorme sorpresa dai filmati è emerso che i danni erano opera di un rispettabile magistrato, in lite per questioni di condomio. Il giudice aveva scoperto il primo apparecchio, coprendolo con la giacca, ma è stato incastrato dal secondo. Invece per intercettazione abusiva è finito nei guai un amante troppo geloso di Perugia. Dalle cuffie ha sentito una frase minacciosa «Posa la pistola» e ha chiamato il 113. Ma era un falso allarme, la donna stava solo guardando un film poliziesco ad alto volume: in compenso gli agenti hanno trovato le cimici illegali nascoste in camera da letto. Nella relazioni sentimentali le irruzioni nella privacy non conoscono più confini. Una ricerca commissionata da Google racconta una realtà di coppie spione, terrorizzate da possibili tradimenti: un terzo degli italiani ha spiato nella posta elettronica del partner.

LAVORO SOTTO CONTROLLO. Sul posto di lavoro ormai si scatenano vere guerre di intelligence. Per identificare i fannulloni, per evitare di venire scavalcati nella carriera o per conquistare poltrone ricattando. Ma la legislazione è confusa. Ad esempio la Cassazione un anno fa ha sancito che i dipendenti in permesso termale possono essere spiati. Mentre da luglio scorso il pm Raffaele Guariniello indaga sulla società del trasporto pubblico torinese per violazione della privacy: avrebbe utilizzato il sistema Sis che monitora gli spostamenti dei bus di linea per valutare le prestazioni degli autisti. Anche in ufficio però c’è chi segue interessi di basso profilo. In Veneto una segretaria ha denunciato il capo che la spiava con un arsenale di penne, chiavette usb, orologi e sveglie infarcite di microcamere: nel computer del suo superiore è stata ritrovata una raccolta di immagini delle sue gambe e del suo décolleté. Sempre la Suprema Corte il 21 novembre scorso ha confermato il licenziamento di un chirurgo plastico del policlinico di Torino  colpevole di avere intercettato le conversazioni dei colleghi. Voleva utilizzarle contro il primario in una causa penale. Ospedali, nomine e registrazioni: quasi una fotocopia dell’affaire De Girolamo, con i nastri che descrivevano gli affari di bassa lega della Asl sannita. «Il caso che ha riguardato il ministro De Girolamo dimostra la mancanza di fiducia tra le persone e verso le istituzioni», osserva il sociologo Mutti.

SCUSI, E’ SUA QUESTA CIMICE? «Tra i nostri clienti ci sono anche multinazionali», racconta Polimeni, «ci chiedono di bonificare gli uffici: vogliono essere certi che nessuno li spii. Con gli strumenti che abbiamo a disposizione riusciamo a captare anche apparecchi che non trasmettono. Se la De Girolamo ne avesse avuto uno, si sarebbe accorta che la stavano registrando». Lunedì 20 gennaio, a pochi giorni di distanza dal Sanniogate, il presidente della Regione Lazio Zingaretti ha scovato una cimice artigianale in una poltrona della sala dove si discutono nomine e altre questioni riservate. Un’altra microspia è stata individuata tre giorni dopo, il 23 gennaio, sempre in una poltrona negli uffici distaccati della Regione Lazio a via del Serafico. La poltrona era di Luca Fegatelli, che prima di essere rimosso dal presidente Zingaretti si occupava della delicata questione rifiuti.

Prima di questi episodi, Renata Polverini aveva scoperto ben tre microspie negli uffici chiave della Regione dove si arbitrano appalti milionari. Ormai se ne trovano talmente tante da rendere difficile capire chi le ha messe. Gli atti dell’inchiesta sul re delle discariche Manlio Cerroni hanno svelato un retroscena sugli ascolti elettronici ai danni della Polverini. Luca Fegatelli, dirigente della Regione, telefona a Claudio Lotito, patron della Lazio ma soprattutto presidente della società che gestisce il servizio di vigilanza nel palazzo della Regione, per chiedergli se erano stati i suoi uomini a piazzare le cimici. Lotito taglia corto: «Sono state le forze dell’ordine». E così scatta una reprimenda dell’autorità giudiziaria che ricorda ai vigilantes di Lotito l’obbligo del segreto. I magistrati però erano mandanti di solo due degli apparecchi: sul terzo resta il mistero. Uno dei tanti, in una Repubblica che appare sempre più fondata sul ricatto, grande o piccolo che sia

via l’Espresso

“Difendiamo giustizia e legalità”

C’è anche un po’ di Carpi in Black Monkey, il primo importante processo di n’drangheta che si svolge in Emilia Romagna e vede imputate 34 persone, 24 delle quali accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso. Il procedimento vede alla sbarra una presunta organizzazione che realizzava profitti con il gioco d’azzardo illegale, capeggiata per l’accusa da Nicola ‘Rocco’ Femia. Considerato dagli investigatori organico alla ‘ndrangheta reggina e poi alla guida di un’autonoma struttura criminale, Femia avrebbe creato un vero e proprio impero, dirigendo sul territorio nazionale ed estero un’intensa attività illecita nel settore del gioco on-line e delle video slot manomesse. La caratura del processo scaturito dall’inchiesta Black Monkey è evidente anche dalla presenza tra gli imputati di elementi non organici all’organizzazione ma di essa possibili fiancheggiatori, come Guido Torello: commercialisti, ex appartenenti alle Forze dell’Ordine e ingegneri informatici. Sono state ritenute ammissibili dal giudice Andrea Scarpa tutte le richieste di costituzione di parte civile presentate  nell’udienza preliminare tra le quali  Regione Emilia Romagna, Comune di Modena, Ordine nazionale dei giornalisti, SOS Impresa Confesercenti, il giornalista Giovanni Tizian e Libera. Per questo, dal 10 gennaio, a seguire le udienze del processo c’è anche un gruppo di membri  del presidio Libera di Carpi. Sin dall’inizio dell’udienza, fuori dall’aula e nel cortile interno del tribunale si sono radunati circa 50 attivisti di Libera e Legambiente, in un presidio di sostegno e solidarietà al giornalista Tizian che da due anni vive sotto scorta in seguito alle minacce ricevute a causa delle sue inchieste legate al gioco d’azzardo illegale, oggetto del dibattimento. Alcuni hanno indossato magliette bianche con la scritta Io mi chiamo Giovanni Tizian. “La nostra presenza – commenta Rebecca Righi, giovane studentessa carpigiana aderente al presidio Libera di Carpi presente alle udienze – vuol essere un abbraccio a Giovanni Tizian, alla sua famiglia e, insieme a loro, a tutti quelli che per difendere giustizia e legalità ci mettono la faccia e a volte rischiano la pelle. Sono state udienze faticose e la tensione è difficile da sopportare; l’attesa condivisa si è trasformata in una gioiosa pretesa di giustizia. Con la nostra composta presenza abbiamo infranto il silenzio e la solitudine che nelle aule di tribunale fanno tanto comodo ai mafiosi”. E pare proprio che quella dei ragazzi di Libera non sia stata una presenza simbolica: “L’idea fondamentale – chiosa Rebecca – è che c’eravamo e continueremo a esserci. Ci riguarda. Riguarda Libera, i giornalisti, lo Stato che, sul tema del gioco d’azzardo, ha qualche ambiguità da risolvere, i professionisti, la gente comune, tutti insomma, senza eccezioni”.
Marcello Marchesini

via Tempo di Carpi 

‘ndrangheta, Bologna: comincia il processo ”Black Monkey”

di Valeria Grimaldi

black monkeyBlack Monkey: è il nome di una scheda contraffatta per slot machine. Scopo?Manomettere le macchinette del gioco d’azzardo per evitare di versare la quota spettante per legge all’AAMS (l’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato, cioè l’autorità preposta a regolare il comparto del gioco pubblico in Italia). L’inchiesta Black Monkey nasce da qui. Nel dicembre 2010 un cittadino extracomunitario denuncia di aver subito un estorsione e un pestaggio da parte di un’organizzazione di cui era manovale, per un presunto debito non onorato. Partono le indagini della Guardia di Finanza, sotto la direzione della Dda di Bologna, iniziando con la perquisizione di un bar di Pieve di Cento (nel ferrarese) alla ricerca di slot truccate e postazioni di gioco illegale online; a fine indagine si arriverà a 150 perquisizioni in tutto. Vengono successivamente effettuate numerose intercettazioni che riescono a tracciare la struttura dell’intera organizzazione: vertice indiscusso è Nicola Femia, detto Rocco o “u Curtu”, già comparso all’interno dell’indagine “Medusa” condotta dalla dda di Bologna nella veste di consulente per i circoli bisca dei clan (operazione sul territorio modenese in merito alla gestione del gioco d’azzardo da parte del clan del Casalesi e che vide coinvolti anche due agenti penitenziari del carcere di Sant’Anna).   Femia è originario di Marina di Gioiosa Jonica, nel reggino: si trasferisce nel 2002 a Sant’Agata sul Santerno, in provincia di Ravenna, per scontare un provvedimento di obbligo di firma presso la polizia giudiziaria. Già condannato in appello per numerosi reati, tra i quali associazione per delinquere finalizzata al traffico d’armi e stupefacenti (attualmente a 23 anni ma la Cassazione ha richiesto la celebrazione di un nuovo procedimento d’appello), è tra gli altri in rapporti consolidati con Nicola Schiavone, figlio di “Sandokan” Francesco Schiavone, la punta di diamante del clan dei Casalesi. E’ proprio in Emilia-Romagna che “Rocco” costruisce la casa madre dell’intera organizzazione: questa poi si ramifica in ben 12 regioni italiane (Lombardia, Piemonte, Veneto, Toscana, Lazio, Marche, Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna) e addirittura all’estero (Gran Bretagna e Romania).   «No, c’è un giornalista che rompe le balle a una persona che mi sta aiutando … sto giornalista se ci arriviamo o la smette o gli sparo in bocca e è finita lì.»A parlare è Guido Torello, faccendiere piemontese di Femia, in una telefonata del dicembre 2011 con lo stesso Femia, acquisita in un’intercettazione agli atti d’indagine e dalla quale si evincono le pesanti minacce che porteranno il giornalista della Gazzetta di Modena Giovanni Tizian, fra i primi ad occuparsi degli affari della criminalità organizzata con il gioco d’azzardo, ad essere sottoposto al programma di protezione. Femia viene arrestato la mattina del 23 gennaio 2013, insieme alla richiesta di altre 28 ordinanze di custodia cautelare (18 delle quali in carcere) in tutta l’Italia e alla confisca di beni pari a 90 milioni di euro: 18 auto di lusso, oltre 170 unità immobiliari, 21 società, 1500 schede di slot machine contraffatte e 30 rapporti bancari. I canali esteri, circa una ventina di siti internet rumeni e britannici, venivano sfruttati per la promozione e gestione del gioco online illegale, così da evadere le tasse tramine il mancato pagamento del prelievo erariale unico (pari al 12%) previsto dalla normativa italiana. Le accuse contenute nell’indagine vanno dalla gestione del gioco illegale alla commercializzazione di apparecchiature da intrattenimento contraffatte, estorsione, sequestro di persona e truffa erariale attraverso l’intestazione di società e beni fittizi. Nell’aprile del 2013 la Procura di Bologna riccorre al Riesame per chiedere il riconoscimento dell’associazione mafiosa per 24 persone coinvolte nelle indagini: richiesta però respinta in quanto i giudici, come già il gip, riconoscono per alcuni reati l’aggravante del metodo mafioso, ma non l’esistenza di una autonoma struttura mafiosa dell’organizzazione. Durante le indagini vengono a rilevarsi numerosi rapporti di Femia con altre organizzazione criminali: oltre i casalesi e ad altri esponenti della cosca reggina Mazzaferro (cui era affiliato da giovane), la cosche di Siderno (comune della locride sciolto per mafia nel marzo 2013); il clan Alvaro di Sinopoli (gestore delle attività del porto di Gioia Tauro e dei lavori sulla Salerno-Reggio Calabria); in Lombardia noti sono i rapporti con i Valle-Lampada, originari di Reggio Calabria ed espressione del clan Condello. Il 25 ottobre 2013 si chiude l’operazione con l’invio da parte della Dda di Bologna di 34 avvisi di fine indagine (24 delle quali con l’ipotesi di associazione per delinquere dii stampo mafioso); agli inizi di dicembre, per lo stesso numero di indagati e con gli stessi capi di imputazione, il pm della Dda Francesco Caleca chiede il rinvio a giudizio. Il Gup Andrea Scarpa, dopo quattro udienze preliminari a porte chiuse, conclusesi ieri 21 gennaio, ha emesso la sua sentenza: 23 rinviati a giudizio. Per 13 di questi è stata accolta la contestazione del reato di associazione mafiosa; per altri, imputati a vario titolo, è stata mantenuta l’aggravante del metodo mafioso. Tra le richieste di parte civile accolte, il giornalista Giovanni Tizian, l’Associazione Sos Impresa e la regione Emilia-Romagna.   Il procedimento si aprirà il prossimo 28 marzo. E’ uno dei più consistenti procedimenti posti a carico della ‘ndrangheta mai celebrati in Emilia-Romagna.

via DiECieVENTiCiNQUE