Giornalismo e mafia, “Lo speciale” di Radio Cooperativa

A Lo Speciale, la trasmissione condotta da Gustavo Claros, il giovedì sera dalle 20,20 alle 21.20, questa settimana (il 17 maggio) si parla di giornalismo e mafia. Un grande tributo di sangue negli anni è stato pagato dal giornalismo italiano che ha cercato di fare luce sui fenomeni mafiosi più o meno evidenti. Ne parlano, a Radio Cooperativa, tre autori importanti:
Giovanni Tizian, autore di “Gotica. Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea”. La sua esposizione lo ha portato a dover essere seguito da una scorta dal dicembre scorso. Di se stesso dice: “Non sono un eroe, sono solo un giornalista.”;
Ciro Pellegrino, giornalista, blogger, napoletano e animatore in rete della grande battaglia contro la precarietà dei giornalisti.  Co-autore del libro “Il Casalese”;
In studio ci sarà Monica Zornetta (vedi profilo FB), giornalista, autrice di numerosi libri su mafia e criminalità, tra i quali “La resa. Ascesa, declino e ‘pentimento’ di Felice Maniero” del 2010.

Via Radio Cooperativa

“Difendendo le parole difenderemo il territorio”

Lo ha detto Roberto Saviano, in apertura della seconda puntata del programma su La7. “La cosa più grave è che a parole mascherate corrispondono società mascherate. Bisogna tornare a nominare le cose come sono, a dire le cose come sono”.
“Le organizzazioni hanno saccheggiato le nostre parole: la parola onore, la parola famiglia, la parola amico. Parole magnifiche, mascherate come sinonimi di segmenti militari, organizzazioni, strutture”.
Lo ha detto Roberto Saviano, in apertura della seconda puntata di “Quello che (non) ho” su La7, in onda anche domani, in diretta dalle Ogr, Officine Grandi Riparazioni di Torino.
“Nella società di grande comunicazione, di Twitter e Facebook – ha aggiunto lo scrittore napoletano – sembra impossibile che le organizzazioni possano utilizzare ancora i pizzini. Ma la cosa più grave è che a parole mascherate corrispondono società mascherate. Bisogna tornare a nominare le cose come sono, a dire le cose come sono”.
“Difendendo le parole – ha detto Saviano – sono profondamente convinto che difenderemo anche il nostro territorio”.

IL DRAMMA DI TRE DONNE TESTIMONI DI GIUSTIZIA – Maria Concetta Cacciola, Tita Buccafusca, Lea Garofalo: tre donne, tre testimoni di giustizia, tre vite finite nell’acido. Sono le protagoniste del secondo monologo di Roberto Saviano, a Quello che (non) ho su La7.

‘’Con il silenzio – sottolinea Saviano – la loro vita sarebbe stata normale. E invece decidono di parlare per coscienza, per rabbia, e il sistema intorno a loro impazzisce. Nelle organizzazioni criminali la donna mantiene il silenzio, organizza, tiene in piedi la struttura. Se una donna decide di parlare sta distruggendo il sistema, non è un semplice traditore, è qualcosa in più, sta cambiando tutti. Queste storie, benché tragiche fino in fondo, dimostrano il coraggio immenso e anche solitario che hanno avuto queste donne nel fare una scelta con un obiettivo: pensare di poter essere felici. La loro storia, al di là dell’epilogo tragico, dimostra che è possibile ricercare la felicità a una condizione, che coincida con la verità. E questo – conclude lo scrittore – me lo hanno insegnato’’.

POI LA PAROLA A QUELLI SOTTO SCORTA – ‘’Si è protetti non solo per difendere la tua vita, ma anche quella di chi ti sta accanto’’, e ‘’per difendere il diritto alla libertà di parola’’, dice Roberto Saviano, che vive sotto scorta dal 2006 e stasera, a Quello che (non) ho è felice di ‘’condividere la libertà di parola con giornalisti e testimoni di giustizia sotto protezione’’.

Tocca a Fabio Fazio presentarli: sono Gaetano Saffioti, Rosaria Capacchione, Giulio Cavalli, Giovanni Tizian e Vincenzo Conticello. ‘’Siamo molto lieti di avervi qui’’, dice il conduttore. ‘’Abbiamo chiesto a tutti loro di portare una parola che racconti quello che non hanno’’.

Saffioti, imprenditore sotto protezione dal 2001, sceglie la parola aria, che è sinonimo di ‘’libertà, autonomia, indipendenza, scelta, limitazioni, privacy, vita, normalita’’’ e alla fine si rivolge a Borsellino: ‘’Quante rinunce e sacrifici per respirare ‘il fresco profumo di libertà’ di cui parlavi. Ma la libertà non ha prezzo e qualsiasi prezzo val bene la libertà. Non ho ripensamenti ne’ recriminazioni. Oggi, comunque, mi sento un uomo libero’’.

Rosaria Capacchione, giornalista sotto protezione dal 2008, testimonia il sogno di ‘passeggiare’, di essere ‘’accompagnata dal punto A al punto B a piedi, senza parlare, come vecchi compagni che non hanno bisogno di troppe parole’’.

Giulio Cavalli, attore sotto protezione dal 2006, non ha il ‘sole tutto caldo e bellezza’’; a Giovanni Tizian, giornalista sotto protezione dal dicembre 2011, manca la ‘leggerezza dell’aurora attesa sulla spiaggia di Bovalino, il mio paese’.

Vincenzo Conticello, imprenditore, sotto protezione dal 2006, sogna il ‘mare’ di Mondello. ‘’Il mio estorsore? Lui sì che va in moto al mare… Ma io ho un mare di affetto, un mare di solidarietà, un mare di libertà’’. ‘’So che non ci sono parole adatte – commenta Fazio – ma dal più profondo del cuore la nostra stima e la nostra gratitudine’’.

Via Quotidiano.net

Saviano secondo atto, parole di mafia tra donne del clan, da “zio” a “norma”

Continua il viaggio dello scrittore in diretta da Torino insieme a Fabio Fazio. In studio, fra gli altri, anche Elio Germano, Guccini, Raffaele La Capria, Ettore Scola, Rocco Papaleo, Nicola Piovani, Paolo Rumiz. E cinque persone – giornalisti, imprenditori, un attore – che come lo scrittore vivono sotto protezione. Il conduttore: “Raccontateci quello che non avete”

TORINO – Su Twitter Saviano oggi aveva ringraziato: “Un risultato pazzesco. Incredibile che tante persone abbiano voluto difendere una tv fatta di parole”. Ma le parole contano e in un’epoca come questa fatta di frasi fatte, possono riprendere forza, un suono importante. Che gli ascolti della prima puntata 1 di Quello che (non) ho  hanno dimostrato. Ieri 3 milioni di telespettatori (3.036.388), pari al 12,66% di share, si sono seduti ad ascoltare Fabio Fazio e Roberto Saviano in onda dalle Officine Grandi Riparazioni di Torino. Poi sono diventati 4.156.000 durante l’intervento di Luciana Littizzetto. E sono rimasti, tutti, davanti alle parole, fino alla fine del programma 2.
Seconda puntata, parole nuove. Ci sono quelle comuni, poi ci sono quelle in codice. Stesse lettere per scopi differenti. Come i termini che la mafia usa per comunicare. Da ‘zio’ a ‘norma’. E all’esegesi dei codici mafiosi è dedicato il primo monologo di Roberto Saviano. Codici che servono per scambiarsi informazioni, ordini che restano impuniti, senza lasciar traccia o diventare prova di reato. Sono le parole che tutti hanno, solo viste dall’altro lato della luna, in un mondo parallelo e potente dove il significato muta. Parole e codici che conoscono anche le donne dei clan. Soprattutto, quelle tra loro che si ribellano alle leggi e decidono di collaborare con la giustizia.

Le prime parole sono quelle di una lettera letta da Elio Germano e indirizzata in carcere al boss camorrista Michele Zagaria. Boss. Prima parola. “Caro Zio, so che hai cose molto più importanti di stare ad ascoltare me ma penso che anche questa piccola soddisfazione può aiutarti ad affrontare questo momento di ingiustizia che ti opprime e sai che mi è difficile parlare con te. Gli amici partono per le vacanze e si sono portati la conserva fatta in casa e ti salutano tanto – si legge nel testo – al mercato hanno riempito la macchina di frutta fresca e dovevi vederli che sembravano Totò a Milano. Ci siamo fatti molte risate ma poi il nostro pensiero si è subito rabbuiato pensando che non sei a casa a goderti queste piccole scene”.

“Le organizzazioni criminali – spiega Saviano – hanno saccheggiato le nostre parole, come onore, famiglia, amico, parole magnifiche, mascherate come sinonimi di segmenti militari, organizzazioni, strutture. Nella società di Twitter e Facebook sembra impensabile che le organizzazioni possano ancora utilizzare pizzini o meccanismi di questo tipo, ma la cosa più grave è che a parole mascherate corrispondono società mascherate. Partire da qui, dalla lettera inviata in un carcere è un modo per salvare la parola. L’unico modo per rompere il rapporto tra potere e cultura criminale è tornare a nominare le cose come sono, dire le cose come sono”.

Guccini sceglie la parola “aiuto”. Elisa canta “One” degli U2 e “Bridge over troubled water” di Paul Simon nella versione che nel 2001 regalò al tributo degli eroi dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Capossela “Quello che non ho”. E la musica, compreso il pianoforte di Nicola Piovani, si alterna con le parole. Importanti e da mettere da parte. Come “rivoluzione”, “claudicanza”, “benefattore”, citata da Massimo Gramellini (sua “la parola del giorno”) a proposito di “Renatino” De Pedis e della riesumazione nella cripta 5 della basilica di Sant’Apollinare a Roma. O come l’apologia della parola “stronzo” che esplora Luciana Littizzetto. Che si definisce ”estimatrice della parolaccia perché è liberatoria”, “ci sono cose della vita che si risolvono solo con un vaffanculo”. Ironizza sui rischi di denuncia (”Nomi non se ne possono fare. Crudelia de Mon lo posso dire o parte la denuncia come se dicessi Santanchè?), elenca le possibili declinazioni della parola (citando ”Lavitola”) e poi spiega come la percezione cambi a seconda dei punti di vista: “Per gli operai Fiat di Termini Imerese, Marchionne è stronzo?”. Lo scrittore Paolo Giordano porta la parola “convivenza”, Ettore Scola “quaderno”, Fazio parla di “mercato”. Poi tocca alla “Resistenza” di Vanda Bianchi, partigiana, nome di battaglia Sonia, che pianse quando, bambina, fu costretta a lasciare gli studi, ma oggi dice: ”Chi lotta e continua a fare resistenza non invecchia mai”.

Rocco Papaleo declina la parola “pietra”, che “può distruggere, edificare, non si arrende”, Piovani rievoca lo “stupore” di Fellini di fronte all’oboe scelto per una scena di La voce della luna. Parola ancora a Saviano, con le storie di Maria Concetta Cacciola, Tita Buccafusca, Lea Garofalo: donne di mafia e testimoni di giustizia che insegnano che ”è possibile ricercare la felicità a una condizione: che coincida con la verità”. E nel duello dei luoghi comuni ingaggiato da Fazio e Littizzetto si va da “Yoko Ono ha rovinato i Beatles” a “meglio il treno dell’aereo”, da “è tutto un magna-magna” a “per forza poi c’è Grillo”, da “Casini è un bell’uomo” a “Fini parla bene”, da “Bersani, poverino, è una brava persona” a “menomale che c’è Napolitano”.

Ma la struttura della trasmissione è incalzante. Senza nessi, unita da frasi differenti che si muovono come la regia, di inquadrature che seguono Saviano metre ondeggia col corpo, a destra, a sinistra, e tra le parole, tra rivoluzioni e primavere. Parole come legami, parole negate. Parole chiuse dentro. E nelle ex officine delle locomotive difettose, arrivano ospiti con in comune una sola privazione, la libertà. E arrivano con la scorta. Perché l’Italia è uno dei Paesi occidentali con il più alto numero di giornalisti, scrittori, imprenditori sotto scorta. “Paghiamo 10 persone per far passeggiare Saviano”, scrivono su Twitter (#qchenonho) dalla redazione del programma. “Si è protetti non solo per difendere la tua vita, ma anche quella di chi ti sta accanto” e “per difendere il diritto alla libertà di parola”, dice Saviano che sotto scorta ci vive dal 2006 e qui è felice di “condividere la libertà di parola con giornalisti e testimoni di giustizia sotto protezione”. Tocca a Fazio presentarli: Gaetano Saffioti, Rosaria Capacchione, Giulio Cavalli, Giovanni Tizian e Vincenzo Conticello.”Abbiamo chiesto a tutti loro – dice il conduttore – di portare una parola che racconti quello che non hanno”.

Saffioti, imprenditore sotto protezione dal 2001, sceglie “aria”, che è sinonimo di “libertà, autonomia, indipendenza, scelta, limitazioni, privacy, vita, normalità” e alla fine si rivolge a Borsellino: ”Quante rinunce e sacrifici per respirare ‘il fresco profumo di libertà’ di cui parlavi. Ma la libertà non ha prezzo e qualsiasi prezzo val bene la libertà’. Non ho ripensamenti né recriminazioni. Oggi, comunque, mi sento un uomo libero”. Capacchione, giornalista sotto protezione dal 2008, testimonia il sogno di “passeggiare”, di essere ”accompagnata dal punto A al punto B a piedi, senza parlare, come vecchi compagni che non hanno bisogno di troppe parole”. Cavalli, attore sotto protezione dal 2006, non ha “il sole tutto caldo e bellezza”; a Tizian, giornalista sotto protezione dal 2011, manca “la leggerezza dell’aurora attesa sulla spiaggia di Bovalino, il mio paese”; Conticello, imprenditore, sotto protezione dal 2006, sogna “il mare di Mondello. Il mio estorsore? Lui sì che va in moto al mare… Ma io ho un mare di affetto, un mare di solidarietà, un mare di libertà”. ”So che non ci sono parole adatte – commenta Fazio – ma dal più profondo del cuore la nostra stima e la nostra gratitudine”.

Via Repubblica.it

La leggerezza, “quello che non ha” Giovanni Tizian, a La 7

La lettura di Giovanni Tizian alla trasmissione Quello che non ho, La 7.

Saviano chiama a raccolta chi vive sotto scorta: «Contro i clan difendiamo la parola»

Chissà perché a «Quello che (non) ho» le cose più interessanti accadono intorno a mezzanotte. Nella prima serata del 12,6% di share – record di sempre per La7 – i Litfiba hanno espresso la sintesi perfetta del nuovo format di Fabio Fazio e Roberto Saviano: qualche goccio di poesia diluito in un mare di retorica. Nella puntata di ieri sono saliti sul palco, ciascuno con la propria parola adottata, Gaetano Saffioti, Rosaria Capacchione, Giulio Cavalli, Giovanni Tizian e Vincenzo Conticello, «giornalisti e testimoni di giustizia – ha spiegato Saviano che li ha accolti – sotto protezione».
Momento solenne che il pubblico accoglie con intervalli di pensoso silenzio rotti da applausi commosi. «Si è protetti non solo per difendere la tua vita, ma anche quella di chi ti sta accanto» e per «difendere il diritto alla libertà di parola», dice l’autore di «Gomorra» sotto scorta dal 2006. Essere sottoposti a un programma di protezione «non è un privilegio», continua Saviano, ma significa che «si è tenuta la schiena dritta». Parla dei suoi ospiti ma soprattutto parla di sé stesso, tornando implicitamente su un discorso che in questi anni ha più volte contrapposto agli attacchi di quanti mettevano in discussione il suo ruolo di intellettuale/testimone anti-mafia. Se il savianismo è diventato una sorta di religione – come qualche illustre critico pure ha avuto modo di scrivere dopo il successo di «Vieni via con me» -, la processione degli scortati di ieri sera ha rappresentato il rito di comunione tra il santo e i suoi fedeli (il pubblico). E Fazio, più che il sacerdote, ha fatto il chierichetto: ragazzo buono, buonista, appena appena un po’ discolo quando si tratta di mettere pepe al plot, ma in fondo molto devoto.

Le mafie e il loro vocabolario. Gli interventi dello scrittore campano, al contrario di quanto è avvenuto nella prima serata, stavolta hanno avuto a oggetto prevalentemente camorra e ‘ndrangheta, i «suoi» temi. All’esegesi dei codici mafiosi è dedicato il primo monologo introdotto dalle note di «Casta diva», con Elio Germano che ha letto il testo di una lettera a Michele Zagaria. «Le organizzazioni criminali – spiega Saviano – hanno saccheggiato le nostre parole, come onore, famiglia, amico. Parole magnifiche, mascherate come sinonimi di segmenti militari, organizzazioni, strutture. Nella società di Twitter e Facebook sembra impensabile che le organizzazioni possano ancora utilizzare pizzini o meccanismi di questo tipo, ma la cosa più grave è che a parole mascherate corrispondono società mascherate. Partire da qui, dalla lettera inviata in un carcere, è un modo per salvare la parola. L’unico modo per rompere il rapporto tra potere e cultura criminale è tornare a nominare le cose come sono, dire le cose come sono. Difendendo la parola – spiega lo scrittore fissando il vuoto – sono fermamente convinto che difenderemo anche il nostro territorio».

di Francesco Prisco

Via Il Sole 24 Ore

Quello che non ho, La 7, i giornalisti sotto scorta.

Le letture dei giornalisti che vivono sotto scorta per la loro lotta contro la criminalità organizzata:

Gaetano Saffioti, Rosaria Capacchione, Giulio Cavalli, Giovanni Tizian e Vincenzo Conticello.

L’intervento per intero Via Quello che non ho

Giovanni Tizian: “La ‘ndrangheta non è folklore, la si colpisca economicamente”

Da alcuni mesi Giovanni Tizian vive sotto scorta per aver descritto i meccanismi di espansione della mafia al Nord. Gotica (’ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea) raccoglie gli articoli scritti in Emilia Romagna, la regione dove si è trasferito da bambino dopo che la ‘ndrangheta ha segnato per sempre la sua esistenza. Come Gomorra di Roberto Saviano anche il libro di Tizian fa emergere la realtà che ancora poche istituzioni hanno il coraggio di affrontare frontalmente: l’inestricabile viluppo di economia legale e illegale, di voti di scambio e ricatti alle aziende con i quali la criminalità organizzata riesce a mantenere una posizione di dominio nel nostro Paese. “Della ‘ndrangheta si parla più di prima ma è anche importante come se ne parla – spiega l’autore -. Fino a quando il fenomeno verrà ridotto a problema di ordine pubblico e a una lotta fra guardie e ladri sarà difficile creare azioni di contrasto. La ‘ndrangheta è un’economia che trova terreno fertile e sviluppo laddove le aziende devono venire a patti con imprese subappaltanti che si possono permettere di abbassare drasticamente il costo del lavoro grazie alle risorse e alla liquidità provenienti dal mercato illegale”. E, oltrepassata la linea gotica, il problema è ormai nazionale come le numerose indagini avviate negli ultimi due anni (anche nella nostra regione) hanno ampiamente dimostrato. Che il governo dei “tecnici” ne tenga conto nella sua agenda.

Via Quotidiano Piemontese

Giovanni Tizian a Quello che non ho

Stasera Giovanni Tizian interviene alla trasmissione Quello che non ho, ore 21.10, La 7.

Terzo settore, “Con la voce di Peppino”, per difendere i beni confiscati alla mafia. A 20 anni da Capaci e Via D’Amelio

 

 

 

 

 

La campagna, partita mercoledì 9 maggio, giorno dell’uccisione di Peppino Impastato, prevede un ciclo di quattro puntate su Giornale Radio Sociale 1, ciascuna di 20 minuti, ogni mercoledì nel mese di maggio, che daranno voce a coloro che provano ogni giorno a restituire alla società civile ciò che la criminalità organizzata ha tolto alla comunità. Il 16 maggio la puntata sulla Calabria, con Giovanni Tizian.

ROMA -  Nel ventennale delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, il Giornale Radio Sociale 2 e il Forum del Terzo Settore 3 lanciano la campagna Con la voce di Peppino, in difesa dei beni confiscati alle mafie. La campagna, partita mercoledì 9 maggio – giorno dell’uccisione di Peppino Impastato – con le testimonianze dalla Campania, prevede un ciclo di quattro puntate, ciascuna di 20 minuti, ogni mercoledì nel mese di maggio, che daranno voce a coloro che provano ogni giorno, con coraggio, a restituire alla società civile ciò che la criminalità organizzata ha tolto alla comunità.

La puntata del 16 maggio. Sarà dedicata alla Calabria, con il racconto di esperienze ‘dai beni confiscati’: la cooperativa sociale “Giovani in vita” di Reggio Calabria  che gestisce i terreni agricoli sequestrati alle ‘ndrine e l’esperienza delle comunità di Don Giacomo Panizza da Lamezia Terme ci raccontano la battaglia di chi ogni giorno subisce intimidazioni, minacce e ritorsioni. Ad aprire la puntata sarà la voce del giornalista calabrese Giovanni Tizian che vive sotto scorta per le sue inchieste sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel Nord Italia.

Le quattro puntate. In diretta dalle 15 su Radio Articolo 1 4 Stefano Milani e Pietro Briganò (redazione del GRS) intervisteranno Domenico Luppino (Giovani in vita) e Don Giacomo Panizza. Con la voce di Peppino è un’iniziativa editoriale del Giornale Radio Sociale, realizzata in collaborazione con RadioArticolo1 e con l’Agenzia Area 5. Le quattro puntate dureranno ciascuna 20 minuti e raccoglieranno testimonianze dai territori. A seguire: il 23 maggio la Sicilia e il 30 la Puglia.

Via Repubblica.it

Serramazzoni, nei subappalti spunta il clan dei Casalesi

L’inchiesta e le ombre delle infiltrazioni. Nei cantieri pubblici e privati anche nomi noti all’Antimafia. Cemento e affari. Il filo conduttore che lega Fiorano a Serramazzoni è fatto di edilizia pubblica e privata.

“Monopolizzata” da un gruppo di persone, è l’ipotesi degli investigatori. Imprenditori con le giuste entrature nella politica locale. Un ruolo di cerniera tra i due mondi l’avrebbe interpretato Michele Baglio, il figlio di Rocco. Sarebbe lui a tenere i contatti con l’ex sindaco Lugi Ralenti. Il padre rimarrebbe in disparte, il suo curriculum non gli permette di esporsi troppo. Conosce fin troppo bene le normative antimafia sui sequestri di beni, Rocco Baglio. Secondo fonti della Gazzetta, la Procura antimafia di Reggio Calabria, in passato, chiese il sequestro dei beni a lui riconducibili. Oltre che essere stato condannato anche per reati di mafia è stato destinatario della misura della sorveglianza speciale. Validi motivi per non apparire nelle società di famiglia. E per incaricare il figlio di gestire direttamente relazioni e aziende. Ma il capofamiglia non avrebbe comunque rinunciato a un ruolo direttivo nella gestione degli affari. Di subappalti non ne mancano alla Unione Group dei Baglio. Oltre ai lavori del campo sportivo del paese appenninico, Unione Group avrebbe effettuato in subappalto i lavori di riqualificazione dell’aree esterne del polo scolastico stralcio B. La dinamica è simile a quella che ha portato Unione Group nel cantiere dello stadio. Aggiudicato dalla Restauro e Costruzioni, la ditta calabrese di Giacomo Scattarreggia (rinviato a giudizio dalla Dda di Reggio Calabria per turbativa d’asta), e affidato poi alla ditta della moglie di Rocco Baglio, la Unione Group appunto. Una commessa da 195 mila euro. In realtà l’appalto vinto dalla società di Scattarreggia rientrava in un lavoro complessivo di riqualificazione del polo scolastico, valore iniziale dell’appalto 550 mila euro. Costo aumentato a 1 milione e 150 mila euro. Un fatto inspiegabile secondo gli investigatori quando iniziarono le indagini. I rapporti economici tra “Restauro e Costruzioni” e “Unione Group” risalirebbero proprio all’appalto del polo scolastico. Ipotesi che gli investigatori valutano da tempo. E sempre alla riqualificazione del polo scolastico avrebbe partecipato, tra i subappaltatori, una ditta che sarebbe stata indagata dalla Procura di Bologna nell’ambito di un’inchiesta sul Clan dei casalesi. Altro appalto “attenzionato” dagli investigatori è relativo alla ristrutturazione della scuola elementare, frazione Selva. Quasi 40 mila euro di lavori affidati alla Unione Gruop. Ma alla grande festa del cemento all’ombra dell’Appennino avrebbero partecipato anche due nomi che portano all’interno dei cantieri il marchio inquietante del Clan dei casalesi. E così, da quanto appreso dalla Gazzetta, i lavori di Casa Grana (le 36 abitazioni finite nella bufera a San Dalmazio) sarebbero stati subappaltati dalla Uccellari Srl (il titolare è Remo Uccellari, l’imprenditore dell’adiacente progetto dell’inceneritore a biomasse) a Giuseppe Della Corte, titolare di un’impresa individuale. Pluripregiudicato per associazione mafiosa, e indagato nel 2002 in un’inchiesta della Procura antimafia di Napoli che voleva accertare niente meno che gli interessi economici in Emilia Romagna dell’allora latitante Michele Zagaria, ai vertici del Clan. Del Clan è anche Biagio Del Prete, arrestato poche settimane fa dalla Procura di Bologna. Parente di Salvatore Cantiello, detto “Carusiello”, avrebbe lavorato per conto dell’imprenditore, ed ex giocatore del Modena, Giordano Galli Gibertini.

In una delle informative del 2009 inviate ai magistrati si parlerebbe fugacemente di Cooprocon e Cooperativa Muratori dei Benedello, citate non si sa a che titolo, con parole del tipo “a Serra le gare di appalto vengono vinte quasi sempre da Cooprocon e da Coop Muratori di Benedello”. Fatto sta che secondo gli investigatori alcuni dei lavori sarebbero stati subappaltati direttamente alle ditte di Baglio o in stretto rapporto con esse. Presidente del consiglio di amministrazione di Cooprocon è Adriano Vandelli, già direttore lavori del cantiere per il rifacimento dello stadio di Serra, e membro del consiglio dell’Ordine degli Ingegneri, organismo promotore della Carta etica contro mafia e corruzione.

Via Gazzetta di Modena