‘Ora Lampedusa non è più sola’. Intervista a Giusi Nicolini

Negli ultimi giorni sono sbarcate sull’isola oltre mille persone e su uno dei barconi soccorsi c’erano due cadaveri. Il sindaco della località siciliana spiega in questa intervista perché la candidatura al Nobel per la pace restituisce dignità ai morti. E riconosce il valore della solidarietà

di Giovanni Tizian

'Ora Lampedusa non è più sola'. Intervista a Giusi Nicolini

 

 

 

 

 

 

La candidatura per il premio Nobel? «È un riscatto per Lampedusa che ha vissuto nella solitudine una delle pagine più drammatiche della storia recente, e per i morti senza nome caduti in questo pezzo di Mediterraneo». Giuseppina Maria Nicolini passerà alla storia come il sindaco dell’isola di Lampedusa che si gioca un posto nell’albo dell’Accademia più blasonata del mondo. La notizia della candidatura, ufficializzata dopo le firme raccolte da “l’Espresso”, arriva sull’isola come un segnale di cambiamento. E lei non nasconde l’emozione. Ma nemmeno tace le anomalie del sistema fondato sull’emergenza e sulla Bossi-Fini, che «andrebbe abolita».

Sindaco, che effetto fa Lampedusa candidata al Nobel?
«Il riconoscimento è già un grande onore. Ma è anche la via per dare dignità ai morti che non hanno mai avuto un nome. Per ricordare gli innominati inghiottiti dal Mediterraneo».

non hanno mai avuto un nome. Per ricordare gli innominati inghiottiti dal Mediterraneo».

Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa
Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa

Il premier Enrico Letta commentando la candidatura vi ha definito «il cuore dell’Europa» e «un laboratorio sociale».
«I termini usati dal premier sono quelli che ho in mente io per rilanciare Lampedusa. Ma la grande rivoluzione porta la firma di Papa Francesco: ha indicato la nostra isola come l’ inizio dell’Europa, non come la fine. E quindi dobbiamo impegnarci, tutti, affinché essa diventi il centro del Mediterraneo. Deve trasformarsi in un luogo dove si progetta una politica comune e solidale di tutta l’area, a partire dai diritti umani e per finire con l’economia. Immaginiamo un mare attraversato liberamente da uomini e culture, dove gli unici mezzi ai quali è vietato viaggiare sono quelli dei mercanti di persone».

E l’isola cosa si aspetta dal governo?
«Lampedusa ha chiesto una cosa semplice: è necessario che anche le isole più lontane abbiano strutture e servizi primari uguali al resto dell’Italia, e oggi non è così. Non è così a Lampedusa ma neanche nelle altre aree di confine del Paese, che sono parte importante del patrimonio culturale e naturale. La battaglia per liberare Lampedusa dal destino di terra di frontiera è una battaglia comune, di tutti gli italiani. Noi chiediamo cose banali: per esempio avere l’acqua tutti i giorni e non essere costretti ad aspettare la cisterna come nel medioevo, navi moderne che non impieghino 10 ore per percorrere 120 miglia. Fare il sindaco a Lampedusa è difficile, qui ci sono questioni di prima necessità che non sono mai state risolte. Vivere da lampedusani vuol dire vivere da ultimi dell’Europa. Invece vorremmo entrare in Italia dentro un quadro di coesione nazionale. E non sentirci più un problema».

La missione “Mare Nostrum” della Marina ha cambiato la situazione?
«La missione della Marina, con tutto il rispetto per il progetto Mare nostrum, non è un’azione che evita i morti. Se costruisci una barriera non eviti i naufragi. Certo, questo ha spostato in avanti il pattugliamento e la vigilanza, ma salvare le vite umane è quello che già faceva la nostra guardia costiera. Attenzione: non voglio sminuire il valore di “Mare nostrum”, dico solo che la Guardia costiera in tutti questi anni ha lavorato con grande professionalità e passione».

Il video sugli abusi all’interno del centro di accoglienza mandato in onda dal Tg2 ha mostrato quanto fosse grave la situazione per i migranti. Vi ha sorpreso?
«Quelle immagini mi hanno indignato, ma non mi hanno meravigliato. Oggi l’ente che gestisce il centro è stato sostituito, ma poco è cambiato. Non ho bisogno di guardare un video per capire che in un posto così sovraffollato la dignità umana è l’ultima cosa che viene rispettata. I nostri occhi sono stati testimoni del degrado con cui accogliamo i migranti. Stesi a terra, stretti come sardine. E poi ricordo i 180 minori, rinchiusi con i genitori. Il nostro modello di accoglienza non funziona: è disumano. Mi chiedo: perché aspettare i morti per indignarci? Dopo le tragedie, l’Italia e l’Europa hanno scoperto che qui arrivano bambini e famiglie, che questi centri più che di accoglienza sono luoghi che cancellano l’identità. Ma su quel che vi accade cosa sanno gli italiani? Abbiamo lasciato che uomini politici come Calderoli o Salvini sostenessero tesi assurde a difesa di queste strutture. Abbiamo sentito dire che rinchiudere qui i migranti è il modo migliore per evitare gli stupri e i furti. Il fatto è che i richiedenti asilo, respinti da Maroni nel 2009, non potevano essere rimpatriati. Dobbiamo accoglierli. Ma non può essere fatto nei Cara, i centri accoglienza richiedenti asilo che restano dei Cie camuffati. Non sarebbe meglio, mi chiedo e propongo, creare accoglienza diffusa sul territorio? Lavorare per l’integrazione incentivando i comuni ad accogliere: basterebbe fornire i mezzi necessari. Ma anche questo non basta. Perché è necessario una volta per tutte abolire la Bossi-Fini: ci vuole una legge sul diritto di asilo e bisogna pensare a una politica diversa per i migranti».

L’immigrazione è un’emergenza o sono le leggi che non funzionano a creare situazioni critiche?
«Quello cui assistiamo è il risultato di leggi di tipo emergenziale. Ma come si fa a definire “emergenziale ” un quotidiano che Lampedusa vive da 15 anni? Eppure nessuno ha lavorato per evitare le stragi di migranti. Legiferare seguendo l’emergenza, come spesso accade in Italia, è stata una scelta che ha alimentato business milionari. Non siamo stati capaci di creare un sistema stabile di accoglienza. È come non volere riconoscere che siamo dentro una pagina di storia».

Cosa vorrebbe che cambiasse nei prossimi mesi?
«Vorrei che nessuno morisse più in mare. E che i migranti potessero chiedere asilo nei Paesi di transito. Dove ci sono ambasciate italiane ed europee. Lo si deve fare per non farli annegare più e anche per spendere meno soldi in soccorsi e pattugliamenti. Denari che potremmo usare per aiutare le persone bloccate nei campi profughi».

E cosa potrebbe cambiare se si arrivasse al Nobel?
«Ci sono candidature che forse lo meritano più di noi, ma questo risultato è già un traguardo enorme. Un’operazione verità. È come dire a tutto il mondo che questi morti sono l’Olocausto di oggi. È un premio all’accoglienza solidale, quella dal basso, dei cittadini, l’unica che non fa affondare il nostro Continente».

 

Via L’Espresso


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