Category Archives: Eventi e presentazioni

Gli astigiani applaudono Giovanni Tizian e il suo coraggio contro la ‘ndrangheta

Gli astigiani applaudono Giovanni Tizian e il suo coraggio contro la ‘ndrangheta

Mesi del giallo: Tizian emoziona a Teatro Alfieri

Molto partecipato, l’incontro “Un giornalista sotto scorta” con Giovanni Tizian ha chiuso, sabato scorso, la seconda settimana dei “Mesi del giallo”. Tutte occupate le sedie del Ridotto del Teatro Alfieri per ascoltare le vicende umane e professionali del giovane cronista a cui nel 2011 la ‘ndrangheta voleva “sparare in bocca”: da quel momento la sua vita è blindata.

Tizian, che ha conversato con la giornalista Laura Nosenzo, si è dilungato sulla storia della telefonata intercettata nel corso della quale il faccendiere nicese Guido Torello, che stava parlando con il boss Nicola Femia, pronunciò la frase “’sto giornalista se ci arriviamo o la smette e gli sparo in bocca e finita lì!”. Il cronista (oggi all’Espresso dopo i lunghi anni alla Gazzetta di Modena, città dove si è trasferito da bambino dopo che la ‘ndrangheta uccise il padre a Bovalino) ha approfondito i rapporti tra il boss e Torello, poi arrestati con altre 27 persone nel gennaio di quest’anno, a conclusione dell’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna sul gioco d’azzardo on line e la manomissione delle slot.

Poi ha disegnato un ritratto puntuale e inquietante sulla penetrazione della ‘ndrangheta al Nord, dei diversi canali affaristici che gestisce (appalti, traffico di droga e armi, ecc.) e del voto di scambio con cui “tiene in mano” politici e amministratori locali.

Numerose le domande e osservazioni dal pubblico, a riprova dell’interesse suscitato dalla conversazione, partita dall’ultimo libro di Tizian “La nostra guerra non è mai finita”. A lui e al suo coraggio ripetuti e prolungati applausi.

 

In attesa di ascoltare lo scrittore Nicolai Lilin, che sabato 12 ottobre converserà con Antonio Evangelista al Ridotto del Teatro Alfieri (ore 18, ingresso libero), “I mesi del giallo” giovedì 10 farà tappa a Castagnole Lanze.

Qui, alle 21 nella Sala del Municipio, i lettori si confronteranno con quattro scrittori made in Asti: Luca Amerio e Luca Baino (“Il caso Calvi”), Cinzia Montagna (“Nec ferro nec igne. Nel segno di Camilla”), Fabrizio Borgio (“La morte mormora”). L’incontro sarà moderato da Loredava Dova, vicepresidente di Comunica, che lo organizza insieme all’Associazione culturale La Voce e  al Comune.

Gli scrittori ospiti hanno pubblicato libri che, pur se diversi tra loro, sono accomunati dal tema del mistero: i lettori castagnolesi (e non), prendendo i volumi in prestito alla Biblioteca Comunale, li hanno letti in estate e adesso sono pronti a dialogare con loro.

Gli sceneggiatori Luca Amerio (laureato al Dams di Torino) e Luca Baino (editor della casa editrice digitale ManFont Comics) firmano l’originale fumetto “Il caso Calvi”, i cui testi sono resi graficamente da Matteo Valdameri. Il volume, pubblicato nel 2012 da Becco Giallo (ha ricostruito a fumetti anche il sequestro Moro e le morti di Giovanni Falcone, Ilaria Alpi, Carlo Giuliani), ripercorre la vicenda del “banchiere di Dio”, il presidente del Banco Ambrosiano trovato morto impiccato, sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, la mattina del 18 giugno 1982. Si tratta di una delle pagine meno “gloriose” della storia politico-finanziaria d’Italia.

Cinzia Montagna, giornalista e scrittrice di Buttigliera, con “Nec ferro nec igne” ricostruisce la figura di una nobildonna del Monferrato, Camilla Faà di Bruno, vissuta nel Seicento alla corte dei Gonzaga per poi terminare i suoi giorni in un convento di clausura. Il libro (editore Marchesi del Monferrato) è stato molto apprezzato dalla critica. Una curiosità: la trama racconta tra l’altro di un enigmatico dipinto raffigurante Camilla; si tratta di un quadro, custodito a Bruno, che la scorsa primavera è stato esposto nel Palazzo Ducale di Mantova.

Il quarto autore proposto da “I mesi del giallo” è Fabrizio Borgio, che per la casa editrice Fratelli Frilli ha firmato due lavori. Nella serata castagno lese l’attenzione sarà puntata su “La morte mormora”, giallo ambientato in un immaginario paese dell’Astigiano, Serravalle Mormora. L’agente speciale Stefano Drago, membro del misterioso Dipartimento Indagini Paranormali, riceve l’incarico di indagare sulla scomparsa di un Libro del Comando, testo magico temuto e messo all’indice dalle autorità clericali: presto l’inchiesta si intreccerà con un’altra vicenda, il misterioso suicidio del sindaco del paese Corrado Falletto.

via Gazzetta d’Asti

 

Premio di Cultura Gian Piero Orsello città di Civitavecchia

«Due anni dopo la morte di mio padre, per festeggiare la laurea della mamma, nonna Amelia ci regalò un giro in battello alle Eolie, facendoci riassaporare il gusto della leggerezza. L’eccitazione della vita che ricomincia.»

Per queste (e altre) parole Giovanni Tizian è tra i vincitori del @Premio di Cultura Gian Piero Orsello città di Civitavecchia

 

Giovanni Tizian premiato dalla Giuria del Premio di Cultura “Città di Civitavecchia”

Sabato 28 settembre alle 18 si è tenuta presso il Forte Michelangelo la prima edizione del premio di Cultura “Città di Civitavecchia” intitolato a Gian Piero Orsello, europeista e docente universitario, scomparso nel 2006, che ideò dieci anni fa la rassegna nella vicina cittadina di Santa Marinella.

Per la sezione Europa il primo premio è andato al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Enrico Giovannini, mentre tra i premiati anche Mimmo Calopresti per Io e l’Avvocato e Giovanni Tizian per La nostra storia non è mai finita; riceve invece il Premio speciale della Giuria il senatore, giornalista e scrittore Sergio Zavoli.

La manifestazione, che ha visto la partecipazione di Giovanni Floris, e si è articolata in 10 sezioni e concepita come una rassegna di opere ispirate all’impegno civile e sociale. Gli argomenti che l’hanno caratterizzata: la lotta alla ‘ndrangheta, la violenza sulle donne, la buona e cattiva politica, i nuovi linguaggi dell’informazione. Sono state ricordate, per il loro impegno, anche le figure di Piero Gobetti e Adriano Olivetti.

Tra i componenti della giuria, presieduta da Daniela Orsello, la vicepresidente Giovanna Caratelli, Mario Berlinguer, Fausto Bertuccioli, Maria Grazia Capulli, Giovanni Floris, Giampiero Gamaleri, Paola Marsocci, Mario Morcellini, Federico Orlando, Gino Saladini, Andrea Scazzola, Giorgio Zanchini.

via librimondadori

LE MAFIE, GIOVANNI TIZIAN E IL RICHIAMO DELLA VERITÀ

In trent’anni di vita gli occhi dolci di Giovanni Tizian hanno visto tutto il peggio possibile.

Le fiamme divoratrici del sogno del nonno mobiliere, lingue di fuoco rosse come pugnali nel profondo della notte.  

Lo scempio del corpo del padre massacrato dai pallettoni della ndrangheta.
Le sequenze del trasferimento obbligato da Bovalino a Modena, quand’era ancora bambino, per sfuggire ad una vita diventata impossibile e costruirne una nuova.
Tanti poliziotti diversi attorno a lui, giorno e notte e ovunque si sposti, da quando un boss già condannato promise di “sparargli in bocca”, se non avesse smesso con quel suo vizio di raccontare la verità.
Raccontare la verità, a Giovanni, è costato cento volte più che a noi giornalisti di provincia. Diversa intensità negli allenamenti alla sfida professionale, diversi terreni di gioco: a me spesso sembrano insostenibili le semplici intimidazioni puntualmente trasmesse dal politico di turno, quando osi pestargli i piedi.
Giovanni Tizian ha sentito il bisogno di parlare del padre, di raccontare quel poco che si conosce della sua esecuzione, il giorno stesso in cui ha ricevuto dal tribunale di Locri il fascicolo giudiziario con le indagini sull’omicidio di Peppe. Ottenuto due anni dopo averlo richiesto, perché quelle carte non si trovavano più. Chi nel 1989 abbia ucciso quell’integerrimo funzionario – così lo classifica il magistrato titolare dell’inchiesta –  del Monte dei Paschi di Locri non lo si è mai saputo. È il “paradosso dell’onestà”: in terra di ndrangheta, risolvere il caso di una persona pulita uccisa senza spiegazioni può diventare impossibile. E così fu, con una frettolosa archiviazione della pratica. Ma alla accettazione di una verità irraggiungibile sulla morte del padre, Giovanni Tizian non si è rassegnato. Altri fatti di sangue, in passato, hanno trovato in Calabria tutte le risposte dopo decenni di attesa e silenzio.
A Porto San Paolo ho presentato assieme all’autore il libro “La nostra guerra non è mai finita”, unica tappa sarda di Giovanni Tizian nel suo fitto calendario di appuntamenti. Prima di arrivare a Porto San Paolo, con Giovanni ho preso un aperitivo al Corso Umberto, ad Olbia. Sotto gli occhi dei poliziotti, ho osservato la serenità di gesti e parole di questo ragazzo: proprio vero che la calma è la virtù dei forti.
L’idea dell’incontro pensata dall’avvocato Andrea Viola, da sempre attivissimo nel denunciare le infiltrazioni della malavita organizzata in Gallura, è stata raccolta dal sindaco Giuseppe Meloni, che ha messo a disposizione la casa comunale perché la storia contenuta nel libro  potesse essere raccontata pubblicamente.
Io, Tizian, Viola e Meloni abbiamo condiviso il tavolo del dibattito, ciascuno per raccontare la propria esperienza dal proprio punto di vista di giornalista o amministratore, davanti ad un pubblico rapito, attento ad ogni sfumatura delle parole. Anche per ricordare che l’intrufolarsi delle mafie in Sardegna non è un’ipotesi o una fantasia, ma un dato di fatto confermato da migliaia di pagine di indagini. Non fondate su congetture di magistrati, ma su riscontri e intercettazioni inequivocabili. Sarebbe bello, ad esempio, che il nuovo procuratore di Tempio Domenico Fiordalisi riaprisse l’inchiesta Dirty Money, clamoroso spaccato di un’Olbia nel mirino delle cosche calabresi. E son sicuro che un magistrato di livello come lui non mancherà di riaprire quel libro, da cui tutti si tengono alla larga.
Torniamo a Tizian. Altre volte ho curato la presentazione di libri, ma mai come stavolta le parole fluivano spontanee. Mi è anche venuto in mente, e non ho potuto trattenermi dal ricordarlo, che tre anni fa, a pochi chilometri dal luogo dove ci trovavamo, il capo del Governo italiano aveva pubblicamente dichiarato che, se avesse potuto, avrebbe strozzato tutti quegli scrittori che scrivono di mafia, perché danneggiano l’immagine del nostro Paese. Per dire di quanto, oggi, sia ancora più difficile dedicarsi alla missione della verità, ostacolati dall’omertà insignita di un rango istituzionale. Per seppellire lo schifo di quelle parole ho letto una pagina estratta dall’infanzia di Giovanni, il ricordo potente del giorno in cui gli confessarono la verità sulla morte di Peppe. E lui scelse una stella nel cielo, per farne da quel momento l’immagine splendente del padre.
 Il libro, per essere chiari, non parla solo del dramma personale dell’autore ma sviscera tante storie di violenza, vessazione e coraggio, approfondendo con il linguaggio del cronista di razza collegamenti e interessi del potere delle cosche, in Italia e nel mondo.
Ad un certo punto, ho constatato tra me e me che, con i miei quarantadue anni, ero il più vecchio tra i quattro interlocutori. E questo dato anagrafico, forse insignificante, mi ha dato coraggio. Per l’Italia che verrà. Quell’Italia che, nella dedica a mio figlio, Giovanni ricorda essere bene delle giovani generazioni. Chiamate, oggi più che mai, a “Resistere!”

Una marcia per non dimenticare

Una volta l’anno la montagna dell’Aspromonte diventa il luogo in cui persone da tutta Italia si radunano per ricordare donne e uomini onesti uccisi dalla ‘ndrangheta. Un’invasione pacifica di un territorio un tempo nelle mani delle Cosche da parte di chi crede in una Calabria libera

Credits foto: Rosanna Garreffa e Frank Wainainadi Giovanni Tizian

Credits foto: Rosanna Garreffa e Frank Wainaina

 

C’è Debora Cartisano con sua madre e i suoi fratelli, per ricordare suo padre, Lollò, il fotografo, il calciatore, il commerciante che non si è piegato ai clan. Ci sono i genitori diCelestino Fava. I volti segnati dal tempo e soprattutto dal dolore, vestiti di abiti neri dal ’96, da quando il figlio è stato ucciso in una campagna di Palizzi, perché testimone, suo malgrado, di un delitto. Sangue su sangue. C’è Alessio Magro, giornalista e scrittore che racconta la storia di Rocco Gatto, il mugnaio comunista di Gioiosa Jonica ucciso nel ’77 dalle cosche locali. Francesca Chirico, anche lei giornalista e scrittrice, racconta diMassimiliano Carbone. Ci sono Mario Congiusta e sua figlia, che ricordano Gianluca, figlio e fratello ammazzato dai Costa, ‘ndranghetisti di Siderno. C’è la moglie di Vincenzo Grasso, assassinato a Locri nel ’89, la figlia dell’operaio Bruno Vinci di Serra San Bruno, il fratello di Giuseppe Luzza di Vibo Valenzia e il quello del poliziotto sicilianoBeppe Montana. E poi ci sono io, che ricordo Giuseppe Tizian, mio padre.

L’elenco dei familiari arrivati in questo scorcio d’Aspromonte è lungo. Anno dopo anno cresce e si aggiungono nuovi cartelli con altri nomi di vittime a segnare le tappe del percorso. Ogni sosta, una storia, un omicidio, un’ingiustizia. La maggior parte dei racconti ha un’amara conclusione: «il giudice ha deciso di archiviare, elementi di prova insufficienti». Vittime due volte. Prima del piombo della mafia, poi di uno Stato che non è stato capace di assicurare giustizia. Il 22 luglio è stato il loro giorno. La giornata delle vittime dimenticate della Locride, donne e uomini onesti uccisi dalla ‘ndrangheta.

Con ricorrenza annuale la montagna conosciuta ai più come l’abisso dei sequestrati, regno della ‘ndrangheta quando vestiva gli abiti primitivi dell’Anonima sequestri, viene riconquistata. E grazie al coraggio di pochi familiari l’immagine di questo luogo è completamente trasformata. Lungo i sentieri dell’Aspromonte per ricordare Lollò Cartisano e le altre vittime dimenticate della ‘ndrangheta, si radunano persone da tutta Italia. Anche Dario Montana, arriva dalla sua Sicilia trafelato per ricordare il fratello Bebbe. Il numero aumenta sempre. Quest’anno oltre 300 persone hanno invaso pacificamente un territorio un tempo inviolabile. Un serpentone colorato in movimento tra dirupi e piccole stradine scoscese. L’Aspromonte è stato liberato.

Il ritrovo è in località “Cersa llampata”. Nel dialetto duro di queste zone vuol dire quercia squarciata da un fulmine. Da qui partono studenti, associazioni antimafia, familiari delle vittime, testimoni di giustizia, cittadini. La camminata si preannuncia faticosa, ma nessuno desiste. Cinque chilometri separano il punto di partenza da Pietra Cappa, un imponente monolite che si erge sopra San Luca, il paese dai mille volti inerpicato sui pendii della montagna aspra. Qui è nato lo scrittore Corrado Alvaro. Tra queste vie senza numeri civici e tra i cassonetti della spazzatura sforacchiati dai colpi di proiettile, si nascondono le tradizioni e il folklore della mafia oggi più potente. San Luca , “Mamma” di tutta l’organizzazione, riferimento geografico e culturale del popolo criminale della ‘ndrangheta. Da qui è partito il commando che ha trasformato una faida tra famiglie minori in affare di dimensioni internazionali. Da qui si passa per arrivare al santuario di Polsi dove ogni 2 settembre i fedeli festeggiano la Madonna della Montagna, appuntamento sacro per i pellegrini e per i mammasantissima delle cosche che per l’evento si riuniscono e decidono le cariche da assegnare agli affiliati.

Su questi monti, lungo questi sentieri, dal 2003 anni il vento è cambiato. Il controllo asfissiante e lo strapotere dei capi locali deve fare i conti con una forma di Resistenza collettiva unica nel suo genere: la rioccupazione di un luogo simbolo per la ‘ndrangheta, l’Aspromonte e Pietra Cappa. Nuovi “ribelli della montagna” che raggiungono il punto preciso in cui i poliziotti hanno ritrovato i resti di Lollò Cartisano, il fotografo di Bovalino rapito e ucciso per aver detto no alle richieste di mazzette. Era il 1993, e il sequestro Cartisano è il diciottesimo rapimento nel piccolo comune di 8 mila anime. Un triste record. Dieci anni di appelli, manifestazioni, richieste, da parte dei familiari, che portano la Commissione antimafia fin dentro il cuore della Calabria.

Nel 2003 la svolta. Debora, la figlia del fotografo, riceve una lettera dell’ex carceriere, che senza firma indica il posto esatto dove sono stati sepolti i resti di Lollò. «Non riesco a guardare più negli occhi i miei figli», scrive nella missiva. Il 25 giugno avviene il ritrovamento. I poliziotti, due di Bovalino e quattro di Siderno, scavano fin dalle prime luci dell’alba nel luogo individuato il giorno prima. Tra loro c’è Donato, un ragazzo pugliese di grande sensibilità che conserva il piccone con il quale ha scavato come una reliquia. Da quel giorno, ogni anno, una processione laica, voluta da Deborah e dalla famiglia, inizialmente riservata ai familiari, colora di speranza il monte dei sequestri. E nel frattempo Donato, diventato uomo e ispettore del commissariato di Bovalino, con la sua confortante presenza e la sua dedizione professionale, assicura la buona riuscita dell’iniziativa.

Coraggio e volontà hanno spazzato via paura e omertà dai sentieri dell’Aspromonte. La faticosa riconquista di quelle lingue di terra, sangue e sassi appuntiti che conducono in cima a Pietra Cappa, da parte di chi crede in una Calabria libera, le vie crucis dei sequestrati trasformate in percorsi di libertà non è notizia che interessi l’informazione nazionale. Ma esiste, è un fatto. E pure rivoluzionario. Finita l’emergenza del periodo dei sequestri, arrestati i latitanti incappucciati nascosti nei covi di montagna, una volta che i vecchi padrini si sono trasformati in moderni boss che vestono gli abiti degli uomini d’affari, l’Italia ha dimenticato quel luogo misterioso e sinistro dove venivano trasportati industriali del Nord e interi pezzi di borghesia locale.

L’industria dei rapimenti ha alimentato le casse delle ‘ndrine. Decine e decine di miliardi di lire accumulati in 20 anni. Cash da riutilizzare per l’acquisto di grossi carichi di droga. O da reinvestire in attività economiche legali per comprare macchinari edili, camion per il trasporto terra utili alla costruzione di quartieri sgraziati nei paesi della marina jonica, e non solo. Quando inizia a sfumare la spettacolarità della violenza e del sangue, la Locride e l’Aspromonte perdono appeal per il mercato dell’informazione.

Non troverete istituzioni o ministri che arrivano fino in cima per ascoltare le tante storie di giustizia negata ai familiari che in questa giornata raccontano dei loro cari strappati alla vita dalla barbaria ‘ndranghetista. Sotto il sole che s’insinua tra i mirti di questa montagna c’è solo vera rabbia e sincera passione. Amore e ribellione al silenzio. Nessuno spazio per l’antimafia da palcoscenico. E tutto questo va raccontato agli italiani. Come va detto, che ogni anno il sentiero peggiora. E Deborah ha lanciato un appello: «ricostruiamo il ponte crollato che renderà più agevole la camminata». Appello caduto nel vuoto tra gli amministratori locali, ma recepito dai professionisti di Modena, che hanno costituito un presidio antimafia e hanno deciso di sporcarsi le mani e progettare un ponte nuovo di zecca. «Sarà il ponte della memoria», si emoziona la figlia di Lollò.

Nel pieno del pomeriggio il ritorno nel piazzale della “Quercia squarciata”. Il corteo torna verso gli autobus, le jeep, le auto. Il passaggio da San Luca è obbligato. Ma il ritorno è meno sorvegliato dell’andata. Infastidisce meno gli abitanti del paesino. Hanno tollerato l’invasione pacifica e non vedono l’ora che tutto ritorni alla normalità. A ciò che per loro è normalità. L’intensità degli sguardi è minore. La tensione è calata. Le anziane signore, vestite con gonne chi blu chi nere a pieghe aperte, lunghe a metà polpaccio, e camicia bianca siedono all’ombra vicino alle loro case. Composte e riservate. Hanno una lunga treccia raccolta a cestello sulla nuca. Il passaggio delle auto le lascia indifferenti. Poi ci sono le giovani. Molte di loro sono vestite lussuosamente, ma solo per fare sfoggio del loro benessere, e non hanno la grazia delle sanluchesi di un tempo. Il loro occhi fissano le auto che provengono dalla Marcia a Pietra Cappa. Quel passaggio disturba più loro che le anziane signore.

Lollò è stato prigioniero su questi monti. Li amava come si ama la donna della propria vita. Accompagnava gli amici, perché di quella bellezza non godessero solo gli ‘ndranghetisti e i loro complici. Ecco perché Debora e la moglie Mimma non ci hanno pensato due volte quando hanno saputo dove era stato tenuto prigioniero e ucciso. E hanno voluto percorrere con appuntamento annuale quel sentiero. E sempre più persone si sono unite a loro. E ora quell’enorme masso che ha assistito indifferente all’agonia di Lollò, è diventato il simbolo della Calabria liberata.

via l’Espresso 

 

 

Marconi Radio Days: ospiti illustri e grandi comunicatori per il 10° compleanno

Quattro giorni dedicati alla “comunicazione” con eventi e ospiti da non perdere: da Lilli Gruber, a Linus, Alessandro Bergonzoni, Marino Sinibaldi, Bernardo Iovene, Antonino Zichichi, WuMing2, Giovanni Tizian, Amedeo Ricucci, Egidia Arrigoni e tanti grandi comunicatori.

Dal 2004 lSasso Marconi ricorda le geniali intuizioni marconiane organizzando ogni anno una rassegna diincontri, mostre, spettacoli, per mettere in evidenza lo stretto legame tra il territorio e la storia delle telecomunicazioni.

L’edizione 2013 comincia giovedì 23 maggio con un convegno nazionale che si propone di presentare le ultime novità in tema di tecnologie wireless nella lotta al divario digitale (organizzato in collaborazione con Lepida Spa), con una tavola rotonda dedicata a Radio e Terremoto, mettendo in evidenza il ruolo della comunicazione senza-fili in occasione del terremoto dell’Emilia.
In serata, incontro con Giovanni Tizian, giornalista sotto scorta per le sue inchieste “scomode”, e presentazione del suo libro “La nostra guerra non è mai finita”.

Nella giornata successiva, venerdì 24, si procede con ladiretta da Sasso Marconi della trasmissione Fahrenheit di RadioRai (conduce Marino Sinibaldi) e  con i workshop sui mestieri della comunicazione (uno tenuto da Bernardo Iovene sulla video inchiesta e uno curato da “AudioDoc” sul documentario radiofonico).
In serata, un’originale messa in scena teatrale con Angela Malfitano ripropone il meglio degli spettacoli organizzati in questi 10 anni di storia dei Radio Days (tra cui ricordiamo il talkshow radiofonico in cui si incontrano Nikola Tesla e Guglielmo Marconi… un incontro mai avvenuto nella realtà ma molto “verosimile”).

Sabato 25 maggio si comincia in tarda mattinata con la presentazione del libro dedicato da Egidia Arrigoni al figlio Vittorio: all’incontro partecipa anche il giornalista Amedeo Ricucci per una riflessione sui reportage dai luoghi “caldi” del medio-oriente.

Nel pomeriggio è prevista la consegna dei Premi ‘Città di Sasso Marconi’ ai grandi comunicatori del nostro tempo. Sono 4 i premi consegnati in questa edizione: alla giornalistaLilli Gruber, all’artista Alessandro Bergonzoni, ai DJ Linus e Albertino e al Sen. americano Harris McDowell - esperto in politiche ambientali e già premiato anche dal presidente Obama.

Domenica 26 la mattinata si apre con un incontro con Lilli Gruber e Bice Biagi, e la presentazione dei rispettivi libri, “Eredità” e “Casa Biagi, una storia familiare”. Nel pomeriggio, a Borgonuovo per percorrere (a piedi, in bici, in skate, con i pattini…) la nuova pista ciclo-pedonale fino al Mausoleo Marconi, e di lì si sale a Villa Griffone - dove, oltre un secolo fa, il giovane Guglielmo Marconi realizzò alla fine i suoi primi e decisivi esperimenti – per il Gran Galà conclusivo della rassegna: la X edizione ‘Marconi Radio Days’ si chiude con la lezione del Prof. Antonino Zichichi sulle grandi conquiste della scienza, la consegna delle borse di studio per le tesi di laurea sulle telecomunicazioni, e un brindisi musicale nel parco.

via Bolognatoday

 

GIOVANNI TIZIAN – LA NOSTRA GUERRA NON E’ MAI FINITA

18 maggio 2013  ore 18.00

ALLE TENDA A MODENA Via Monte Kosica

                                               con Coordinamento Libera Modena, Presidio Libera Peppe Tizian, Associazione culturale l’Asino che Vola

LA NOSTRA GUERRA NON E’ MAI FINITA ALLA LIBRERIA IBS DI MANTOVA


LIBRERIA IBS MANTOVA

Via Verdi 50

Venerdì 17 maggio 2013 ore 18.00

 

 

Giovanni Tizian presenta  La nostra guerra non è mai finita

Interviene il Direttore della Gazzetta di Mantova Paolo Boldrini

LA NOSTRA GUERRA NON E’ MAI FINITA A ROMA – LA FELTRINELLI GALLERIA SORDI

INCONTRO CON GIOVANNI TIZIAN

La nostra guerra non è mai finita

Mercoledì 15 Maggio 2013 dalle ore 18:00

piazza Colonna, 31/35 – 00187 Roma RM

la Feltrinelli Libri e Musica

Giovanni Tizian presenta La nostra guerra non è mai finita(Mondadori). Intervengono Gianfrancesco Turano e Roberto Pennisi

GIORNALISMO: ART. 21, PREMIEREMO TIZIAN, IACONA, BOLDRINI E KYENGE

AGENPARL) – Roma, 15 mag - L’associazione articolo 21, che aveva già deliberato di assegnare ai giornalisti Riccardo Iacona e Giovanni Tizian, il tradizionale premio “Paolo Giuntella” dedicato a chi contribuisce ad illuminare mondi e temi oscurati, ha deciso di attribuire un riconoscimento speciale a due donne che, nel passato e nel presente, hanno dedicato e dedicano la loro vita agli “Invisibili” e a straordinarie battaglie di civiltà: dal riconoscimento dei diritti per i più deboli, sino allo ius soli e alla strenua difesa della Costituzione. Si tratta di Laura Boldrini, presidente della camera, e Cecile Kyenge, ministra della integrazione che,con la loro azione, hanno contribuito e contribuiscono a riportare alla attenzione della politica e dei media temi e persone che, altrimenti, sarebbero stati confinati nelle note a pié di pagina…” Lo rendono noto Stefano Corradinoe Giuseppe Giulietti, direttore e portavoce di Articolo21. “Per queste ragioni, ed anche perché donne coraggiose, stanno subendo attacchi, aggressioni e ingiurie da parte di chi strapperebbe volentieri alcune pagine dalla nostra carta costituzionale, in particolare quelle relative alla’guaglianza dei cittadini di fronte alla legge e al divieto di discriminare chiunque per motivi razziali, religiosi, politici. Da oggi Articolo21 avvierà una campagna per sostenere le loro battaglie e lancerà la campagna “Io sto con Laura e con Cecile” e con tutte le persone che si battono per il riconoscimento dei diritti civili, sociali e politici, senza eccezione alcuna”.

via Agenzia Parlamentare 

GIORNALISTI DI MAFIA A 3 EURO: TRA APPLAUSI E RABBIA IL PRIMO PREMIO MIMMO CALABRO’

Ieri al Teatro Sangiorgi si è svolta la prima edizione del premio nazionale di giornalismo giudiziario investigativo dedicato al giornalista scomparso “Domenico Calabrò”.

Domenico Calabrò, Mimmo per gli amici, era un caposervizio della Gazzetta del Sud, e responsabile dell’edizione locale della Gazzetta del Sud di Messina e direttore della rivista Microcredito e Microfinanza. Calabrò, possiamo definire che è morto mentre assolveva al suo dovere di giornalista, fintanto che alla guida della sua auto, colto da malore davanti la sede del comando provinciale dei carabinieri di Catania nella centralissima Piazza Verga, tentava di lasciare un comunicato stampa, fatalmente l’ultimo. E’ mancato, di notte, proprio davanti al cancello della caserma.

Fin da ragazzino si era dedicato al giornalismo d’inchiesta per  raccontare quelle verità che spesso non si vuole raccontare, occupandosi per la Gazzetta del Sud di un argomento “spinoso” quale quello della drangheta.

Un giornalista, un amico, ma soprattutto un padre che amava il suo lavoro. Mimmo è stato ricordato dai suoi figli e dai tanti amici e colleghi.

Alla serata, condotta dalla giornalista Costanza Calabrese, volto noto del Tg 5. , sono intervenuti il Procuratore di Salerno Franco Roberti,Catello Maresca e Giovanni Conzo pm. della DDA di Napoli, e il presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Enzo Jacopino, il quale, durante la premiazione, ha voluto sottolineare non solo lo stato di precarietà della categoria ma anche i vergognosi “compensi” dati ai giornalisti, schiavi di un sistema che non fa altro che fare gli interessi solo di pochi limitando così anche quella libertà di stampa che dovrebbe essere la regola cardine del giornalismo ma che spesso non è così.

Chi decide di fare il giornalista e lo fa con professionalità (al di là se sia pubblicista o professionista) è  perché crede in questo lavoro e con il suo operato vuole andare in fondo sempre alla ricerca della verità e quando si cominciano a toccare argomenti come la drangheta o la camorra o la mafia allora cominciano le minacce, gli avvertimenti “o ti stai zitto oppure….” , come è successo a Giovanni Tizian oggi sotto scorta, premiato nella sezione “Giornalisti coraggiosi”.,  che con i suoi due libri  “Gotica. Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la Linea” e “La nostra guerra non è mai finita” parla della  drangheta dando così non poco “fastidio” a qualcuno.

Fare giornalismo investigativo vuol dire andare oltre a un semplice fatto di cronaca nera perchè un bravo giornalista si domanda sempre cosa ci sia dietro a quel fatto e da li fino ad  arrivare alla verità e a volte mettendo a repentaglio la vita.

Seby Bella e Monica Colaianni

Vedi la video intervista

 Via Sudpress