Category Archives: Inchieste

I Gentile tra appalti e politica Gli affari dei ras di Cosenza

 

La notizia di un’indagine della magistratura sul giovane Andrea e il goffo tentativo di bloccarne la diffusione sono costate il posto di sottosegretario al senatore di Ncd Antonio. Ecco in quali incarichi e consulenze si muove la potente famiglia calabrese

 

di Giovanni Tizian

 

I Gentile tra appalti e politica Gli affari dei ras di Cosenza

 

Andrea ha tutte le carte in regola per guardare avanti con ottimismo. È giovane, laureato, ambizioso. Ha 34 anni e vanta un curriculum ricco di esperienze e incarichi. E, soprattutto, di cognome fa Gentile. Che a Cosenza non è poco.Ma a rovinare la festa in famiglia per la “promozione” a sottosegretario del padre Antonio è arrivata la bufera scatenata dal direttore de “L’Ora della Calabria”, Luciano Regolo, che ha accusato il senatore Ncd di aver fatto pressioni per bloccare l’uscita del giornale che riportava la notizia dell’inchiesta sul figlio , coinvolto nell’affaire delle consulenze d’oro della sanità cosentina. Alle accuse di censura, Gentile ha risposto promettendo querele, salvo poi essere costretto dall’opportunità politica a dimettersi.

Con o senza dimissioni però, a Cosenza i fili delle politica li hanno sempre mossi loro, Antonio e Pino, i due fratelli che reggono la diarchia. Nel loro feudo, sanità e lavori pubblici garantiscono voti e mantengono il consenso.

La registrazione integrale della telefonata tra l’editore dell’Ora della Calabria Alfredo Citrigo e Umberto De Rose, presidente di Fincalabra e stampatore de quotidiano. L’obiettivo di De Rose è quello di non fare uscire la notizia relativa all’inchiesta sul figlio del senatore del Nuovo Centrodestra Antonio Gentile, sottosegretario alle Infrastrutture. La resistanza della direzione portò il giornale a non rimuovere la notizia. Tuttavia il quotidiano non arrivò lo stesso in edicola grazie a un provvidenziale “guasto” alle rotative di De RoseASCOLTA LA TELEFONATA  

 

Il figlio di Antonio è un avvocato trentenne in carriera. Laurea alla Luiss con una tesi in diritto penale, esperto di anticorruzione e collaboratore universitario. Andrea ha fatto pratica nello studio di Nicola Gaetano, l’inquisito fedelissimo alla linea dei Gentile che dall’azienda sanitaria cosentina, secondo gli investigatori, avrebbe ricevuto 900 mila euro per 45 consulenze. Alcune delle quali, e questo è il nuovo filone delle indagini, sarebbero state girate ad Andrea Gentile per un valore superiore ai 50 mila euro.Ma non ci sono solo le attività svolte nel campo della sanità. Il giovane Gentile ha avuto incarichi da una decina di enti pubblici e privati. Da quanto risulta a “l’Espresso”, Andrea siede anche nel comitato dei controlli della Regione Lombardia guidata dal leghistaRoberto Maroni, che ha firmato la delibera di incarico nel luglio 2013. Retribuzione: 18.900 euro all’anno più un gettone di presenza di 166 euro.

Una nomina che deve essere sfuggita anche al segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, che ha criticato il governo proprio per la scelta di Antonio Gentile  come sottosegretario.

Il comitato dei controlli della Regione Lombardia ha un ruolo delicato ed ha facoltà di chiedere documenti riservati per indagare sulla corretta gestione delle proprie partecipate. Tra queste c’è Infrastrutture lombarde, la cassaforte del Pirellone per le grandi opere, con un ruolo di primissimo piano nell’Expo 2015.

Andrea Gentile ricopre altri due incarichi in altrettanti organismi di vigilanza: il primo nella Sacal, la società che gestisce l’aeroporto di Lamezia Terme; il secondo in una azienda lombarda, la Dussmann, che ha lavorato in appalto per l’ospedale di Cosenza gestendo i lavori di pulizia.

Un’altra consulenza è arrivata all’avvocato Gentile dai commissari prefettizi del Comune di Amantea, paesone del Cosentino bagnato dal Tirreno, per la costituzione di parte civile in un processo di mafia. Incarico simile l’aveva ottenuto solo due mesi prima l’amico e coindagato Nicola Gaetano, pure lui ingaggiato come esperto esterno dai tre funzionari inviati ad Amantea dal Viminale. Una delle firme sulla delibera è del viceprefetto Francesco Sperti, accusato dalla Procura antimafia di Napoli di complicità con il clan Contini.

Ma la vera passione di Gentile junior sono le aule di tribunale. Difensore in diversi procedimenti che contano, Andrea è stato avvocato nella vicenda della nomina a dirigente della Regione Calabria di Alessandra Sarlo, moglie del giudice Vincenzo Giglio, arrestato nel 2011 per collusioni con la ‘ndrangheta. Per il caso Sarlo è stato rinviato a giudizio il governatore Scopelliti. Insomma, tra le parcelle ricevute dagli enti pubblici e quelle sborsate dalle aziende private l’enfant prodige della dinastia Gentile ha davanti a sé un futuro sereno.

Il vero “pallino” della famiglia resta tuttavia la politica. Strada sulla quale si è incamminata sua cugina Katia Gentile. Funzionaria dell’ospedale di Cosenza, ma politica di razza, nipote del sottosegretario e figlia di Pino, assessore con Scopelliti, a differenza di Andrea,Katia ha seguito le orme del padre: nel 2011 è stata la più votata tra i consiglieri comunali. E’ stata vicesindaco e, come il padre negli anni ’80, ha ricoperto la carica di assessore ai lavori pubblici. Dopo due anni Katia ha lasciato la giunta per contrasti con il sindaco. E la famiglia adesso, non ha avuto neanche il tempo di festeggiare la nomina di Antonio a sottosegretario. Era la seconda in quattro anni: con Silvio Berlusconi nel 2011 e con Renzi in quota Nuovo Centrodestra. Quest’ultima durata solo poche ore.

Nomine teatri, che brutta musica per Annamaria Cancellieri

 

Nuova grana per il ministro della Giustizia uscente, grande appassionata di lirica. A Bologna, quando era commissario prefettizio, avrebbe favorito in maniera irregolare Francesco Ernani alla guida del Comunale. E ora un candidato alla stesso incarico la chiama in causa con un esposto in procura

 

di Giovanni Tizian

Nomine teatri, che brutta musica per Annamaria Cancellieri
Annamaria Cancellieri

Una nuova grana rischia di guastare il finale di Annamaria Cancellieri al ministero della Giustizia. Una stecca, verrebbe da dire. E non è una questione di mazzette, ma di lirica che con i balletti e la musica classica sono la grande passione del Guardasigilli uscente. L’ultimo guaio viene dal suo passato di commissario prefettizio a Bologna, incarico che la rendeva anche presidente della fondazione del teatro comunale cittadino. Nel 2010 nominò alla guida del teatro Francesco Ernani, notissimo professionista, anche se “silurato” all’Opera di Roma per i buchi nei bilanci. Quella tra Cancellieri e Ernani è una liason artistica consolidata: quando era commissario a Catania lo scelse come consulente al Bellini.

Già in Sicilia la questione è finita in procura, con un’indagine per abuso d’ufficio aperta tre anni fa nei confronti dell’attuale ministro. E ora il copione rischia di ripetersi a Bologna. Con un duplice fronte giudiziario. Infatti Maurizio Pietrantonio, che rivendicava il podio del teatro, si è rivolto ai giudici del lavoro per ottenere ragione. Non solo. A fine luglio 2013 Pietrantonio ha presentato anche un esposto in procura, nel quale indica i responsabili della sua rimozione: accusa la commissione e il presidente della fondazione, che ai tempi era proprio l’attuale ministro. Nel dossier Pietrantonio, difeso nel filone penale dall’avvocato Elio Palombi, vengono descritte irregolarità, presunti abusi e indicati i responsabili. Quanto è bastato per fare aprire un procedimento penale, dove però non compare il nome del ministro: il fascicolo è a carico di ignoti, o meglio “di persone da identificare”. Una scelta che non ha convinto la difesa di Pietrantonio, che ha chiesto chiarimenti senza ricevere risposta.

La Cancellieri è arrivata sotto le Due Torri nel febbraio 2010, subito dopo l’esperienza al Bellini. E qui le è toccato presiedere il consiglio della fondazione del Comunale. Fu lei a insistere che si scegliesse il dirigente attraverso un bando pubblico, in nome della trasparenza: «le modalità di selezione saranno estranee alle logiche politiche e sulla base di trasparenti criteri di professionalità», come disse nell’ottobre 2010. Insomma, le buone intenzioni c’erano tutte. Poi però i bandi si sdoppiano. In quello pubblicato sul sito dell’ente, il presidente del Consiglio di amministrazione si riserva la possibilità di proporre candidati di suo gradimento, anche privi di alcuni dei requisiti stabiliti o che non hanno neppure presentato domanda. In quello ufficiale, invece, timbrato dal consiglio di amministrazione e firmato Cancellieri il 2 novembre 2010, queste clausole non ci sono.

Eppure, secondo la difesa dell’artista escluso, sono decisive per comprendere la logica utilizzata per la nomina Ernani. L’avvocato Francesco Vetrò, che segue Pietrantonio nel processo civile, aveva chiesto al giudice di acquisire i due bandi differenti e una mail in cui si indica la nomina come una scelta di parte: dettata da criteri più politici che di merito. Il magistrato però ha ha respinto la richiesta.

Ma“l’Espresso” è in grado di rivelare il contenuto della missiva inviata da uno dei componenti del consiglio di amministrazione al candidato perdente. «La tua brillante esposizione è stata apprezzata ma lo scontro è diventato politico (anche se mascherato)», si legge nella lettera, che conclude con una nota amara sul capoluogo emiliano: «mi dispiace non essere andato oltre questo risultato ma Bologna è notoriamente una città difficile».

C’è un altro punto sul quale insiste l’avvocato. Se è vero che i candidati dovevano dimostrare di avere gestito altre fondazioni o enti raggiungendo il pareggio di bilancio, Ernani doveva essere escluso in partenza. Quando dirigeva l’Opera di Roma era stato commissariato proprio per i conti in rosso: «meno 11 milioni nel bilancio 2008 e sotto di 6 nel 2009», scrivono nell’atto di citazione.

Non è la prima volta che Maurizio Pietrantonio si scontra con rapporto tra politica e teatri. Fino al 2011 ha diretto il Lirico di Cagliari, dove è stato testimone di una vicenda che vede indagato il sindaco Massimo Zedda per abuso di ufficio, proprio per la nomina di un sovraintendente senza i requisiti. L’inchiesta anche in quel caso è partita da un esposto e la nominata, hanno raccontato alcuni testimoni ai magistrati, era una protetta di Gianni Letta. Dalla Sardegna all’Emilia, stando alle accuse, la musica non sembra essere cambiata.

via l’Espresso

‘Ora Lampedusa non è più sola’. Intervista a Giusi Nicolini

Negli ultimi giorni sono sbarcate sull’isola oltre mille persone e su uno dei barconi soccorsi c’erano due cadaveri. Il sindaco della località siciliana spiega in questa intervista perché la candidatura al Nobel per la pace restituisce dignità ai morti. E riconosce il valore della solidarietà

di Giovanni Tizian

'Ora Lampedusa non è più sola'. Intervista a Giusi Nicolini

 

 

 

 

 

 

La candidatura per il premio Nobel? «È un riscatto per Lampedusa che ha vissuto nella solitudine una delle pagine più drammatiche della storia recente, e per i morti senza nome caduti in questo pezzo di Mediterraneo». Giuseppina Maria Nicolini passerà alla storia come il sindaco dell’isola di Lampedusa che si gioca un posto nell’albo dell’Accademia più blasonata del mondo. La notizia della candidatura, ufficializzata dopo le firme raccolte da “l’Espresso”, arriva sull’isola come un segnale di cambiamento. E lei non nasconde l’emozione. Ma nemmeno tace le anomalie del sistema fondato sull’emergenza e sulla Bossi-Fini, che «andrebbe abolita».

Sindaco, che effetto fa Lampedusa candidata al Nobel?
«Il riconoscimento è già un grande onore. Ma è anche la via per dare dignità ai morti che non hanno mai avuto un nome. Per ricordare gli innominati inghiottiti dal Mediterraneo».

non hanno mai avuto un nome. Per ricordare gli innominati inghiottiti dal Mediterraneo».

Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa
Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa

Il premier Enrico Letta commentando la candidatura vi ha definito «il cuore dell’Europa» e «un laboratorio sociale».
«I termini usati dal premier sono quelli che ho in mente io per rilanciare Lampedusa. Ma la grande rivoluzione porta la firma di Papa Francesco: ha indicato la nostra isola come l’ inizio dell’Europa, non come la fine. E quindi dobbiamo impegnarci, tutti, affinché essa diventi il centro del Mediterraneo. Deve trasformarsi in un luogo dove si progetta una politica comune e solidale di tutta l’area, a partire dai diritti umani e per finire con l’economia. Immaginiamo un mare attraversato liberamente da uomini e culture, dove gli unici mezzi ai quali è vietato viaggiare sono quelli dei mercanti di persone».

E l’isola cosa si aspetta dal governo?
«Lampedusa ha chiesto una cosa semplice: è necessario che anche le isole più lontane abbiano strutture e servizi primari uguali al resto dell’Italia, e oggi non è così. Non è così a Lampedusa ma neanche nelle altre aree di confine del Paese, che sono parte importante del patrimonio culturale e naturale. La battaglia per liberare Lampedusa dal destino di terra di frontiera è una battaglia comune, di tutti gli italiani. Noi chiediamo cose banali: per esempio avere l’acqua tutti i giorni e non essere costretti ad aspettare la cisterna come nel medioevo, navi moderne che non impieghino 10 ore per percorrere 120 miglia. Fare il sindaco a Lampedusa è difficile, qui ci sono questioni di prima necessità che non sono mai state risolte. Vivere da lampedusani vuol dire vivere da ultimi dell’Europa. Invece vorremmo entrare in Italia dentro un quadro di coesione nazionale. E non sentirci più un problema».

La missione “Mare Nostrum” della Marina ha cambiato la situazione?
«La missione della Marina, con tutto il rispetto per il progetto Mare nostrum, non è un’azione che evita i morti. Se costruisci una barriera non eviti i naufragi. Certo, questo ha spostato in avanti il pattugliamento e la vigilanza, ma salvare le vite umane è quello che già faceva la nostra guardia costiera. Attenzione: non voglio sminuire il valore di “Mare nostrum”, dico solo che la Guardia costiera in tutti questi anni ha lavorato con grande professionalità e passione».

Il video sugli abusi all’interno del centro di accoglienza mandato in onda dal Tg2 ha mostrato quanto fosse grave la situazione per i migranti. Vi ha sorpreso?
«Quelle immagini mi hanno indignato, ma non mi hanno meravigliato. Oggi l’ente che gestisce il centro è stato sostituito, ma poco è cambiato. Non ho bisogno di guardare un video per capire che in un posto così sovraffollato la dignità umana è l’ultima cosa che viene rispettata. I nostri occhi sono stati testimoni del degrado con cui accogliamo i migranti. Stesi a terra, stretti come sardine. E poi ricordo i 180 minori, rinchiusi con i genitori. Il nostro modello di accoglienza non funziona: è disumano. Mi chiedo: perché aspettare i morti per indignarci? Dopo le tragedie, l’Italia e l’Europa hanno scoperto che qui arrivano bambini e famiglie, che questi centri più che di accoglienza sono luoghi che cancellano l’identità. Ma su quel che vi accade cosa sanno gli italiani? Abbiamo lasciato che uomini politici come Calderoli o Salvini sostenessero tesi assurde a difesa di queste strutture. Abbiamo sentito dire che rinchiudere qui i migranti è il modo migliore per evitare gli stupri e i furti. Il fatto è che i richiedenti asilo, respinti da Maroni nel 2009, non potevano essere rimpatriati. Dobbiamo accoglierli. Ma non può essere fatto nei Cara, i centri accoglienza richiedenti asilo che restano dei Cie camuffati. Non sarebbe meglio, mi chiedo e propongo, creare accoglienza diffusa sul territorio? Lavorare per l’integrazione incentivando i comuni ad accogliere: basterebbe fornire i mezzi necessari. Ma anche questo non basta. Perché è necessario una volta per tutte abolire la Bossi-Fini: ci vuole una legge sul diritto di asilo e bisogna pensare a una politica diversa per i migranti».

L’immigrazione è un’emergenza o sono le leggi che non funzionano a creare situazioni critiche?
«Quello cui assistiamo è il risultato di leggi di tipo emergenziale. Ma come si fa a definire “emergenziale ” un quotidiano che Lampedusa vive da 15 anni? Eppure nessuno ha lavorato per evitare le stragi di migranti. Legiferare seguendo l’emergenza, come spesso accade in Italia, è stata una scelta che ha alimentato business milionari. Non siamo stati capaci di creare un sistema stabile di accoglienza. È come non volere riconoscere che siamo dentro una pagina di storia».

Cosa vorrebbe che cambiasse nei prossimi mesi?
«Vorrei che nessuno morisse più in mare. E che i migranti potessero chiedere asilo nei Paesi di transito. Dove ci sono ambasciate italiane ed europee. Lo si deve fare per non farli annegare più e anche per spendere meno soldi in soccorsi e pattugliamenti. Denari che potremmo usare per aiutare le persone bloccate nei campi profughi».

E cosa potrebbe cambiare se si arrivasse al Nobel?
«Ci sono candidature che forse lo meritano più di noi, ma questo risultato è già un traguardo enorme. Un’operazione verità. È come dire a tutto il mondo che questi morti sono l’Olocausto di oggi. È un premio all’accoglienza solidale, quella dal basso, dei cittadini, l’unica che non fa affondare il nostro Continente».

 

Via L’Espresso


Terra dei fuochi, le bonifiche saranno a spese dei boss

Il Senato approva il decreto: il risanamento ambientale si farà utilizzando i patrimoni confiscati  alla mafia confluiti nel Fondo unico giustizia. Tra le novità anche il monitoraggio sugli appalti per le bonifiche, per evitare le infiltrazioni delle cosche nei contratti pubblici

 

di Giovanni Tizian

Il Senato approva il decreto legge “Ilva- Terra dei fuochi”. Nove articoli densi di novità. E la possibilità di pagare le bonifiche in Campania con i denari sottratti ai boss. Altri soldi arriveranno dal governo che ha stanziato 80 milioni spalmati nei prossimi due anni. Cinquanta di questi serviranno a garantire lo screening sanitario gratuito per i cittadini campani e pugliesi residenti nelle aree contaminate. Reato di combustione dei rifiuti, mappatura dei terreni per distinguere le aree contaminate da quelle sane, disposizione di alcuni vincoli sui terreni segnalati, accelerazione sul risanamento ambientale, più trasparenza per i cittadini e l’invio di 850 militari dell’esercito a presidio del territorio per un anno.

Queste alcune delle novità introdotte dal decreto, pensato e scritto in piena emergenza. Ma l’emendamento più atteso diventato articolo del decreto, chiesto a gran voce anche dalle associazioni, è sull’utilizzo del patrimonio sequestrato e confiscato ai mafiosi confluiti nel Fondo unico giustizia(Fug).

L’articolo 2 comma 5 bis prevede proprio questo. E accoglie in pieno l’interpellanza del settembre 2013. Primi firmatari i senatori del Pd Rosaria Capacchione e Stefano Vaccari che hanno chiesto al ministro della Giustizia, dell’Interno e dell’Ambiente di utilizzareparte del patrimonio sottratto a Cipriano Chianese, l’inventore delle ecomafie, per bonificare le aree avvelenata del Clan dei Casalesi, l’organizzazione per la quale, secondo gli investigatori, Chianese ha lavorato e smaltito rifiuti.

Oggi l’avvocato candidato nel ’94 con Forza Italia è sotto processo a Napoli per disastro ambientale e avvelenamento delle falde acquifere.

I pm lo accusano di avere ucciso l’ambiente assieme al boss Francesco Bidognetti, già condannato a 20 anni per gli stessi reati. «Tre mesi fa sono confluiti, in via definitiva, i 14 milioni di euro confiscati a Cipriano Chianese, avvocato di Parete (paesone del Casertanondr), che delle ecomafie è stato l’inventore e lo stratega per oltre 20 anni», si legge nell’interpellanza, che prosegue: «Denaro contante, che nel 2006, data del sequestro disposto dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, era depositato sui conti dell’uomo che ha gestito trasporto e smaltimento di immondizia casalinga e scorie industriali almeno dal 1988 e per l’intera durata dell’emergenza rifiuti in Campania del 2003. Sono una parte dei 32 milioni che in quegli anni pretese e ottenne per mettere a disposizione del Commissario straordinario i fossi delle cave X e Z accanto alla Resit e alle discariche di Gaetano Vassallo.

Erano impianti chiusi, che avrebbe dovuto mettere in sicurezza già anni prima, ma che riuscì a rimettere in funzione oliando i cardini delle porte giuste, soprattutto di quanti avrebbero dovuto controllare che quei siti fossero idonei e salubri. E sono una parte quasi marginale dello smisurato patrimonio immobiliare, centinaia di appartamenti di pregio e un albergo che si affaccia sulle mura ciclopiche di Formia, che pure è entrato nel provvedimento di confisca».

I 14 milioni di euro sottratti a Chianese rappresentano il 40 per cento della somma – 36 milioni – attualmente destinati al commissario per le bonifiche, Mario De Biasio, per la messa in sicurezza dei 200 ettari di territorio inquinato o contaminato dalle discariche nell’area a nord di Napoli: Tor tre ponti, Pozzo bianco, area Resit, cava Giuliani, cave X e Z, San Giuseppiello, Masseria del Pozzo, Scafarea. E la sola messa in sicurezza di Resit, che apparteneva a Cipriano Chianese, costerà 9 milioni.

I soldi confiscati all’avvocato di Parete sarebbero sufficienti per svolgere le operazioni di bonifica, «ma attualmente non è possibile disporne, in quanto Equitalia Giustizia destina i fondi del Fug a indefinite spese giudiziarie, distribuendole sul territorio nazionale secondo criteri che inutilmente presidenti di Tribunali e capi delle Procure hanno cercato di comprendere», denunciavano nell’interpellanza. Poi la svolta. L’interpellanza diventa articolo del decreto. Quei soldi verranno riutilizzati per risanare la terra dei fuochi, per le bonifiche che ancora devono iniziare. E che, come tutti i business milionari, fanno gola alle cosche.

Già, i manager del rifiuti che hanno distrutto e contaminato la Campania felix si sarebbero messi in moto per ripulire, cercando di drenare denaro pubblico. Ma gli investigatori già da tempo tengono sotto osservazione ogni movimento sospetto.

E qui arriviamo al secondo punto decisivo del decreto, il monitoraggio sugli appalti per le bonifiche. L’articolo 2 bis introdotto durante l’esame del testo a Montecitorio: prevede una serie di attività investigative di prevenzione per evitare le infiltrazioni della mafia nell’esecuzione dei contratti pubblici e nell’erogazione di denaro connesse alla bonifica delle aree inquinate della Campania.

Sarà il prefetto di Napoli a coordinare le varie forze di polizia. Inoltre, il testo prevede l’ istituzione di un gruppo interforze (dipendente dal ministero dell’Interno, sul modello dei gruppi nati per il monitoraggio dell’Expo o dei cantieri post terremoto dell’Aquila e dell’Emilia) che si dedicherà al controllo delle aziende che dovranno lavorare nelle bonifiche delle aree inquinate. Le radiograferà, certificandone la mafiosità o meno. E infine, sempre allo stesso articolo, è prevista la tracciabilità dei flussi finanziari, che ogni aziende deve rendere trasparente, e la costituzione presso la Prefettura delle white list, l’elenco delle ditte non colluse con i clan. Ora, resta da capire se potranno lavorare solo le ditte iscritte agli elenchi prefettizi oppure l’iscrizione sarà facoltativa.

Nella seconda ipotesi il fallimento è quasi certo. Visto che a oggi le uniche “white list” che funzionano – secondo uno studio interno del comparto degli edili della Cgil – sono quelle istituite in Emilia per la ricostruzione post sisma. Dove per lavorare e ricevere i soldi pubblici la imprese devono essere iscritte agli elenchi della prefettura.

A Napoli, tra la gente, il 16 novembre durante la manifestazione organizzata dalla Terra dei fuochi per dire no al ‘biocidio’. Di Duccio Giordano

GUARDA IL VIDEO E LE INTERVISTE

Via L’Espresso

 

 

 

 

Politici, è la stagione delle microspie

Politici, è la stagione delle microspie Il caso delle registrazioni di Nunzia de Girolamo e, negli ultimi giorni quello delle ‘cimici’ posizionate nelle poltrone usate dal governatore del Lazio Nicola Zingaretti e dei suoi uomini. Sono solo gli episodi più eclatanti di una tendenza nazionale: grazie alle tecnologie più accessibili, ci stiamo trasformando in un popolo di spioni

di Giovanni Tizian

Persino un innocente cadeau natalizio, gentile omaggio di palazzo Chigi, può celare l’inganno. E quel Blackberry di ultima generazione donato a cardinali, politici e giornalisti, non era un semplice cellulare ma conteneva una microspia capace di intercettare ogni conversazione. La mutazione dello smartphone in cimice è stata scoperta per caso, quando uno dei proprietari ha dovuto far riparare il regalo e i tecnici hanno individuato il congegno. Una vicenda surreale, quasi leggendaria, che risale al 2008 con Silvio Berlusconi premier. Da allora però lo spionaggio fai-da-te è diventato un fenomeno di massa. Dirigenti che registrano le conversazioni con i superiori, imprenditori che sorvegliano i dipendenti, preti che piazzano telecamere in parrocchia, mogli che pedinano i mariti con il gps, genitori che televigilano sui figli.

C’è chi lo fa per gelosia, chi per interesse e chi per potere. Le cronache infatti offrono un panorama impressionante di detective improvvisati. Dai casi boccacceschi fino al Sanniogate, con i nastri dei colloqui tra un dirigente dell’Asl e il ministro Nunzia De Girolamo che hanno fatto vacillare il governo Letta. E ci sono anche maestri delle trame che si costruiscono centrali casalinghe d’intercettazione, come il faccendiere Luigi Bisignani o il commercialista Paolo Oliviero. Fino alla microspia artigianale infilata nella poltrona del governatore laziale Nicola Zingaretti. «Lo spionaggio di tipo politico in Italia è molto evidente», spiega a “l’Espresso” Antonio Mutti, sociologo dell’università di Pavia e autore per Il Mulino di “Spionaggio, il lato oscuro della società”: «L’utilizzo di informazioni sugli avversari a fini di lotta politica è diventato, purtroppo, un fatto normale. I dati riservati raccolti vengono poi utilizzati per ricattare».

guarda le foto

{}

 

È un fenomeno di massa, l’evoluzione hi-tech del pettegolezzo. Dal gossip si è passati all’intelligence, nelle grandi trame e nei piccoli intrallazzi: l’istantanea di una società dove tanti si fanno 007 per impossessarsi dei segreti altrui. «Sono segnali inquietanti di una sorta di spionaggio collettivo, ognuno si difende spiando gli altri, ciascuno vede nell’altro un potenziale nemico», analizza l’antropologo Marino Niola:«La frantumazione dei confini tra sfera privata e pubblica ci ha assuefatti all’essere spiati, perché spiamo anche noi. È una società che ha perso la bussola, che non capisce più dove finiscono i diritti e comincia la prepotenza e l’inganno».

SUPERMARKET 007. A testimoniare la frenesia spiona è il proliferare di negozi dove è possibile acquistare kit da James Bond casalingo. «Già negli anni ’90 avevamo molte richieste, però il vero boom c’è stato con l’arrivo degli smartphone», ricostruisce Francesco Polimeni, un passato nella polizia di Stato e da vent’anni a capo della Polinet e di Spiare.com, società leader nella vendita di strumenti di sorveglianza. Difficile fare una stima del valore di questo mercato. «Aziende serie che operano in questo settore ce ne saranno quattro in Italia e il nostro fatturato è di circa 500 mila euro l’anno.

Poi ci sono le centinaia di piccole ditte individuali nate come funghi che offrono materiale scadente, ma che globalmente hanno un giro d’affari di parecchi milioni».

Negli scaffali, reali o online, ci sono gadget per tutte le tasche. Una penna-spia made in China costa pochi euro, mentre nei negozi specializzati il prezzo supera i 200. I clienti sono soprattutto privati: mariti e mogli gelosi, vicini di casa diffidenti, manager e funzionari. Entrare nelle vite degli altri è sempre più facile. Il catalogo è infinito. C’è la penna stilografica, elegante con i bordi dorati, che registra audio e video: la vende pure Amazon. O il classico orologio da parete con telecamera incorporata da 400 euro, perfetto per filmare le riunioni. E altri gadget incorporati in accendini, occhiali da sole, chiavette usb, telecomandi per auto, portachiavi. Una delle chicche più richieste è il microfono incastonato nella scarpa con tacco dieci o nella classica Oxford da uomo. «Da un lato abbiamo una tecnologia sempre più sofisticata e dall’altra una debolezza sempre maggiore dei legami sociali, del rispetto, della solidarietà», ragiona Niola, «viviamo in una società che perde in solidarietà e acquista in connessione, è la fine della privacy e il trionfo dell’individualismo».

TRADITI DAL CELLULARE. La trappola principe oggi sono gli onnipresenti smartphone. Ci si possono infilare i Trojan che però richiedono competenze superiori. Oppure regalare un telefonino con cimice incorporata. «La legge vieta l’istallazione», avverte Polimeni, «noi possiamo solo vendere la tecnologia, il software, il nostro ruolo finisce qui. Ma ci sono altri negozi, anche online, che offrono il pacchetto completo, aggirando i rari controlli».
Autodifesa digitale. Sempre più spesso però ci si improvvisa Sherlock Holmes perché non si crede più nella giustizia. «Se in un negozio c’è qualcuno che ruba dalla cassa, è più probabile che il proprietario si attrezzi per cercare il colpevole per poi risolvere la questione nel suo ufficio», sottolinea Polimeni. Lo stesso accade per tutelarsi nel caso di furti domestici, sorvegliando con microtelecamere colf e baby sitter.

Con una sfiducia che non conosce più santuari. Don Antonio Tigli della chiesa di Don Bosco ha potenziato la videosorveglianza per catturare i fotogrammi degli spacciatori che con lo scotch attaccano la droga sotto gli inginocchiatoi della parrocchia. «Con i miei collaboratori abbiamo collegato le telecamere ai pc per tentare di cogliere un gesto che potesse confermare il nostro sospetto», ha dichiarato. Non è un’eccezione. L’autodifesa digitale dei parroci contro ladri o vandali è diffusa ovunque. Da San Giorgio a Chions (Pordenone) a Bibione, dove don Andrea Vena ha stanato il predone notturno di offerte con le riprese video. Persino a Sotto il Monte, il paese del “papa buono”, monsignor Claudio Dolcini si è improvvisato detective per smascherare l’uomo che svuotava sistematicamente le casse della canonica, senza ricorrere alle forze dell’ordine.

GRANDE FRATELLO CASALINGO. Il dilagare delle vigilanze più o meno lecite talvolta si trasforma in stalking, con raffiche di denunce per violazione della privacy contro vicini sospettati di essere diventati guardoni tecnologici. Basta orientare gli impianti antifurto per mettere sotto controllo le camere del palazzo di fronte. Nel vicentino per esempio un anziano signore è finito in procura per aver piazzato tre telecamere fisse sul giardino confinante.

A Firenze un inquilino stufo di atti vandalici contro la sua porta è ricorso a una doppia microcamera: con enorme sorpresa dai filmati è emerso che i danni erano opera di un rispettabile magistrato, in lite per questioni di condomio. Il giudice aveva scoperto il primo apparecchio, coprendolo con la giacca, ma è stato incastrato dal secondo. Invece per intercettazione abusiva è finito nei guai un amante troppo geloso di Perugia. Dalle cuffie ha sentito una frase minacciosa «Posa la pistola» e ha chiamato il 113. Ma era un falso allarme, la donna stava solo guardando un film poliziesco ad alto volume: in compenso gli agenti hanno trovato le cimici illegali nascoste in camera da letto. Nella relazioni sentimentali le irruzioni nella privacy non conoscono più confini. Una ricerca commissionata da Google racconta una realtà di coppie spione, terrorizzate da possibili tradimenti: un terzo degli italiani ha spiato nella posta elettronica del partner.

LAVORO SOTTO CONTROLLO. Sul posto di lavoro ormai si scatenano vere guerre di intelligence. Per identificare i fannulloni, per evitare di venire scavalcati nella carriera o per conquistare poltrone ricattando. Ma la legislazione è confusa. Ad esempio la Cassazione un anno fa ha sancito che i dipendenti in permesso termale possono essere spiati. Mentre da luglio scorso il pm Raffaele Guariniello indaga sulla società del trasporto pubblico torinese per violazione della privacy: avrebbe utilizzato il sistema Sis che monitora gli spostamenti dei bus di linea per valutare le prestazioni degli autisti. Anche in ufficio però c’è chi segue interessi di basso profilo. In Veneto una segretaria ha denunciato il capo che la spiava con un arsenale di penne, chiavette usb, orologi e sveglie infarcite di microcamere: nel computer del suo superiore è stata ritrovata una raccolta di immagini delle sue gambe e del suo décolleté. Sempre la Suprema Corte il 21 novembre scorso ha confermato il licenziamento di un chirurgo plastico del policlinico di Torino  colpevole di avere intercettato le conversazioni dei colleghi. Voleva utilizzarle contro il primario in una causa penale. Ospedali, nomine e registrazioni: quasi una fotocopia dell’affaire De Girolamo, con i nastri che descrivevano gli affari di bassa lega della Asl sannita. «Il caso che ha riguardato il ministro De Girolamo dimostra la mancanza di fiducia tra le persone e verso le istituzioni», osserva il sociologo Mutti.

SCUSI, E’ SUA QUESTA CIMICE? «Tra i nostri clienti ci sono anche multinazionali», racconta Polimeni, «ci chiedono di bonificare gli uffici: vogliono essere certi che nessuno li spii. Con gli strumenti che abbiamo a disposizione riusciamo a captare anche apparecchi che non trasmettono. Se la De Girolamo ne avesse avuto uno, si sarebbe accorta che la stavano registrando». Lunedì 20 gennaio, a pochi giorni di distanza dal Sanniogate, il presidente della Regione Lazio Zingaretti ha scovato una cimice artigianale in una poltrona della sala dove si discutono nomine e altre questioni riservate. Un’altra microspia è stata individuata tre giorni dopo, il 23 gennaio, sempre in una poltrona negli uffici distaccati della Regione Lazio a via del Serafico. La poltrona era di Luca Fegatelli, che prima di essere rimosso dal presidente Zingaretti si occupava della delicata questione rifiuti.

Prima di questi episodi, Renata Polverini aveva scoperto ben tre microspie negli uffici chiave della Regione dove si arbitrano appalti milionari. Ormai se ne trovano talmente tante da rendere difficile capire chi le ha messe. Gli atti dell’inchiesta sul re delle discariche Manlio Cerroni hanno svelato un retroscena sugli ascolti elettronici ai danni della Polverini. Luca Fegatelli, dirigente della Regione, telefona a Claudio Lotito, patron della Lazio ma soprattutto presidente della società che gestisce il servizio di vigilanza nel palazzo della Regione, per chiedergli se erano stati i suoi uomini a piazzare le cimici. Lotito taglia corto: «Sono state le forze dell’ordine». E così scatta una reprimenda dell’autorità giudiziaria che ricorda ai vigilantes di Lotito l’obbligo del segreto. I magistrati però erano mandanti di solo due degli apparecchi: sul terzo resta il mistero. Uno dei tanti, in una Repubblica che appare sempre più fondata sul ricatto, grande o piccolo che sia

via l’Espresso

Camerati, miliziani e neofascisti Così cresce la nuova estrema destra

 

Con la crisi che ha impoverito la piccola borghesia creando sacche di insofferenza diffusa, i manipoli neri del nuovo millennio escono dalle catacombe e sognano la riscossa elettorale. Cavalcando lo spettro populista che oggi si aggira in tutta Europa

 

di Giovanni Tizian

Camerati, miliziani e neofascisti<br />Così cresce la nuova estrema destra

Schieramento per l’anniversario della strage di Acca Larentia. Foto di Alessandro Penso

Camerata Franco Bigonzetti. Al richiamo del leader segue il coro dei legionari: «Presente». La scena si ripete ogni anno il 7 gennaio davanti alla vecchia sede del Movimento sociale italiano in via Acca Larentia a Roma. Sfilano per ricordare i tre militanti del Fronte della gioventù uccisi nel 1978. “Vittime dell’odio comunista e dei servi dello Stato”, recita la targa. I “martiri” sono diventati il sacrario dell’ideologia neofascista: il luogo dove, tra nostalgici saluti romani e nuovi slogan, tenta di ripartire l’estrema destra italiana. Resta il motto antico “Dio, patria, famiglia”. Declinato però nell’anti europeismo, nella critica al sistema bancario, nell’intolleranza contro gli stranieri e l’omosessualità, nella rivendicazione del mutuo sociale. Parla alla pancia dei cittadini. E ora che la crisi ha impoverito la piccola borghesia, ha creato sacche di insofferenza diffusa, disoccupazione record, i manipoli neri del nuovo millennio escono dalle catacombe e sognano la riscossa elettorale. Cavalcando lo spettro populista che oggi si aggira in tutta Europa.

PERICOLO ALBA DORATA
In Grecia trionfano i neonazisti di Alba Dorata, in Francia i sondaggi danno sopra il 20 per cento il partito xenofobo del Front National di Marine Le Pen, a Budapest governa un fronte nazionalista. E in Norvegia le ultime elezioni hanno legittimato persino Progresso, il movimento in cui militava il massacratore neonazista Andres Brevik. E in Italia è possibile un caso Alba Dorata? «In politica il “mai” non esiste, e gli spazi di competizione vuoti sono destinati a riempirsi», spiega a “l’Espresso” Marco Tarchi, professore all’Università di Firenze, in passato ai vertici del Msi: «Quindi, se non ci fosse l’offerta alternativa dei grillini, una formazione populista più spostata a destra si potrebbe affermare. Dubito che i gruppi oggi esistenti abbiano comunque questa chance: l’ascendenza neofascista è per loro una palla al piede». Alle ultime elezioni politiche la galassia a destra del Pdl ha racimolato poco più di 400 mila voti. Ma il vento sta cambiando in fretta. Restano le divisioni e faide che hanno sempre caratterizzato le sfumature nere di questo fronte. Proteste come quella dei “Forconi” di un mese fa hanno però offerto un’improvvisa visibilità mediatica alle istanze più estreme, raccogliendo consensi imprevisti. Preoccupata l’analisi del politologo Marco Revelli, figlio dello scrittore partigiano Nuto: «Ci sono tutte le condizioni drammatiche per un’espansione sul modello Alba dorata o Front national. Per un semplice motivo: l’habitat della destra è rappresentato dalla crisi».

Foto di Alessandro Penso

Foto di Alessandro Penso

ROMA È PATRIA
Il cuore nero dell’Italia pulsa sempre nell’Urbe. Qui sulle macerie del Fronte della gioventù e del Movimento sociale, ma anche nell’ombra lunga degli Anni di piombo, sono fiorite le primule del neofascismo del terzo millennio. Una galassia dove fede ultras, visione cameratesca e ideologia nazionalista, si saldano producendo un mix spesso esplosivo. La costellazione di sigle è ampia, ma poche hanno ambizioni elettorali. Forza Nuova, il partito guidato da Roberto Fiore fondato nel ’97, ha come quartier generale Piazza Vescovio. Facile identificarlo: una croce celtica marca il territorio. Su uno dei lati della piazza c’è l’unico pub, ritrovo informale dei militanti e dei tifosi laziali, i famigerati “Irriducibili” e della banda “De noantri”. Forza Nuova è dinamica nei contatti europei: gli ultranazionalisti ungheresi Hvim erano con loro due anni fa alla “marcia per la vita” antiabortista e il leader capitolino ha partecipato al congresso di Stoccolma dal partito Svenskarnas Parti. Fiore padroneggia la piazza ma ha esperienza del Palazzo: nel 2008 è subentrato come europarlamentare ad Alessandra Mussolini. Inoltre la stagione al Campidoglio di Gianni Alemanno ha dato alla sua ed altre formazioni l’opportunità di intensificare l’impegno sociale. La più strutturata è sicuramente Casa Pound, che dalla palazzina occupata a due passi dalla stazione Termini fa proselitismo tra i giovani e gli scontenti, conquistando consensi in periferia e nei quartieri bene. In pochi anni ha costruito una rete nazionale, unendo iniziative culturali e concerti, mobilitazioni di protesta e distribuzioni di cibo alle famiglie povere. E anche per loro i “Forconi” sono stati un momento di gloria, con 300 militanti schierati nei presidi.

MILIZIANI DEL DUCE
Resta in un angolo Militia, descritta dai carabinieri del Ros come un’associazione «dedita alla commissione di atti violenti, anche di matrice xenofoba». Ne sa qualcosa il capo della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, minacciato con frasi tipo: «Io ‘sto sempre con na bomba a mano e nel momento che sta per esplodere, lui esplode insieme a me». I miliziani hanno lanciato accuse anche ad Alemanno, «sionista», e a Gianfranco Fini, «traditore antifascista». I leader Maurizio Boccacci, un passato in Fiamma Tricolore, e Stefano Schiavulli sono stati condannati nel 2012 in primo grado per ricostituzione del partito fascista. E sono sotto processo per violazione della legge Mancino insieme a Giuseppe Pieristè, già in Ordine Nuovo. Il fascismo continua a essere la loro unica fede. Le sedi principali sono la palestra occupata Primo Carnera, in via delle Vigne nuove, e il centro sportivo Doria di Albano Laziale, dove risiede Boccacci e dove hanno difeso il feretro di Erick Priebke dalla rivolta degli abitanti. Militia ha creato diverse sezioni distaccate al Nord e al Sud. Lavorano nell’ombra e rifiutano il dialogo con i gruppi istituzionalizzati. Sono pochi, il nucleo romano può contare su 30 persone, ma pronti a tutto. Secondo gli atti dell’inchiesta, volevano avviare un percorso politico rivoluzionario: «Militia è un’organizzazione politica di stampo nazional rivoluzionario, che si rifà alla memoria storica e alla dottrina di quei movimenti che presero il potere in Europa a cavallo degli anni ‘30-’40», si legge in un documento sequestrato. E tra i contatti spuntano cattivi maestri dell’eversione. Dal “Pantera” Luigi Aronica, ex Nar a Serafino Di Luia, ex Avanguardia nazionale.

Foto di Alessandro Penso

Foto di Alessandro Penso

LOMBARDIA NERA
In Lombardia la rinascita nera è meno visibile, ma trova spesso contatti con le frange radicali della Lega: un’intesa nel segno dell’odio razziale e del tradizionalismo cattolico. Milano è però diventata negli ultimi anni un crocevia di incontri internazionali estremisti, quattro solo nel 2013, e concerti nazirock. Ad aprile alle porte di Varese quattrocento persone hanno festeggiato il compleanno di Hitler, celebrando il ventennale di “Varese Skinheads”: li ha ospitati l’associazione culturale filoleghista “I nostar radis”. Il 21 aprile, eccoli tutti radunati con “Memento” al campo 10 del Cimitero Maggiore di Milano per onorare i caduti della X Mas: c’era persino una corona di fiori della giunta Maroni, posata accanto a un’insegna delle SS. Il 15 giugno in un capannone di Rogoredo sono arrivati in cinquecento: teste rasate di tutta Europa per una kermesse di musica e slogan sulla superiorità ariana. A settembre la replica a Cantù con il Festival boreale, organizzato da Forza nuova. Qui si sono trovati per tre giorni i principali movimenti nazionalisti europei. Nella ricca Brianza sono spuntati i “Leoni crociati” monzesi: creste punk, tute mimetiche, svastiche e croci celtiche tatuate. Appoggiati dai commercianti del centro storico per tenere lontano gli ambulanti stranieri, si sono dati da fare per raccogliere fondi a favore dei loro “camerati” carcerati o agli arresti domiciliari come il forzanovista Mirko Viola, esponente di Stormfront, sito neonazista chiuso per antisemitismo. Raccolgono firme contro Equitalia e contro i diritti delle coppie gay in difesa della famiglia naturale: temi che trovano sponda nella piccola borghesia lombarda.

FRONTE DEL NORD 
La centrale veneta è Verona, la città dei delitti neonazisti della banda “Ludwig”. Trent’anni dopo, a contendersi lo spazio più a destra sono i forzanovisti e Casa Pound. Le due sigle qui si fanno una vera guerra con agguati e raid. Ma anche la politica al potere è contagiata: a capo dell’associazione culturale Hellas Verona (la squadra di calcio in serie A) c’è Alberto Lomastro, il leader dei duri della curva nei primi anni ’90, coordinatore e candidato nelle liste della Fiamma Tricolore e poi accolto a braccia aperte nella Lega di Flavio Tosi. Un altro amico del sindaco è il presidente della municipalizzata Amia Andrea Miglioranzi, un passato nel “Veneto fronte skinhead”e a metà anni Novanta tra i primi a finire in cella per istigazione all’odio razziale. Gli snodi del network estremistico arrivano fino a Trieste, dove un anno fa è nata Alba Dorata made in Italy. La discesa in campo dei cugini filonazisti del partito greco è monitorata dai Ros che mettono sotto osservazione il fondatore Alessandro Gardossi, ex di Forza Nuova e Lega Nord: «Alba Dorata Italia intende accreditarsi, anche in prospettiva elettorale, quale catalizzatore del disagio sociale determinato dalla congiuntura economica».

TRA VIOLENZA E MALA
L’intreccio di estremismo e malavita si manifesta un po’ ovunque. L’icona è Massimo Carminati, il “Nero” di “Romanzo Criminale” passato dai Nar al rango di re degli affari illeciti di Roma. Ma a Milano ci sono forzanovisti condannati per ‘ndrangheta, come Giuseppe Amato, scagnozzo del padrino Pepè Flachi e due volte candidato nelle liste di Forza Nuova Milano. La palestra della violenza restano però soprattutto gli stadi, spesso cercando di indirizzare la forza verso una strategia politica. Nel 2007 Roma è scossa da due episodi drammatici. Il 30 ottobre muore Giovanna Reggiani, aggredita da due immigrati. Due settimane dopo un poliziotto uccide il tifoso laziale Gabriele Sandri. Il pretesto ideale per mobilitare squadracce di ultras e militanti di Forza nuova con l’obiettivo di «fare pulizia» e mettere in difficoltà il governo di centrosinistra di Romano Prodi. «Pulizia etnica, solo quella può salvarci», è una delle frasi captate dall’antiterrorismo del Ros: «Se no uscimo tutte le sere e famo come ieri sera… perché chi ti governa dall’alto inizia a strippare… pensano se questi hanno fatto una cosa del genere, fra due anni me se presentano sotto ar Parlamento e me danno la caccia».

PICCOLI NEOFASCISTI CRESCONO
Nelle scuole di Roma e provincia le sezioni giovanili di Casa Pound-Blocco Studentesco e i loro rivali in nero di Forza nuova-Lotta studentesca crescono. Il Blocco ha ottenuto oltre 40 rappresentanti negli organismi scolastici. «Un risultato figlio del sindacalismo studentesco che portiamo avanti da oltre sette anni», commenta deciso il giovanissimo camerata Fabio Di Martino, responsabile romano del movimento: «La lotta al caro libri, il contributo volontario obbligatorio e per una maggiore rappresentanza sono istanze molto sentite dagli studenti». Nel 2011 per il Blocco, che quest’anno per protesta non ha presentato proprie liste, si è candidato Manfredi Alemanno, figlio dell’allora sindaco. Ma pure nel Napoletano sono presenti e mirano ad altre città del Sud. Lo stesso fa Lotta studentesca, che si vanta: «Rappresentiamo il 15 per cento degli studenti di Roma e provincia». A Milano la presenza negli atenei sta diventando incisiva: alla Statale il prossimo incontro di Lealtà Azione è fissato per il 17 gennaio. Sono tutti virgulti di un’onda nera, che punta sui giovani delusi da tutti i partiti. E che potrebbero diventare la nuova leva del futuro prossimo.

ha collaborato Michele Sasso

via l’Espresso

 

 

 

Game over per il re del gioco d’azzardo

 

Game over per il re del gioco d'azzardo L’imprenditore Luigi Tacredi, re dei casinò su internet, è finito al centro di tre inchieste per i suoi legami con la camorra. Gestiva insieme al boss della ‘ndrangheta Nicola Femia dei siti di poker online all’estero. E ora le forze dell’ordine sequestrano beni per milioni di euro

 

di Giovanni Tizian

Game over per Luigi Tancredi, imprenditore del gioco d’azzardo legale. Tancredi è il re dei casinò online: è titolare di alcune società che noleggiano le video slot e proprietario del famoso sito Italypoker.it, uno dei più importanti operatori economici del settore, nonché di oltre 30 siti per spennare i giocatori di poker online.

Il suo nome è al centro di tre inchieste. L’antimafia di Napoli, Potenza e Bologna lo indagano insieme a ‘ndranghetisti e camorrisiti per aver gestito siti di poker on line con sede in Romania e non autorizzati dall’Amministrazione dei Monopoli. Non possono cioè operare nel mercato italiano.

Il suo partner, dicono i rapporti investigativi, è il boss della ‘ndrangheta Nicola Femia. Insieme, attraverso il sito romeno “Dollaro”, hanno raccolto 40 milioni di euro in sei mesi. Oggi un nuovo capitolo. La Tancredi Holding è stata colpita al portafoglio. I reparti speciali dello Scico, guidato da Giuseppe Magliocca, e del nucleo frodi tecnologiche, con a capo il colonnello Alberto Reda, partendo dalle inchieste già avviate sul conto di Tancredi gli hanno sequestrato beni per 15 milioni di euro. Tra questi anche una grande sala giochi di 800 metri quadrati a Roma, la “Italy Qube” in via Guglielmo Marconi, una costellazione societaria che gestisce 800 videoslot in tutta Italia e una villa del valore di 1 milione e 500 mila euro.

La galassia di siti e società gestiti da Luigi Tancredi

Un tesoretto accumulato, si legge negli atti, attraverso la gestione illecita degli apparecchi per il gioco legale. L’impero creato da Tancredi conta anche 33 siti di gioco online. Che la Finanza sta chiudendo in queste ore perché illegali. A prima vista poteva sembrare un circuito legale del gioco, in realtà i siti destinati al mercato italiano utilizzavano server esteri, localizzati in Romania e Florida. Non avevano quindi le autorizzazioni dall’Amministrazione dei Monopoli.
Tancredi è «ideatore, promotore e primo referente dei siti di diritto romeno Dollaro e Starpklive». Portali per il gioco che funzionavano senza autorizzazione dei Monopoli. E create con l’apporto del gruppo del capo cosca Femia. I finanzieri parlano di «società di fatto tra Tancredi e Femia». E nel provvedimento che ha portato oggi al sequestro dei beni, riemergono i contatti con la camorra. Il duo Femia-Tancredi ha fornito le connessioni protette ai circoli gestiti dal clan dei Casalesi in Emilia Romagna.

Grazie alle password, i giocatori dei circoli del clan potevano connettersi ai siti romeni gestiti da Tancredi e da Femia. Insomma una grande Joint venture del gioco tra mafie e imprenditori insospettabili . Luigi Tancredi, detto “Gino”, è un nome noto del settore. Su internet c’è ancora traccia di suoi interventi e articoli su riviste specialistiche in cui è descritto come un vero e proprio pioniere. Un modello per molti.

«Ho avuto la possibilità di conoscere l’imprenditore Gino Tancredi che, esattamente un anno solare fa, mi ha chiesto di lavorare all’allestimento del suo stand alla Fiera Enada Primavera. Poco prima avevo iniziato a lavorare per lui nella ristrutturazione di locali e caffetterie. Da lì a poco è entrato il mondo Italy Poker & Skill. Credo di aver incontrato un leader, un imprenditore illuminato che mi ha dato la libertà e la fiducia nell’esprimermi», racconta in una intervista un esperto del settore in un lungo articolo.

Ma poi nei mesi scorsi sono arrivate le manette, le inchieste, i titoloni dei giornali. “L’imprenditore illuminato” viene associato a uomini di mafia. E nell’indagine su Femia, i finanzieri ne tracciano il profilo imprenditoriale. «Accreditato negli ambienti istituzionali», scrivono le fiamme gialle. «Tra marzo e maggio 2010 ha ripetutamente interagito in prima persona con esponenti politici del Senato della Repubblica e i vertici dell’Amministrazione dei Monopoliper modificare il “decreto incentivi”». Tancredi voleva bloccare il provvedimento del Governo che avrebbe vietato l’utilizzo di alcuni modelli di macchinette mangiasoldi. Missione fallita. Ma il manager del poker online non si è perso d’animo. E ha continuato a stringere patti e relazioni con altri imprenditori del settore.

via l’Espresso 

Gennaro, testimone di giustizia in sciopero della fame

Con le sue dichiarazioni ha permesso a cinque procure di aprire altrettanti procedimenti. Gennaro Ciliberto viaggia a sue spese su e giù per l’Italia per raccontare agli investigatori che lo convocano i particolari di una storia tutta italiana: aziende in odore di camorra che nonostante indagini, stop delle Prefetture, opere fatte male e finite sotto sequestro, continuano a lavorare negli appalti pubblici.

Si sente in pericolo. Braccato. Confessa anche questo Gennaro, che prima di denunciare i suoi ex datori di lavoro in quelle aziende era il capo della sicurezza. E proprio ricoprendo quel ruolo ha capito che le strutture realizzate non erano fatte a regola d’arte. Si è rivolto alla Dia, alle procure antimafia, che lo hanno preso sul serio. Ma resta un testimone senza protezione.

Per questo dopo due anni di collaborazione e di denunce tutte documentate è esausto. Svuotato dall’indifferenza delle istituzioni. Dorme in auto. Perché ha paura di tornare nel paese d’origine. Lì vivono i figli, il più piccolo ha pochi mesi, e la moglie. Non vuole metterli in pericolo. Chiede attenzione, protezione e un luogo sicuro dove vivere.

Per questo da ieri sta protestando sotto il Viminale. Una protesta silenziosa: ha iniziato lo sciopero della fame. Ha chiesto un incontro con il ministro. «Ho dato tutto me stesso per la giustizia», si sfoga, «chiedo protezione e maggiori tutele, tutto ciò che ho dichiarato ha dato impulso a numerose inchieste».

E le istituzioni per lui cosa stanno facendo? Dopo un giorno di silenzio hanno battuto un colpo. Stamattina è stato ricevuto nella segreteria del viceministro Filippo Bubbico. Da lì è partita la telefonata diretta alla Procura di Roma, uno degli uffici che sta indagando e interrogando da tempo il testimone Ciliberto, ritenuto attendibile dagli stessi pm. “Gli hanno chiesto di decidere sulla mia situazione entro oggi, che da parte loro c’è la disponibilità immediata a disporre il programma di protezione ma hanno bisogno di una relazione del pm incaricato dell’indagine”, racconta Ciliberto.

Concluso l’incontro, la marcia silenziosa di Gennaro si è spostata a piazzale Clodio. Davanti agli uffici della procura. “Continuerò il digiuno e la protesta qui, sempre con la stessa educazione ed eleganza”.

Nelle condizioni di Gennaro Ciliberto si trovano tanti altri testimoni di giustizia. E forse è arrivato il momento che la nuova commissione antimafia cominci ad occuparsene.

Prima che sia troppo tardi. Prima che diventino la maggioranza i testimoni delusi. Quelli che ripetono, con un sorriso amaro, “se tornassi indietro non denuncerei”.

via L’HUFFPOST

Emilia, la mafia della ricostruzione bloccate le case in odore di clan

Emilia, la mafia della ricostruzione bloccate le case in odore di clan La prefettura di Bologna interrompe la vendita di alcuni immobili del paese di Crevalcore, colpito dal sisma del maggio 2012. A costruirli è stata una società sospettata di rapporti con la ‘ndrangheta. Che stava per intascare un milione di euro di soldi pubblici

di Giovanni Tizian

Imprenditori sospetti s’aggirano per i cantieri dell’Emilia post terremoto. Una terra ferita che cerca lenta di risollevarsi tra mille difficoltà. E indagini che confermano il ruolo dei clan nel grande affare della ricostruzione. L’ultimo caso che “l’Espresso” è in grado di svelare è destinato a far discutere. Tocca un paesone di 13mila abitanti del Bolognese. Crevalcore, che porta le profonde ferite del sisma del maggio 2012. Sotto la lente degli investigatori sono finite dodici palazzine costruite da un’azienda sospettata di legami con la ‘ndrangheta.

Erano pronte per essere vendute al Comune. Appartamenti e villette che l’amministrazione a guida Pd avrebbe acquistato per alloggiare le famiglie rimaste senza casa dopo il terremoto. Il valore dell’operazione è di oltre un milione di euro. Questa è la cifra stanziata solo per Crevalcore dalla Regione Emilia Romagna. In realtà il denaro regionale messo sul piatto per l’acquisto di alloggi per le famiglie con le case inagibili è molto di più: ammonta a 25 milioni di euro da suddividere tra i comuni più colpiti.

I fondi arrivati nel comune bolognese solo per un soffio non sono finiti nelle casse della Sagi Immobiliare. La società, con sede a Crevalcore, selezionata dopo una gara pubblica ed esclusa pochi giorni fa dall’affare con un provvedimento della prefettura di Bologna. Mancava solo un passaggio formale da definire durante la riunione straordinaria del Consiglio comunale convocata giovedì 24 ottobre, alla quale ha partecipato l’ex sindaco Claudio Broglia, eletto senatore con il partito democratico e tuttora assessore alla Ricostruzione nella giunta rossa che guida il paese.

Sarebbe filato tutto liscio se non fosse intervenuta la Prefettura di Bologna. Che la sera prima, d’urgenza, ha bloccato l’impresa perché «sussiste il pericolo di tentativi di infiltrazione mafiosa». Uno shock per gli amministratori, che credevano di avere chiuso la partita con le selezioni delle offerte migliori.

Il prefetto di Bologna ha deciso di non accettare la domanda di iscrizione alle white list – le liste pulite a cui è obbligatorio iscriversi  per lavorare nei cantieri della “rinascita” emiliana – delle due società di Crevalcore – la Sagi e la Nocera Spa – sulla base  dell’istruttoria condotta dal Girer, il gruppo specializzato di investigatori costituito per vigilare sulla ricostruzione in Emilia e guidato dal poliziotto Cono Incognito.

Il rapporto dei detective è dettagliato  e descrive la Sagi Immobiliare come una sorella della Nocera Spa, anch’essa di Crevalcore e di cui “l’Espresso” aveva già parlato nella prima inchiesta del 2012 sulla ricostruzione . Dopo un anno di attività di intelligence le aziende sospese dagli uffici di governo territoriale (sono tre le prefetture coinvolte nella ricostruzione) sfiorano quota 20. La maggior parte sospettate per legami con le ‘ndrine emiliane. Alcune segnalate per rapporti con Cosa nostra e altre con il clan dei Casalesi.

Tutte le organizzazioni vogliono ingrassare con i soldi delle ricostruzione. E c’è chi è riuscito a entrare nel grande affare: dalle prime analisi del gruppo investigativo è emerso che più di un terzo delle macerie è stato trasportato dai camion della ‘ndrangheta . Ma non ci sono soltanto le società bloccate nel post terremoto. A queste vanno aggiunte circa 50 sospese dalle prefetture dell’Emilia felix nei due anni precedenti il sisma.

Numeri che mappano il potere economico dei clan nella regione tra le più ricche d’Italia. Una presenza radicata nel tessuto economico e sociale. Fatta di imprenditori e padrini in giacca e cravatta che negli anni neri della crisi economica rappresentano spesso l’unica via d’uscita per salvarsi dal fallimento. I servizi a basso costo offerti dalle cosche fanno gola alle imprese locali stritolate da debiti con le banche e con gli enti locali che non pagano. Alcune delle cosche beccate con le mani nelle macerie hanno un vantaggio ulteriore: sono stanziate sul territorio emiliano da più di vent’anni, conoscono e hanno rapporti privilegiati con le aziende del luogo.

E dopo i detriti sollevati dalle gru e dai mezzi pesanti della ‘ndrangheta, ecco le palazzine di Crevalcore in odore di ‘ndrangheta e destinate ai terremotati. La Sagi è partecipata dalla Nocera. E Giuseppe Nocera compare in entrambe, come socio o come amministratore. Ma chi è Nocera? Ex consigliere comunale a Reggio Calabria nel Polo di Centro fino allo scioglimento per infiltrazione mafiosa. Imprenditore da una vita, il suo nome finisce nella relazione che ha portato l’allora ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri all’azzeramento del primo consiglio comunale di un capoluogo di provincia. E ora è nel mirino degli investigatori emiliani.

Nei documenti descrivono i trascorsi giudiziari di Nocera. Sospettato di essere uno dei favoreggiatori della latitanza del boss Vincenzo Ficara capo cosca reggino. L’imprenditore è anche coinvolto in due vicende di gestione illegale di rifiuti, tra cui l’indagine “Terrazzamento”: accusato di aver trasportato 69 mila tonnellate di rifiuti in una cava di proprietà di un’altro imprenditore freddato a colpi di pistola qualche giorno dopo il rinvio a giudizio. E poi ci sono le frequentazione, i detective del Girer ne elencano alcune con pregiudicati. E riportano un’appalto vinto nel ’98 in associazione temporanea con una ditta poi sequestrata dall’Antimafia.

Nelle informative compaiono anche i nomi di due professionisti che ricoprono la carica di sindaci delle società di Nocera: Innocenzio Macheda, segnalato per violazione delle norme antiriciclaggio, e Nicola Costantino, «rinviato a giudizio per il reato di bancarotta fraudolenta». Macheda il ruolo di sindaco lo ricopre anche nella Amedeus Spa, una società riconducibile ad Amedeo Matacena, armatore ed ex parlamentare di Forza Italia condannato in via definitiva a 5 anni e 4 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa, arrestato a Dubai dopo una breve latitanza.

Insomma per la prefettura bolognese il quadro è completo. Sufficiente a lasciare fuori dalla torta milionaria della ricostruzione la ditta di Giuseppe Nocera, l’ex consigliere comunale di Reggio Calabria, che  dal 2000 bazzica e costruisce nei dintorni di Bologna.  Tanto da mettere sul piatto 12 case pronte da vendere al miglior offerente, che in questo caso rischiava di essere l’istituzione locale. E in paese in molti dopo l’inchiesta de “l’Espresso” giuravano di non conoscere l’imprenditore venuto dallo Stretto. Che in un anno, dal 2010 al 2011, ha raddoppiato il volume d’affari della Nocera Spa. Un  risultato eccellente nel momento più nero dell’edilizia.

La partita ora proseguirà nelle aule del tribunale. Gli imprenditori faranno ricorso alla giustizia amministrativa. Ma le procedure di assegnazione delle case rimangono sospese. Calma, è la parola d’ordine che si sente ripetere nei corridoi del palazzo comunale. L’ultima parola spetta ai giudici. Intanto gli sfollati, senza una casa, aspettano che passi la bufera.

via l’Espresso

Non è un Paese (o provincia) per donne

emilianostra-modena«Se gli hanno sparato qualcosa avrà fatto…». Questa espressione l’ho sentita spesso. Dopo ogni omicidio di mafia.  E’ la rassicurante asserzione degli indifferenti. Di quelli che credono che impicciarsi sia una cosa da spia, da “infame”. Dei rassegnati per comodità o per convenienza. Di tutti i convinti che sia molto meglio conviverci con la violenza, anziché denunciarla. Sono coloro che accettano il sopruso come testimonianza di potenza. Quelli che si inginocchiano. Ecco, ho riconosciuto la stessa omertà e vigliaccheria nelle accuse rivolte alla giovane vittima del presunto stupro di gruppo. La sedicenne che ha trovato la forza di denunciare la violenza ora subisce accuse infamanti: «Se lo sarà inventato», «Lei ci stava», «Di cosa ci meravigliamo? Oggi le ragazzine provocano». Attacchi meschini. A difesa della reputazione inattaccabile dei giovani di buona famiglia sospettati di aver commesso il reato. La reputazione oggi, al Nord come al Sud, si conquista con il denaro, non con le azioni di responsabilità quotidiane. Più denaro possiedi più sei protetto dalle accuse che ti vengono fatte. E per una legge non scritta, retaggio medievale che ancora sopravvive negli animi di chi abita un Paese democratico da ormai 65 anni, i potenti hanno più diritti degli altri: diritto al rispetto, alla privacy, diritto a scaricare sul più debole l’infamia delle proprie debolezze.

Nella vicenda della violenza sulla sedicenne ci sono vari livelli di potenza che la società ubbidiente dovrebbe rispettare: prima di tutto sono maschi, e quindi si sa, è nella loro natura l’esercizio un po’ selvaggio della loro virilità. E’ sicurezza di sé, non violenza. Tra l’altro sono studenti, e anche di buona famiglia. Destinati a un brillante futuro di successo e affermazione. Per ora si limitano a “brillare” nei locali più alla moda di Modena. Allora mi chiedo, se il branco, composto da 18enni e da un17enne, fosse stato composto da operai o da immigrati, avrebbero goduto delle stesse attenuanti che una parte dell’opinione pubblica sta concedendo a questi giovani benestanti? Non credo. Il linciaggio sarebbe stato condiviso da tutta la città e probabilmente il nome dei maggiorenni sarebbe pure finito sui giornali. In barba al rispetto per la giovinezza degli imputati. Ma qui non si tratta di immigrati, né di operai. E no, Modena. Qui si tratta di fare i conti con il tuo cuore borghese, con la tua anima fragile e non sempre pura. Se c’è da difendere una donna dalla presunta brutalità degli immigrati, dei morti di fame va bene.

Se c’è da fare proclami e presidi contro un nemico senza volto anche. Ma di fronte ai fatti tutti nostrani, a prescindere da quella che  sarà la soluzione giudiziaria della faccenda, una ragazza viene abbandonata e lasciata sbranare da una massa di ciechi che confondono, per farla tutta, anche il linguaggio. Così un fatto di tale drammaticità viene definito “bravata” e una ragazzina di soli 16 anni non vittima, ma consapevole e consenziente. Questa mia riflessione parte da lontano. Da episodi che nulla apparentemente hanno a che vedere con questa triste vicenda. Ho ben impresse le reazioni scomposte di fronte alla sospensione per mafia di aziende locali, la paura di raccontare legami osceni dei modenesi con le cosche mafiose, la vigliaccheria di voler credere che il mafioso ha l’accento del Sud e se arriva nei territori emiliani lo fa per depredare, rubare di nascosto, senza alcuna complicità degli imprenditori, politici, professionisti locali. Allo stesso modo si arriva a capovolgere i ruoli di uno stupro. I presunti rei diventano vittime e colpevole è la ragazza che ha avuto il coraggio di denunciare. Prevedo già le critiche: “ il processo non è neppure cominciato”, “pure loro sono vittime, mica sono criminali”. Giusto, bisogna attendere la conclusione del procedimento. Vittime, vero, forse di un certo pensiero dominante, in cui machismo e berlusconismo hanno trasformato la donna in oggetto di cui fare uso. Vittime di una miseria che non è quella economica, ma che abbrutisce anche di più. Miseria di ideali.

Riflettiamo un istante sul pensiero contenuto nella lettera scritta dal padre della ragazza, poche righe senza ripensamenti, formulate con la decisione di chi cerca la verità e la giustizia: «Vi assicuro, non v’è odio dentro di me, ma solo tanta rabbia ed amarezza per quelle giovani vite rovinate. È dura, durissima, ma siamo orgogliosi del coraggio dimostrato da nostra figlia, coraggio di affrontare il rischio di non essere creduta che purtroppo, tante, troppe prima di lei, anche donne meno giovani, non hanno avuto». Da queste parole semplici, piene di dignità,  la città ha molto da imparare, per uscire dalla corazza di un provincialismo paternalistico e ipocrita tipico di questo nostro Paese. E fare pace col suo passato di grande civiltà

via Gazzetta di Modena