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Amnistia e indulto, le carceri restano un inferno

 

Amnistia e indulto, le carceri restano un inferno Con il provvedimento del governo Prodi del 2006, la popolazione carceraria si dimezzò. Ma durò poco. Oggi abbiamo superato la soglia dei 65mila detenuti, che vivono in condizioni critiche; le guardie carcerarie sono poche e mal pagate. Gli istituti scoppiano. Ma ripartiamo da lì, senza mettere mano a quel che non va nel sistema

 

di Tommaso Cerno e Giovanni Tizian

Un film già visto. Un film destinato a ripetersi come un sequel. Carceri stracolme, amnistia e, dopo pochi mesi, tutto come prima. Basta tornare indietro di pochi anni. Correva l’anno 2006. Oltre 36 mila carcerati riabbracciavano la libertà grazia all’indulto del governo Prodi. La popolazione carceraria si dimezzò, le celle tornarono a svuotarsi, i carcerati smisero di vivere in 3 metri quadrati, ammassati fra degrado, puzzo e sporcizia. Ma quanto durò? Un anno.

Dopo un solo anno l’effetto svuotacarceri si esaurì. Ricominciò il solito trend. E nel 2011, le galere erano peggio di prima. Sul punto di esplodere, dopo avere superato la soglia – considerata critica – di 60 mila detenuti. Una bomba a orologeria. Fra suicidi, malattie, condizioni ai limiti dell’umano, carenza di fondi, carenza di spazi, pochi progetti di rieducazione. Un incubo che l’Europa ha sanzionato. Un incubo che riguarda i carcerati ma anche gli agenti di polizia penitenziaria. Troppo pochi. Poco pagati. E costretti a ritmi di lavoro enormi.

Eppure l’Italia riparte da lì. A distanza di altri due anni, quando ormai le celle esplodono, superando i 65 mila detenuti, si riparte per l’ennesima volta da amnistia e indulto. Fra polemiche politiche, divisioni a destra e a sinistra, appelli del Capo dello Stato, accelerazioni e frenate.

Il problema è che, come sempre è avvenuto, svuotare le carceri con provvedimenti di grazia è solo un provvedimento tampone. All’emergenza si risponde con misure di urgenza. Poi tutto resta come prima. Anzi, nel silenzio della politica, le poche cose che basterebbe fare per invertire la tendenza che sta trasformando le prigioni italiane in discariche sociali, non vengono mai messe all’ordine del giorno: le comunità terapeutiche che potrebbero ospitare migliaia di detenuti per la Fini-Giovanardi (detenzione e piccolo spaccio) sono sottofinanziate; si continua a stipare in celle sempre più piene decine di migliaia di persone che non sono ancora state processate; si utilizza la carcerazione preventiva più che nel resto d’Europa; si mandano in carcere tossicodipendenti ed extracomunitari, sulla base di leggi ideologiche, che non hanno in questi anni risolto alcun problema.

Ecco perché il ministero della Giustizia da un anno sta lavorando a un progetto per svuotare le carceri italiane. Linee guida al vaglio del ministro Anna Maria Cancellieri, che intendono partire dalla depenalizzazione di alcuni reati minori. Primo punto del piano del pool di esperti di via Arenula e della commissione incaricata di studiare una via d’uscita dall’emergenza.

Meno penale più sociale
Quello che tutti sanno, ma la politica fatica ad accettare è che ci sono leggi sbagliate, che mandano in carcere persone che non dovrebbero trovarsi lì. Ed è per questo che la depenalizzazione dei reati che creano meno allarme sociale è allo studio della squadra del ministero della Giustizia. Con l’ipotesi che gli interventi tocchino anche la legge Fini-Giovanardi, da tempo sul banco degli imputati del sovraffollamento strutturale delle carceri italiane.

Basta leggere qualche dato. Nei penitenziari italiani più di un terzo dei detenuti(25.076) è dentro per la violazione del testo unico sugli stupefacenti, modificato nel 2006 dai ministri del secondo governo Berlusconi. Lo stesso che ha varato un’altra legge “riempi carceri”: il testo sull’immigrazione firmato da Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Gli stranieri rappresentano il 36 per cento degli oltre 65.800 detenuti. Il 2,9 per cento, secondo i dati Istat del 2011, è dentro per violazione della legge sull’immigrazione. Ci sono i trafficanti e gli scafisti, certo. Ma anche chi non ha rispettato l’ordine di espulsione. Molti di questi infatti vivono in Italia da anni. Da regolari sono diventati irregolari. Licenziati dalle aziende in crisi, dopo sei mesi senza contratto(così prevede la la legge) i documenti non vengono rinnovati. E per lo Stato diventano clandestini.

Degli oltre 25mila reclusi per droga, ci sono ben 18.753 che hanno violato l’articolo 73, cioè piccoli spacciatori e consumatori beccati con quantità al dì sopra di quella ritenuta per uso personale. Di questi 3.278 sono in attesa di giudizio e 12.131 condannati in via definitiva. Le persone rinchiuse per il reato più grave, l’articolo 74 che punisce le grandi organizzazione che trafficano droghe, sono appena 843, 180 aspettano di essere giudicate. Sono i dati più recenti- aggiornati a ottobre- del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che l’Espresso è in grado di anticipare. Ma nella storia della nostra Repubblica fatta la depenalizzazione si è provveduto subito a rimpolpare il codice di nuovi reati: dal 1999 a febbraio 2012 sono state introdotti nel nostro ordinamento circa 310 reati, 23 all’anno. Reati che intasano procure e tribunali, sommersi da fascicoli destinati il più delle volte all’archiviazione. Reati che in qualunque paese europeo sono considerati illeciti amministrativi e che, in Italia, rischiano invece di portare altra gente in carcere. Magari per poche ore.

Svuota carceri
Anche quando le leggi ci sono, spesso in Italia è difficili o impossibile applicarle. Prendiamo il caso delle pene alternative, previste e regolate, ma sottofinanziate. Tanto che il secondo punto del piano del ministero è proprio applicare in pieno il decreto “svuota carceri”: limitazioni agli arresti preventivi; potenziamento delle misure alternative al carcere che potranno essere applicate anche ai recidivi tossicodipendenti o legati a contesti di marginalità sociale; maggiore utilizzo dei lavori di utilità sociale; sgravi fiscali e contributivi per le imprese che assumono detenuti o ex detenuti.

I dati sulle pene alternative parlano chiaro. Il picco (23.394) è stato raggiunto tra il 2005 l’inizio e del 2006. Prima dell’introduzione della Fini-Giovanardi. A maggio 2013 invece, dopo 5 anni in cui il numero di casi ha oscillato dai 5 mila del 2007 ai 19 mila dello scorso anno, le misure alternative concesse sono state 22.244. In larga parte arresti domiciliari. Il problema si pone soprattutto per i tossicodipendenti (più di 15mila) e i consumatori finiti dentro con l’accusa di spaccio. Tra questi la percentuale di stranieri è in costante aumento. La maggior parte di loro non ha alternative alle galere. Sono soli. E non hanno una rete familiare che garantisce per loro o un domicilio preciso. Il dipartimento che amministra i penitenziari lo denuncia da diversi anni. Lo scrive anche nell’ultima relazione inviata al Parlamento: «Il numero di tossicodipendenti in affidamento definitivo o provvisorio continua a essere assai modesto».

Le motivazioni? Si va da questioni burocratiche spicciole a questioni ben più serie come le difficoltà economiche per le Regioni che con i pochi soldi a disposizione per la Sanità non riescono a pagare le comunità terapeutiche. Che a loro volta non hanno risorse per accogliere chi chiede le misure alternative. Un detenuto ristretto in comunità costerebbe molto meno allo Stato. La retta giornaliera oscilla dai 27 euro ai 50 euro al giorno. Un bel risparmio rispetto ai 116 euro che spendono ogni giorno gli istituti di pena. Eppure molte strutture d’accoglienza soffrono i tagli. Vivono alla giornata. Non riescono a pagare i dipendenti.

I tagli lineari al sociale e alla sanità hanno messo in crisi il sistema delle alternative al carcere. Per esempio nel 2012 la Regione Emilia Romagna ha ricevuto dal governo centrale 7milioni di euro destinati al fondo sociale. Nel 2008 la cifra era dieci volte superiore. Una situazione diffusa in tutte le regioni d’Italia. Nel suo ultimo rapporto al Parlamento il dipartimento delle politiche antidroga segnala una diminuzione del 21 per cento dei finanziamenti destinati a progetti di reinserimento sociale degli ex tossicodipendenti detenuti. E le cronache sono piene di denunce da parte dei direttori delle comunità che lamentano mancanze di risorse. A Bronte, in provincia di Catania, un condananto per droga a cui la Corte d’Appello aveva concesso i domiciliari in una struttura protetta è stato costretto a tornare in carcere. Il Comune non era in grado di sostenere la spesa.

Dati che mostrano una verità difficile da ribaltare. Anche da chi sostiene che, al contrario, il problema del sovraffollamento vada risolto aumentando i posti nelle carceri. La strategia del ministro Cancellieri prevede anche questo aspetto. Sono già in cantiere l’inaugurazione di nuovi istituti e la ristrutturazione di altri. Due, quello di Sassari e Arghillà (RC), sono stati aperti e il terzo, a Cagliari, aprirà a breve. L’obiettivo è arrivare nel 2016 con 12 mila posti in più. Vuol dire passare dai 45.647 posti totali a 57.647. Da sola però questa misura non basterebbe a pareggiare gli oltre 65mila detenuti. All’appello mancherebbero comunque 8mila posti. E, cifre alla mano, è evidente che nemmeno questo basterebbe. E che il trend di crescita della popolazione carceraria negli ultimi anni riaprirebbe in poco tempo la questione. Con un nuovo allarme.

via l’Espresso

Salaam, dov’è di casa la disperazione

 

Salaam, dov'è di casa la disperazioneViaggio nel palazzo di Roma dove vivono oltre mille rifugiati. Nel degrado, senza diritti e dimenticati dallo Stato

 di Giovanni Tizian

Lo scantinato umido, con le pareti scrostate e la puzza di urina, ospita cento persone. Stipate una accanto all’altra. I materassi stesi a terra, impregnati dell’acqua che gocciola dalle tubature. Tra tutti gli stanzoni trasformati in dormitori all’interno del palazzo Salaam, il sotterraneo è il più invivibile. Un tempo questa struttura a nove piani di vetro e cemento era la sede della seconda università romana di Tor Vergata. Dal 2006 è la casa della pace. Dove convivono, però, i sopravvissuti di una guerra. Quella di Lampedusa: 1.250 persone, tra rifugiati politici e richiedenti asilo. Sono eritrei, somali, etiopi e sudanesi. Tra di loro una cinquantina di bambini.

«Ci sentiamo dei sopravvissuti», racconta a “l’Espresso” Tolndne, cinquantenne eritreo da sei anni intrappolato nella periferia della capitale. Le immagini degli oltre 200 morti di Lampedusa hanno sconvolto gli abitanti del palazzo. «Li abbiamo ricordati con una fiaccolata. Potevamo essere noi le vittime». In tanti qui aspettano notizie dall’isola. L’unica mediatrice culturale, fino a qualche mese fa inquilina del Salaam, teme per suo cognato. Piange perché di lui ha perso ogni traccia, potrebbe essere una vittima del naufragio. I sopravvissuti del palazzo dei rifugiati aspettano con ansia notizie, particolari. Un dramma che si aggiunge alla disperazione quotidiana del vivere senza diritti in una città straniera.

Il palazzo di Tor Vergata è pieno. In otto anni la popolazione è cresciuta di cinque volte. E il caos regnerebbe sovrano se un gruppo di loro, i più anziani, i più responsabili, non si fosse organizzato in un comitato di controllo, composto da due rifugiati per ogni etnia. Registrano le entrate, offrono assistenza e coordinano le attività con l’associazione Cittadini del mondo, l’unica che lavora nel palazzo. Nella capitale non è il solo esempio di accoglienza autogestita. A qualche chilometro di distanza, sulla via Collatina, una struttura simile accoglie un migliaio di invisibili.

Nei palazzi occupati i migranti vivono alla giornata. C’è Bergette il calzolaio. Eritreo, rifugiato, ospite da cinque anni al Salaam. Le sue mani, raccontano alcuni volontari, producono scarpe che sono opere d’arte. Poi ci sono gli ambulanti. Ogni mattina partono alla guida di furgoni bianchi carichi di merce per allestire le bancarelle dei mercati per conto di padroni italiani. E, quando va bene, racimolano 30 euro a giornata. Altri lavorano, chi con contratto chi senza, per imprese di facchinaggio. Smistano le merci destinate alle case degli italiani. Al Salaam marginalità e sfruttamento si mescolano alla volontà di restare a galla con la sola regola dell’arrangiarsi. Ci sono generazioni cresciute dentro il palazzo. Coppie che negli otto anni di permanenza sono diventate famiglie con tre bambini. «Qui sono morti sogni e speranze», racconta il giovane rifugiato eritreo Tamsgin. Chi sopravvive agli sbarchi sulle coste siciliane spesso approda al Salaam. «È assurdo. Dovrebbero vivere in luoghi dove sono presenti presidi sanitari e frequentare corsi di italiano», osserva Donatella D’Angelo, medico volontario e responsabile dell’associazione Cittadini del mondo. È rimasta solo lei a visitare gli inquilini, altri suoi colleghi hanno mollato dopo un breve periodo.

Un tempo era la sede dell’università di Tor Vergata. Ora è un residence poer disperati. Dove centinaia di persone vivono da anni nel degrado, senza diritti e dimenticati dallo Stato che aveva promesso di accoglierli  (video di Luca Ferrari)

Al Salaam c’è chi ha ottenuto i documenti di protezione internazionale e chi aspetta da tempo il riconoscimento. Lontani dal centro, dai servizi, dalla città. Un non luogo. «Molti di loro restano chiusi nelle loro stanze, al buio. Non mangiano per giorni e non hanno i soldi per pagarsi i biglietti dei mezzi pubblici, così accumulano multe su multe», racconta ancora D’Angelo. E passano per delinquenti, quando in realtà sono rifugiati da proteggere: «L’accoglienza è un diritto per chi chiede protezione internazionale, la carità non basta».

La situazione dei richiedenti asilo è un limbo dove il diritto di esistere è sospeso. Tanti di loro provano a lasciare l’Italia ripetutamente per raggiungere il Nord Europa. Tentativi che falliscono quando le polizie degli altri Stati riconoscono le impronte digitali e applicano il regolamento Dublino, rispendendoli qui in Italia. Le norme parlano chiaro: il migrante deve aspettare la risposta della commissione esaminatrice nel paese dove ha fatto domanda. E così passano i mesi, gli anni. E il tempo per ricongiungersi alla famiglia, che lo aspetta in un’altra nazione, si dilata all’infinito. La commissione che valuta le domande di asilo dovrebbe rispondere per legge entro 30 giorni.

La realtà è però diversa: in Sicilia gli avvocati dei richiedenti denunciano tempi anche superiori all’anno. C’è una sola commissione per tutta la Sicilia orientale, quella di Siracusa. Ingolfata dopo la chiusura delle sottocommissioni di Mineo e Caltanissetta. Risultato? Tempi biblici e dispersione sul territorio europeo degli stranieri che hanno richiesto la protezione. E non è possibile puntare il dito contro l’eccessivo numero di domande da esaminare. I dati ufficiali del Consiglio italiano per i rifugiati posizionano l’Italia agli ultimi posti in Europa per richieste ricevute. Appena 15 mila richieste nel 2012 rispetto alle 28 mila del Belgio, alle 60 mila della Francia e alle 75 mila della Germania. Eppure nonostante l’afflusso limitato, la macchina burocratica di casa nostra va a rilento. Non sono neppure sufficienti i punti di accoglienza: il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), costituito dalla rete degli enti locali che accedono a fondi pubblici del ministero dell’Interno, offre poche migliaia di posti. Una goccia nell’oceano rispetto ai quasi 80 mila tra rifugiati e richiedenti asilo.

«La follia tutta italiana è far vivere i rifugiati come clandestini», si scalda Bahar, che fa parte del comitato di controllo del condominio Salaam: «Negli altri paesi le cose funzionano in maniera diversa, ai rifugiati è garantita una sistemazione dignitosa». Il racconto di Bahar trova riscontro in numerose sentenze dei giudici tedeschi che gettano ombre pesanti sul sistema di accoglienza italiano. «Emergono dubbi fondati sulla capacità della Repubblica italiana di offrire sufficienti garanzie a chi chiede protezione internazionale». E non si tratta di casi isolati. Ma di almeno 40 sentenze di tribunali amministrativi tedeschi che hanno bloccato il respingimento in Italia degli stranieri.

«Dopo ogni sbarco aumentano i nuovi inquilini», spiega Bahar. «L’emergenza è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno muove un dito», denuncia D’Angelo:«Pochi i parlamentari che hanno varcato i cancelli del palazzo Salaam e solo due volte in otto anni. E prima di Ignazio Marino nessun sindaco di Roma era mai entrato». I sette piani dell’edificio ormai straripano di inquilini. E i servizi igienici non sono sufficienti. «L’80 per cento dei bagni e delle docce non funzionano nemmeno». Mancano i servizi sanitari minimi: dal centro dermatologico a un centro psichiatrico per le vittime delle torture. Un purgatorio che somiglia sempre più a un inferno dal quale i sopravvissuti alle traversate desiderano fuggire. In salvo dai naufragi, qui muoiono di una morte lenta.

via l’Espresso

 

Antimafia, i nomi che non ti aspetti

 

Antimafia, i nomi che non ti aspettiIl paladino del condono edilizio, l’indagato, il nemico giurato del 41bis. Dopo sette mesi di travaglio, ecco i nomi della commissione che faranno più discutere

 

di Giovanni Tizian e Nello Trocchia

Decisi i componenti della commissione antimafia 2013. Martedì sarà votato il presidente, probabilmente in quota Pd. Il nome di Rosy Bindi è quello che circola di più. Il Pdl proporrà Donato Bruno. La commissione si riunirà per la prima volta il 15 ottobre a Palazzo San Macuto.

Ci sono voluti sette mesi. Lunghi travagli interni ai partiti e la solita danza delle nomine e delle poltrone ne hanno bloccato l’insediamento. Tra i deputati e senatori che siederanno sugli scranni dell’organismo bicamerale, che ha il compito di indagare e approfondire il fenomeno mafioso, non mancano nomine che faranno discutere. Vediamo quali.

Carlo Giovanardi (Pdl), Il democristiano cresciuto nella rossa Emilia, passato poi nelle truppe di Silvio Berlusconi, negli ultimi tempi è diventato il difensore delle aziende emiliane bloccate dalla Prefettura perché a rischio condizionamento mafioso e quindi da tenere fuori dalla ricostruzione post sisma. Una questione che l’ha impegnato molto in questi mesi tanto da portare in aula diverse interrogazioni per chiedere modifiche alle interdittive antimafia. Provvedimenti amministrativi emanati dai prefetti sulla base di informative investigative, utilizzati per tenere alla larga imprese sospette dai cantieri pubblici. Dalle interrogazioni è passato poi alle vie di fatto presentando due emendamenti per modificare drasticamente questo strumento di prevenzione, ritenuto dagli addetti ai lavori indispensabile per prevenire l’infiltrazione mafiosa nei lavori pubblici. Proposta bocciata dall’ufficio legislativo del ministero dell’Interno, che nero su bianco ha motivato le sue preoccupazioni: gli emendamenti indebolirebbero l’azione dei prefetti. Ma Giovanardi è stato anche il dirigente di partito che ha criticato duramente la sua ex collega di partito Isabella Bertolini per aver denunciato la presenza di camorristi tra gli iscritti del Pdl modenese. Sospetto rivelatosi poi vero e che ha obbligato l’ala di Giovanardi a depennare una serie di nominativi dagli iscritti. Nonostante le affermazioni di Bertolini fossero provate dai documenti, è finita sotto attacco con l’accusa di razzismo verso i meridionali e di voler giocare sporco in vista del congresso regionale.

Carlo Sarro(Pdl) è da sempre vicino alla famiglia di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario imputato per concorso esterno in associazione camorristica. Di mestiere avvocato, in Campania, il deputato Sarro si batte da tempo per assicurare a centinaia di cittadini la riapertura dei termini del condono edilizio del 2003 che la regione, a guida centro sinistra, bloccò. Questione di giustizia spiega. Più volte ha proposto una moratoria sulle demolizioni delle case abusive: “Bisogna tenere in considerazione chi ha fatto ricorso all’abusivismo per necessità”. Si è reso protagonista di un’aspra polemica contro Libera e Don Luigi Ciotti presentando una interrogazione parlamentare. L’associazione aveva sottoscritto una petizione per opporsi proprio alla riapertura dei termini di condono edilizio.

Vincenza Bruno Bossio (Pd) è deputata calabrese del Partito Democratico. Condivide la passione per la politica con il marito Nicola Adamo, ex vicepresidente della regione Calabria durante la giunta Loiero. Bossio e marito sono usciti puliti dall’inchiesta Why not, Adamo resta, invece, imputato di corruzione e altri reati in un’altra inchiesta, condotta dalla Procura di Catanzaro, sull’eolico in Calabria.

Giovanni Bilardi (Gal) è un senatore del gruppo Gal, il centrodestra di governo. Ex consigliere regionale in Calabria dove era capogruppo della “Lista Scopelliti’. E’ indagato dalla procura di Reggio Calabria per peculato nell’ambito dell’inchiesta sui rimborsi per le spese dei gruppi regionali.

Donato Bruno (Pdl) è il candidato presidente del Pdl per la commissione antimafia. Avvocato, parlamentare di Forza Italia dal 1996, molto vicino all’ex ministro e pregiudicato Cesare Previti. Del tema criminalità Bruno si è più volte occupato difendendo a spada tratta i colleghi a processo per collusioni e viaggiando controcorrente sulle misure che, negli anni, lo stato ha messo in campo contro il crimine organizzato. Tra queste c’è quella del cosiddetto carcere duro per i boss, quel 41 bis che i mafiosi odiano, ma che in molte occasioni sono riusciti comunque ad aggirare. Donato Bruno, nel 2002, all’Ansa spiegava la sua opinione sul punto: “Personalmente io abrogherei il 41 bis, che è solo una tortura per i detenuti” esprimendo la sua contrarietà, per vizi di costituzionalità, a renderlo definitivo, ipotesi in discussione, in quei giorni, in Parlamento. Non solo Previti, però. Bruno ha avuto a cuore anche le sorti del capogruppo in Senato del Pdl Renato Schifani, attualmente indagato dalla Procura di Parlermo per concorso esterno. Quando, lo scorso luglio, il gip non ha accolto la richiesta di archiviazione della pubblica accusa chiedendo un supplemento di indagine, Bruno ha reagito così: «Decisione inspiegabile che ci lascia rammaricati».

Claudio Fazzone (Pdl) è il plenipotenziario del partito in provincia di Latina. Si è battuto come un leone contro lo scioglimento per condizionamento mafioso del comune di Fondi, assecondato dall’allora governo Berlusconi che decise di salvare l’ente locale nonostante fossero provate le infiltrazioni criminali. In ogni sede, anche giudiziaria, ha retto l’impianto accusatorio, la mafia a Fondi c’era, Fazzone parlava, invece, di complotto politico e mediatico. Nella relazione, redatta dal prefetto Bruno Frattasi, spuntava anche il nome del senatore, ora commissario antimafia. Era in una società con il sindaco Luigi Parisella e il cugino del primo cittadino Luigi Peppe. Così veniva descritto in una interrogazione parlamentare l’intreccio: “Il signor Luigi Peppe, oltre ad essere cugino del sindaco, è fratello di Franco Peppe (condannato nel processo Damasco II a 6 anni lo scorso giugno, ndr), soggetto in rapporti certi con la famiglia Tripodo, ed in particolare con Antonino Venanzio Tripodo”. Scrivi Tripodo e leggi ‘ndrangheta. A firmare l’interrogazione Laura Garavini, capogruppo del Pd nella commissione antiamafia della passata legislatura. Ora Garavini in antimafia si troverà proprio Fazzone come commissario.

Rosanna Scopelliti (Pdl), giovanissima deputata calabrese, è un nome importante dell’antimafia sociale, fondatrice dell’associazione Ammazzateci tutti, e figlia del giudice Antonino Scopelliti, ucciso da Cosa nostra con la collaborazione della ‘ndrangheta di Reggio Calabria. Una figura che dovrebbe essere di garanzia per la commissione. Sulla sua nomina non ci sarebbe nulla da eccepire. Se non per alcune prese di posizione che hanno fatto discutere all’interno dei movimenti antimafia, mondo da cui lei proviene. Ha criticato l’ex ministro dell’Interno Cancellieri per aver sciolto il consiglio comunale di Reggio Calabria, feudo dell’attuale governatore Pdl della Calabria Giuseppe Scopelliti. Una mossa imprudente la definì. E scatenò la risposta di Sonia Alfano, la figlia di Beppe, giornalista ucciso dalla mafia e presidente della commissione antimafia europea. E proprio Rosanna Scopelliti, figlia del giudice dalla schiena dritta, onesto servitore dello Stato, ha partecipato alla manifestazione contro i giudici organizzata dal suo partito il 4 agosto scorso. Non deve essere stata una bella esperienza, con la folla che insultava magistrati e Cassazione.

via l’Espresso

Chi sono i nuovi re dei rifiuti

Imprenditori rinviati a giudizio. Altri imputati per truffa. Altri ancora che si nascondono sotto fiduciarie. Incasseranno dieci milioni di euro all’anno. A Roma è cambiata la discarica, ma l’odore resta uguale

di Giovanni Tizian e Nello Trocchia

Di monopolio in monopolio. Da Malagrotta a Falcognana. Da un municipio a un altro. Dopo 40 anni di dominio assoluto dell’avvocato Manlio Cerroni (che continuerà a lavorare con i suoi impianti), al centro di un’inchiesta della procura di Roma, il business dei rifiuti capitolino finisce ad altre famiglie egemoni nel settore tra Puglia e Abruzzo. Oggi pomeriggio ci sarà una nuova manifestazione dei comitati cittadini contro la decisione del governo, Regione e Comune. Secondo i piani del Commissario Goffredo Sottile la discarica di Falcognana potrebbe ricevere le prime tonnellate di rifiuti già dai primi di ottobre. Intanto la tensione sale. L’Espresso può rivelare i nomi e la rete di alleanze dei futuri gestori del business d’oro.

Senza gara
Partiamo dalla scelta non trascurabile del commissario Goffredo Sottile di procedere all’affidamento diretto della gestione del sito alla Ecofer srl, proprietaria della discarica. L’avvocatura di stato in un parere, richiesto dall’allora commissario Giuseppe Pecoraro, per un altro sito aveva chiarito la necessità “dell’esproprio e della successiva gara ad evidenza pubblica” per la gestione. Il Ministro Andrea Orlando, in un recente intervento nell’aula della Camera dei deputati, ha spiegato la ragione di questa opzione: “Non ci sono – io credo – anche realisticamente le risorse e ritengo che anche dal punto di vista della tempistica la strada dell’esproprio porterebbe inevitabilmente a dei tempi molto più lunghi”. Così alla Ecofer arriveranno 300 tonnellate al giorno ad un prezzo da concordare, con un minimo fissato sugli 80 euro che fanno 24 mila euro al giorno. Una torta che si aggira intorno ai 10 milioni di euro ogni anno. Le volumetrie della discarica consentono un utilizzo per un massimo di due anni. Ma a chi andranno questi soldi?

I Maio tra inchieste e affari
Partiamo dal gruppo che detiene il 60% della Ecofer, attraverso una società controllata al 95 per cento da una fiduciaria. Si tratta del gruppo Maio, egemone proprio in Abruzzo, che gestisce anche, attraverso la Bleu srl, la discarica di Canosa di Puglia. Il titolare Franco Maio, patron del Lanciano calcio, ha qualche problema con la giustizia. E’ sotto processo per reati fiscali, rinviato a giudizio lo scorso dicembre. Altro processo a suo carico quello per una presunta truffa a una Asl. «Abbiamo agito sempre correttamente», è stata la replica. Nel 2003 finì coinvolto in un’inchiesta per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati ambientali. Maio fu arrestato, ma assolto nel processo di primo grado. Il caso veniva così descritto nel rapporto Ecomafie di Legambiente 2006: «Ha lasciato qualche perplessità la decisione del Tribunale di Trani con cui il giudice dell’udienza preliminare Teresa Giancaspro ha assolto gli imputati nell’inchiesta concernente la discarica Bleu di Canosa con la motivazione che “il fatto non sussiste”. L’impianto, definito come la pattumiera d’Italia, era stato posto sotto sequestro nel 2003 dopo che le indagini condotte dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico avevano portato a scoprire che nella discarica finivano illegalmente rifiuti speciali pericolosi come nichel, alluminio, magnesio e materiali ferrosi, provenienti da varie regioni d’Italia. Il tutto senza le prescritte autorizzazioni. Secondo gli inquirenti, le sostanze altamente tossiche sarebbero penetrate nel sottosuolo, inquinando le falde acquifere del torrente Locone. Il giudice dell’udienza preliminare ha invece ritenuto le accuse non sussistenti, disponendo il dissequestro dell’impianto». Franco Maio, dalla vicenda, ne è uscito pulito, assolto. Dopo la bufera giudiziaria, la Bleu è tornata in attività. Affari anche con i rifiuti napoletani. Lo scorso anno ha vinto un appalto indetto dalla Sapna, la società provinciale partenopea, per il trasporto e smaltimento di rifiuti trattati. Un appalto vinto insieme alla Cosmer spa, sede legale a Napoli. La Cosmer è stata oggetto di interdittiva antimafia nel 2009 poi annullata dal Tar che ha definito, tra gli altri, infondato l’elemento parentale per supportare uno stop prefettizio.?La proprietà è della famiglia Di Francia. Tra i titolari c’è Luigi Di Francia. Il fratello Giorgio, che non è presente in Cosmer, è stato tra i gestori, negli anni novanta, della discarica di Pianura, attraverso società colpite da interdittiva per sospetti condizionamenti malavitosi. Un invaso, quello di Pianura, in quegli anni, destinatario dello smaltimento di veleni e rifiuti tossici provenienti dalle aziende del nord.

I soci di Puglia
Una holding, insomma, in rapporti con l’imprenditoria che da anni è attiva nel settore. E anche in Puglia non mancano le alleanze tra i ras del sacchetto. Il gruppo Maio è socio della Tradeco in una Spa. La Tradeco è della famiglia Columella, tra le più potenti nel settore in terra di Puglia, ribattezzati i ‘re della Murgia’. Michele Columella, figlio del patron Carlo Dante, ha qualche problema con la giustizia. E’ imputato per truffa ai danni del servizio sanitario nel processo che vede tra gli inquisiti anche l’ex senatore Pd Alberto Tedesco. Ma è il prefetto di Bari Carlo Schilardi a descrivere la Tradeco nell’ultima relazione sulla Puglia della commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. «Il capostipite della famiglia è Carlo Dante Columella. Lo hanno incriminato per smaltimento illecito e altri piccoli reati ma se l’è sempre cavata. C’è poi Columella Michele, che è il presidente del consiglio di amministrazione della Viri, altra azienda collegata alla Tradeco, nel settore dei rifiuti, che è stato arrestato e posto ai domiciliari, insieme a due funzionari dell’Asl di Bari per lo smaltimento di rifiuti(…)». E ancora: « Il nome dei Columella è venuto fuori con una certa forza qualche mese fa quando in sede di audizione alla Commissione parlamentare antimafia, presieduta dal senatore Pisanu, furono disvelati presunti rapporti tra i Columella che sono considerati – entriamo nel settore della criminalità economica organizzata – i padroni del territorio per le loro grandi disponibilità economiche e finanziarie e quindi anche i soggetti capaci di influire sulla vita politica del territorio e di condizionare anche, con mezzi finanziari non attraverso minacce estorsioni, in un certo senso, le campagne elettorali». Columella si è sempre difeso: «Sono 28 anni che andiamo avanti così, da un’inchiesta a un’altra senza che mai, e dico mai, si sia concluso qualcosa di concreto nei nostri confronti. E questo perché noi non c’entriamo nulla con questioni di malaffare. Siamo persone perbene».

Fiori su Falcognana
Il 39 per cento della Ecofer è invece detenuto dalla Cordusio fiduciaria. Ancora una schermatura. Ma i detective hanno rintracciato subito la reale proprietà: Valerio Fiori, lo stesso che detiene l’1 per cento di Ecofer. Il suo nome ha scaldato parecchio gli uomini del Pdl, che in un’interrogazione parlamentare hanno perso per una volta il loro solito spirito garantista per lanciarsi in un’ offensiva, ricordando le condanne dell’imprenditore e socio di Maio: «Valerio Fiori è stato condannato con sentenza del Tribunale in composizione monocratica di Bologna, irrevocabile, per violazione delle disposizioni in materia di tutela delle acque dall’inquinamento», hanno scritto in una interpellanza.

C’è poi un documento che al momento ha escluso collegamenti con le cosche. Il prefetto di Roma ha incaricato il comando provinciale della guardia di Finanza di stilare un rapporto sulla reale proprietà. Secondo la relazione dietro la Ecofer c’è il gruppo Maio e Valerio Fiori. Fine del mistero. Ma perché allora trincerarsi dietro uno schermo? Quali sono i motivi che portano gli imprenditori a stipulare un mandato fiduciario con società specializzate in questo?

Il mistero delle fiduciarie
«Chi sceglie di affidarsi alle fiduciarie lo fa per mantenere la riservatezza», spiega a “l’Espresso” Francesco Pighi, avvocato, docente di diritto internazionale dell’Università di Modena, tra i massimi esperti della normativa sui trust internazionali e socio della Ghirlandina Holding, che partecipa la Class Fiduciaria, la quale a sua volta detiene un’intestazione fiduciaria in Sofir, quella di Ecofer per intenderci. «Scelgono di non comparire imprenditori che hanno subito minacce, o quelli che per non favorire la concorrenza non vogliono mostrare le partecipazioni, e poi c’è chi non vuole mostrare la propria ricchezza. Oggi essere ricchi sembra un peccato mortale». L’avvocato, nipote del sindaco Pd di Modena Giorgio Pighi, conosce bene la materia. Attraverso Class Fiduciaria hanno assunto una serie di mandati da parte di imprenditori che vogliono rimanere anonimi. «Dalla Class fiduciaria in poi esiste una normativa che ci impone il silenzio. Solo davanti a una richiesta della magistratura siamo obbligati a fornire i nomi dei titolari dei mandati e quando è stato richiesto abbiamo collaborato con la massima disponibilità». Il nome della Class fiduciaria è comparsa sui giornali all’ indomani della polemica sulla discarica di Falcognana. Motivo? Perché ha un’intestazione fiduciaria nella Sofir- a sua volta una fiduciaria- collegata alla holding che detiene il 60 per cento delle quote di Ecofer. Un castello societario intricato. «Guardi, quanto ho letto sui giornali, è una triste storia di supposizioni, mi hanno fatto cadere gli ultimi capelli che avevo, ma so che molti dei personaggi citati hanno intenzione di denunciare». La Sofir è finita al centro di interrogazioni parlamentari per avere avuto tra i suoi clienti una delle imprese delle video slot di Nicola Femia, un boss della ‘ndrangheta. «Può capitare. Oltretutto non mi pare che il soggetto sia stato condannato in via definitiva. Sono notizie che ho appreso dai giornali, non ho nulla a che fare con Sofir. Class ha solo acquisito una partecipazione fiduciaria per conto di terzi ma non abbiamo potere di gestione sulla Sofir. Per quello che so, le fiduciarie hanno l’obbligo di chiedere i casellari giudiziari, a quel punto se non ci sono problemi si procede».

via l’Espresso 

Mentre il paese pensa a re Silvio, l’Italia si avvelena con i rifiuti tossici. Dov’è finita la lotta alle mafie?

I camorristi di Gomorra e i loro complici in giacca e cravatta hanno ammorbato la natura. Ci sono intere zone del nostro Paese da bonificare. Alcune avvelenate per sempre. Questa la sentenza dei consulenti della procura antimafia di Napoli che hanno analizzato le terre dove le aziende dei clan hanno sversato negli anni tonnellate di rifiuti pericolosi: fanghi industriali, amianto, metalli pesanti, fusti radioattivi.

Eppure a quasi sei mesi dall’insediamento del governo Letta la priorità è sempre e comunque Berlusconi, un senatore ormai come tanti altri, ma a cui il circo della politica continua a dare troppa importanza. Così mentre l’ex presidente del Consiglio teneva in sospeso il Paese, annunciava e poi ritirava il video, minacciava rivoluzioni contro magistrati e giudici, a Casal di Principe riaffioravano, dopo estenuanti lavori di scavo, fusti di rifiuti pericolosi, per l’uomo e per l’ambiente, sepolti 20 anni fa.

Scorie industriali. Scarti pestilenziali inviati dal ricco e produttivo Nord alle campagne del Casertano. I boss hanno fatto il resto, era loro il compito di individuare i terreni comprati per pochi spiccioli dove sversare i veleni.

Le filiere industriali si servono delle mafie e il risparmio che queste offrono gli fa comodo. Le organizzazioni mafiose moderne si pongono sul mercato, a Sud e a Nord, come società di servizi alle imprese. Servizi offerti a poco prezzo. Costi bassissimi che tagliano fuori le aziende oneste, quelle che rispettano le regole, l’ambiente, i diritti dei lavoratori e pagano le tasse. La concorrenza sleale è a casa nostra, non arriva sempre e comunque dall’estero, dai nemici stranieri e lontani. La gestione criminale dei rifiuti si inserisce nel ciclo economico legale inquinando i terreni, l’acqua, l’aria e l’economia sana.

Le cosche per pochi euro smaltiscono qualunque porcheria. Qualunque scoria o veleno. E non avviene più soltanto nelle campagne e nelle discariche del meridione gestite dalle organizzazioni. Accade nel Lazio. Succede in Lombardia dove i camion della ‘ndrangheta hanno sotterrato montagne di terra inquinata nei cantieri sparsi nella regione.

Accade in Emilia Romagna dove imprenditori dall’etica scricchiolante hanno deciso che l’amianto può essere mischiato all’asfalto. Avviene in Veneto dove ci sono indagini per verificare cosa è stato nascosto sotto il manto stradale di alcune autostrade. E in Trentino, dove i rifiuti illeciti vengono stoccati in ex cave.

Ma le priorità della politica sono altre. Quali? Sempre e ancora Berlusconi, che da vent’anni è la giustificazione dell’immobilismo istituzionale. Conoscere il motivo per cui le dichiarazioni del super pentito Carmine Schiavone – che dal ’93 racconta dell’avvelenamento della Campania – non sono state prese in considerazione prima è di fondamentale importanza per la salute della nostra democrazia e per quella dei cittadini.

Capire perché solo ora si è deciso di ascoltarlo. Ora che gli esperti etichettano alcune aree come impossibili da bonificare. È molto grave che un’ informativa datata 1996, della Criminalpol del Lazio (di cui abbiamo parlato nell’inchiesta pubblicata ieri su Le Inchieste di Repubblica, in cui veniva raccontato per filo e per segno quanto scoperto nel 2011 sia rimasta inascoltata per così tanto tempo.

Disattenzione o complicità? Le carte giudiziarie parlano di massoneria e di P2, di centri di potere romano e di manager di rifiuti (oggi rimasti più o meno negli stessi posti a gestire il business), quel rapporto firmato dal poliziotto Roberto Mancini forse rischiava di demolire il sistema che ha permesso per anni al capitalismo italiano di comprimere i costi scaricando sulla pelle dei cittadini onesti le scorie del profitto.

Nell’inchiesta pubblicata ieri, Sergio Costa, comandante del Corpo Forestale di Napoli, ha spiegato come gli imprenditori affidano la gestione dei rifiuti ai clan per convenienza e per nascondere la produzione non dichiarata al fisco. Imprese i cui titolari sono evasori fiscali che se smaltissero lecitamente tutti gli scarti della produzione, sarebbero individuabili dai controlli incrociati degli investigatori del fisco. Perciò alimentano la filiere nera del traffico di rifiuti. Un reato spalanca la porta a un altro.

La Commissione antimafia che fine ha fatto? Nessuno ne ha notizie. Neppure questa è una priorità per il governo delle larghe intese. Del resto per nessun governo la lotta alle mafie è mai stata una priorità.

Dormite sonni tranquilli mafiosi e collusi, in questo Paese nessuno disturba i vostri affari! Sentirete parlare di mafia e di antimafia, ma sarà solo argomento salottiero o, tutt’al più, occasionale sproloquio di campagna elettorale. Poi tornerà il silenzio, la quiete. Per voi sarà semplice come ai vecchi tempi: inquinare, devastare, ammazzare, riciclare, corrompere. La politica italiana ha altri problemi, altre priorità.

Ma quali rifiuti, quale disastro ambientale! L’attenzione è rivolta a re Silvio, alla suacondanna definitiva. Così, mentre interi pezzi d’Italia muoiono, l’economia è minata dalla crisi e dalla concorrenza sleale delle mafie, l’evasione e la corruzione producono un buco miliardario alle casse dello Stato, il dibattito politico è tutto per lui. Per un imprenditore pregiudicato a cui non resta che rispettare una sentenza.

di Giovanni Tizian

via huffingtonpost

Una banca per trasferire denaro dalla Campania verso il Lazio

Una banca per trasferire denaro dalla Campania verso il Lazio

Doveva aprire a Cassino ma la Banca Industriale del Lazio fu chiusa prima dell’inaugurazione.  L’informativa della Criminalpol del 1996 è rimasta chiusa nei cassetti per molti anni. Adesso si scopre che serviva a pulire gli enormi incassi ricavati dal traffico dei rifiuti

di GIOVANNI TIZIAN

ROMA - Un’informativa scritta dalla Criminalpol che porta la data del 1996. Successiva alla prima grande inchiesta sulla monnezza connection, “Adelphi”. Un documento rimasto chiuso nei cassetti per lungo tempo. E oggi acquisito nel processo in corso a Napoli contro Cipriano Chianese, Francesco Bidognetti e Gaetano Cerci per disastro ambientale.

Quell’indagine è nata seguendo l’enorme flusso di denaro che dalla Campania è sbarcato nel Lazio. E’ il 1994, la neonata Banca Industriale del Lazio viene bloccata dall’antimafia. Doveva aprire a Cassino, ma fu chiusa prima dell’inaugurazione. E il Consiglio d’Amministrazione indagato per riciclaggio e associazione mafiosa.  Le agenzie e gli articoli dell’epoca titolarono: “Istituto bancario chiuso per mafia”. Ora nell’informativa è scritto nero su bianco chi erano i mafiosi, di chi i capitali sporchi. Con un nome che ricorre, costante. Si legge nel documento: “Emergeva già allora la figura dell’avvocato Cipriano Chianese che nel solo 1993 investiva ben 1 miliardo e 217 milioni delle vecchie lire nell’acquisto delle azioni di un neonato istituto di credito di Cassino e circa 5 miliardi per rilevare la proprietà di un immobile a Formia a fronte di un reddito dichiarato di poco superiore ai 200 milioni annui”.

Va ricordato che erano gli anni in cui il sistema rifiuti ideato da Chianese andava a gonfie vele e il clan dei Casalesi fatturava miliardi. Questi segnali “portavano a esplorare un mondo economico sommerso fino ad allora sconosciuto nei suoi aspetti criminali: “il pianeta-rifiuti”", scrive la Criminalpo. Dell’affare bancario ne ha parlato anche Carmine Schiavone: “Chianese era impegnato nell’attività di apertura di una banca a Cassino dove sarebbero stati reinvestiti i proventi illeciti del traffico di rifiuti”.

via l’Espresso

 

Le bonifiche ultima sfida della Camorra “Così guadagneranno sui loro disastri”

Le bonifiche ultima sfida della Camorra "Così guadagneranno sui loro disastri"Chi ha distrutto il territorio ora punta a risanarlo. Un paradosso legato ai fondi pubblici stanziati per il recupero dei terreni. Il procuratore nazionale antimafia Roberti: “E’ un settore da tenere sotto controllo”. Il comandante provinciale di Napoli della Guardia Forestale lancia la sua proposta: per sanare l’inquinamento usiamo i soldi sequestrati alle organizzazioni malavitose

di GIOVANNI TIZIAN

ROMA - I clan stanno spostando il baricentro dei loro interessi. Chi ha distrutto il territorio ora vorrebbe risanarlo. Non per senso civico, ma solo per drenare i soldi pubblici stanziati per recuperare i terreni. L’allarme è stato lanciato anche dal neo procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti. Sentito all’epoca della sua reggenza della procura di Salerno ha espresso davanti alla Commissione rifiuti della Camera i suoi timori sulle bonifiche: “Molte società si stiano industriando per proporsi per le bonifiche dei siti inquinati; si tratta quindi di un terreno da attenzionare in modo che possano accedere solo imprese tecnicamente idonee e valide e non infiltrate dalla criminalità organizzata”.

Due situazioni. ”Per i terreni inquinati si presentano due situazioni”, sostiene Sergio Costa, comandante provinciale di Napoli del Corpo Forestale. “C’è il microsito fortemente inquinato e altri aree più vaste avvelenate. Attenzione però non dobbiamo commettere un errore, considerare i siti parzialmente inquinati come meno importanti: l’insieme dei siti parzialmente inquinati forma un macroinquinamento”. Tutte quelle microdiscariche diffuse nelle campagne sono una bomba ecologica, non meno dei luoghi impregnati di arsenico e metalli pesanti. “Questo le amministrazioni faticano a capirlo. L’indagine di scenario ci deve portare a dire se quel territorio è a rischio non se un sito è a rischio”, conclude il comandante, che sulle bonifiche aggiunge:”Le bonifiche devono riportare il sito allo stato precedente e non semplicemente entro parametri di legge”.

Proposta per trovare fondi. E i soldi? “Una proposta ce l’avrei”, dice ancora Costa “il codice dell’ambiente prevede sanzioni amministrative per gli illeciti, questi denari finiscono nelle casse della Provincia, del Comune e della Regione. Perché non farli finire in un fondo unico vincolato per bonifiche agricole e ambientali. Così non è più il cittadino a doverle pagare. Inoltre si potrebbe creare  un osservatorio territoriale dei cittadini che vigili sulla bonifica con diritto di accesso agli atti. Vanno migliorate le norme e le misure di prevenzione del fenomeno. La bonifica va pagata da chi inquina”.

La bonifica delle bonifiche. Il sito inquinato per eccellenza, il luogo del disastro ambientale è l’area della Resit di Giugliano, un tempo di Chianese.  La bonifica della discarica di fatto non è mai partita. La fase dell’analisi non è ancora terminata. “Siamo ancora nella fase della caratterizzazione, nonostante i dati circa la presenza di un avvelenamento, o comunque già in precedenza di una situazione disastrosa sostanzialmente assimilabile al disastro ambientale, fossero noti e già comunicati a partire almeno dal 2004″, è la denuncia del magistrato Alessandro Milita davanti ai membri della Commissione parlamentare. “Sono passati otto anni e la caratterizzazione è ancora in corso d’opera”. Con il percolato e i veleni che ormai hanno toccato le falde acquifere.

Sbloccare i soldi sequestrati. Ma cosa aspettano le Istituzioni? La situazione è drammatica, oltretutto lì intorno ci sono terreni coltivati. Frutteti che stanno morendo. E I soldi non sarebbero un problema, se solo si riuscissero a sbloccare I denari confiscati ai boss che hanno inquinato. “In questo processo (contro Chianese, Bidognetti, Cerci ndr) sono stati sequestrati beni e valori di pronta liquidazione pari a circa 17 milioni di euro, inoltre è stata attivata la misura di prevenzione sulla società Resit che era estremamente danarosa, laddove ad esempio tra i tanti beni aveva due Ferrari, di cui una Ferrari Enzo, veicolo senza prezzo di mercato che è stata venduta dall’amministrazione giudiziaria nell’ambito della misura di prevenzione a una cifra superiore agli 800 mila euro. Parliamo quindi di una disponibilità finanziaria straordinariamente elevata e certamente idonea a sostenere il costo della bonifica. In base alla normativa attuale, è impossibile utilizzare le risorse finanziarie sequestrate disponibili, perché manca una norma che consenta di utilizzare questo denaro”.

Riforma a costo zero. Dalle parole di Milita il governo potrebbe trovare una priorità, vista la scarsa attenzione al problema permettere l’utilizzo dei soldi requisiti a chi ha ucciso il Casertano sarebbe una riforma a costo zero. “La bonifica deve essere ben attuata, ma per esserlo abbia bisogno di fondi, perché l’unico limite reale è il fondo, al di là della società che dovrebbe eseguire la bonifica e che si spera sia la migliore possibile. Nel momento in cui si scelgono bonifiche a basso costo, è plausibile che la bonifica verrà compiuta con modalità tali da spostare il problema nel futuro e nel tempo che verrà”.

via l’Espresso 

 

Preso Costa: Schifani trema?

Renato Schifani«Prima o poi racconterò tutto quello che so sull’ex presidente del senato», aveva detto l’imprenditore condannato e in rapporti con la criminalità organizzata. Secondo quanto risulta all’Espresso, adesso l’hanno arrestato a Santo Domingo, dov’era latitante

di Giovanni TIzian

 

«Prima o poi la verità su Schifani la racconterò tutta fin dal primo giorno in cui l’ho conosciuto». 

Parola dell’imprenditore Giovanni Costa catturate da “l’Espresso” nel settembre 2010. Sono passati due anni da quello sfogo, nel frattempo l’imprenditore palermitano, condannato dalla Cassazione nel maggio scorso per riciclaggio e bancarotta fraudolenta, si era dato latitante.

Martedì però la sua villeggiatura forzata e dorata a Santo Domingo è finita con l’arresto. Mesi di lavoro del reparto criminalità organizzata della squadra Mobile di Bologna hanno portato alla sua cattura. La polizia domenicana e l’Interpol hanno fatto il resto. Gli hanno messo le manette mentre usciva da un resort di lusso nella terza città più grande del paradiso caraibico, La Romana. In una zona, Casa de Campo, nota per le ville hollywoodiane di attori e personaggi dello spettacolo. La stessa zona dove ha comprato casa Marcello Dell’Utri. Tra qualche giorno dovrebbe arrivare l’ok delle autorità per l’estradizione in Italia.

Dall’Emilia a Santo Domingo passando per Cuba, Costa è riuscito a far perdere le tracce. Ma lui non aveva intenzione di vivere da recluso. E proprio la sua passione per la bella vita l’ha tradito. Continue richieste di denaro ai figli in Italia e il profilo Facebook “Gio Costi”(con foto delle spiagge bianche di Santo Domingo) hanno messo sulle sue tracce i detective bolognesi. A Santo Domingo ha stretto amicizia con un altro siciliano trapiantato sull’Isola da molti anni. E si sarebbe inserito in una serie di affari immobiliari. Non era solo Costa. Ha condiviso il periodo caraibico con una ragazza dell’Est Europa, ufficialmente segretaria di una società panamense. Insomma a Costa la vita da latitante gli stava stretta.

L’imprenditore palermitano è arrivato a Bologna negli anni ’90. Qui attira l’attenzione degli investigatori che lo indagano per riciclaggio e mettono sotto sequestro il suo patrimonio. Molti anni dopo arrivano le confische definitive delle società e degli immobili di pregio sotto le Due Torri. Per uno strano scherzo del destino alcuni degli appartamenti sottratti a Costa si trovano nella galleria intitolata ai giudici Falcone e Borsellino. Uno di questi è ancora occupato dai familiari e perciò non riutilizzabile dalla collettività come prevede la legge.

E’ un romanzo la vita di Costa. La trama si dipana tra affari, viaggi e trasferimenti. Inizia a Villabate negli anni ’80. Racconta dei servizi prestati (e per questo è stato condannato) a Giovanni Sucato, personaggio legato alla mafia di Villabate. Il suo resoconto si intreccia con la vita, come lui stesso dichiara, dell’ex presidente del Senato Renato Schifani, indagato dalla procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa.

Per il fedelissimo di Silvio Berlusconi i pm palermitani avevano chiesto di archiviare il caso, ma il gip ha chiesto un supplemento di indagini. Agli atti anche i racconti del misterioso Costa.

via l’Espresso 

I BROKER DEI RIFIUTI

Smaltimento rifiuti ed evasione fiscale, per il nuovo business i clan cambiano volto

Smaltimento rifiuti ed evasione fiscale, per il nuovo business i clan cambiano volto

Per il traffico della spazzatura servono altri modi: niente intimidazione, facce pulite, rassicuranti e fare professionale. Commercialisti, avvocati, imprenditori con le carte in regola per sedersi ai tavoli con politici e industriali. Così si può agire senza problemi e anche evadere le tasse. Un pentito vent’anni aveva detto tutto, indicato dove finivano i veleni, ma le sue dichiarazioni furono ignorate

di GIOVANNI TIZIAN

ROMA - Il traffico di rifiuti ha bisogno di facce pulite. Commercialisti, avvocati, imprenditori. Professionisti, loquaci e col vestito buono, in grado di sedersi ai tavoli con politici e industriali senza che questi avvertano la puzza di mafia, di camorra, di affare sporco. Sono i broker ingaggiati dai clan. Intermediari, sensali dei rifiuti. Figure moderne nate per risolvere “problemi” collaterali della produzione, dello sviluppo. Offrono un servizio – il servizio – alle aziende. Figure centrali nel business dei rifiuti. Lavorano di fino, giocano sul filo della legge.  Si muovono nel Paese, lo attraversano da Sud a Nord, cercando clienti che desiderano abbattere i costi dello smaltimento delle scorie prodotte dalle loro imprese. Oppure imprenditori che evadono il fisco e perciò costretti a scaricare illecitamente parte dei rifiuti per eludere i controlli incrociati che confrontano produzione, vendita e tonnellate di spazzatura smaltite.

Il profilo. Nel codice di comportamento non scritto del broker dei rifiuti vige una regola: mai palesare il nome e l’organizzazione mafiosa per cui si lavora. Evitare frasi kitsch da film sulla mafia anni ’50: “Mi manda don Raffaele”. I tempi sono cambiati. Gli affari e la legge anche. Al centro più che il rispetto, l’onore, le regole, ci sono gli affari. E per farli crescere l’atteggiamento è fondamentale. Ecco perché chi si occupa di trafficare rifiuti tenta in tutti i modi di celare metodi criminali con modi di fare apparentemente legali. Gli intermediari si presentano negli uffici delle imprese del nord Italia e propongono l’offerta. Parlano di costi, tempi, luoghi. Descrivono nei dettagli i mezzi che utilizzeranno e il vantaggio competitivo che ne deriva affidandosi a loro. Non una parola sui reali beneficiari del business, né sul nome del datore di lavoro. I broker di professione non impongono il servizio mettendo in soggezione l’imprenditore, minacciandolo e indicandogli il nome del clan per cui operano.

Tranquillizzare il cliente. Una tecnica di marketing che tranquillizza il futuro cliente, che si spaventerebbe se consapevole di avere davanti un emissario in giacca e cravatta dei clan. Così l’imprenditore può solo immaginare dove andranno a finire quei rifiuti smaltiti a costi bassissimi, ma ricevute le dovute rassicurazioni a parole la sua coscienza ritrova la tranquillità e la necessaria determinazione per affidarsi ai manager della spazzatura stipendiati dalle cosche. Far finta di non sapere aiuta a superare le paure prodotte più dallo spettro di un’inchiesta che da questioni etiche e di salvaguardia dell’ambiente. “Esistono varie tipologie di broker”, osserva Sergio Costa, comandante provinciale del Corpo Forestale di Napoli e profondo conoscitore del territorio e dei traffici illeciti di rifiuti. “Operano figure con competenze transnazionali, professionisti affermati, nella gestione dei rifiuti di grosso livello, si parla di società, di consigli di amministrazione, di fatture. Lo stesso sistema che esiste per l’evasione fiscale esiste per i traffici internazionali. Poi c’è il livello micro territoriale, più ruspante, di chi fa l’intermediario sul territorio. In realtà la figura del sensale, dell’intermediario, del broker è un metodo che vale per tutte le attività e traffici”.

Si paga cash e in nero. I boss utilizzano i broker per chiudere contratti legali. I manager uniscono due mondi quello della impresa e della politica con il sistema mafioso.  I personaggi di spicco della camorra non possono partecipare a riunioni dove siedono persone colpite da provvedimenti. Quindi scelgono persone insospettabili, professionisti, facce pulite. Nel momento in cui vengono “assunti” ai broker viene dato il mandato di firmare i contratti. Sanno perfettamente quanto e fino a dove potevano spingersi. I pagamenti li ricevono cash, tutto in nero. E in caso di inchiesta la strategia è già decisa: i mediatori devono fare la parte delle vittime di estorsione o di usura. Perché il boss accetta senza fiatare una condanna per estorsione e usura ma vuole a tutti i costi mantenere segreto il business dei rifiuti (che prevede reati punibili con pene molto più gravi).

Trattano le facce pulite. Al tavolo delle trattative non siedono i boss ma le loro facce pulite. Il capo camorra comunica con il broker. E il “manager della monnezza” comunica con l’imprenditore che deve smaltire le tonnellate di rifiuti illeciti. Il primo conosce soltanto il secondo e il secondo interloquisce con il terzo, senza specificare per chi lavora. La gestione del business è a compartimenti stagni. I padrini sono gli unici a conoscere nomi e cognomi dei professionisti a loro servizio. i soldati dell’organizzazione non sono tenuti a saperlo. Anzi se fanno troppe domande rischiano di finire male. Questo serve a limitare i danni nel caso di blitz e indagini. Carmine Schiavone, pentito di primissimo livello, in una delle sue prime ricostruzioni ricorda quando nel 1988 propose a suo cugino Francesco Schiavone “Sandokan” di seppellire rifiuti a Casale. “Ma che vogliamo avvelenare il nostro Paese?”, rispose sdegnato. Ma i suoi buoni propositi cambiarono in fretta, e dopo appena un anno la grande famiglia Casalese entrò nel business trascinata dai compari di affari Bidognetti.

I re del disastro ambientale. È l’inventore dell’ecomafia profondo conoscitore della politica nazionale e locale. Il mediatore che ha trasformato in oro e denari per il clan montagne di spazzatura e scorie industriali. L’uomo che ha escogitato il meccanismo delle società commerciali – scatole vuote – per gestire il business della spazzatura. Questo e altro ancora è Cipriano Chianese, sotto processo a Napoli per disastro ambientale e truffa ai danni dello Stato insieme ai boss del clan dei Casalesi e a Gaetano Cerci, inserito in ambienti massonici della P2 e legatissimo al boss Francesco Bidognetti, alias “Cicciotto ‘e mezzanotte”. Rischiano una pena altissima per avere avvelenato le falde acquifere. Il periodo oggetto dell’inchiesta è quello che va dal 1985 al 2004. Vent’anni di veleni, scorie, liquidi industriali. I continui sversamenti nella discarica di proprietà di Chianese, la Resit di Giugliano, hanno prodotto un danno ambientale enorme. Una catastrofe. E per la prima volta in un processo sulla ecocamorra viene contestato l’omicidio dell’ambiente. Il massimo della pena prevista è 30 anni di carcere. Il dato storico è che per la prima volta un capomafia qual è Bidognetti viene indicato come il killer di un intera comunità. Un danno di immagine che potrebbe produrre effetti devastanti per i padrini, sempre attenti ad apparire in veste di salvatori del popolo, e ora accusati di avvelenamento. Indicati dalla pubblica accusa come i portatori di mali incurabili e tumori mortali.

Migliaia di tonnellate di veleni. Chianese, appoggiato dal clan Bidognetti, ha, secondo la procura antimafia di Napoli, interrato nella discarica non impermeabilizzata 806mila 509 tonnellate di rifiuti. Ben 30mila provenivano dalla Acna di Cengio, il che vuol dire residui e scorie pericolose derivanti dagli impianti chimici liguri. Il problema invece che risolverlo è stato spostato da Cengio a Giugliano. Gli esperti della procura hanno calcolato che quella massa di rifiuti pericolosi ha prodotto 57mila tonnellate di percolato, l’elemento che produce il danno peggiore, il quale lento scivola nel terreno e contamina le falde acquifere. La punta massima di inquinamento sarà raggiunta nel 2064, ma produrrà effetti fino al 2080. Per questo è necessaria una bonifica rapida e immediata. Che ancora non è partita.

Una storia durata nel tempo. La storia di Chianese e dei camorristi assassini dell’ambiente inizia tra l’88 e l’89. Secondo i magistrati è durata almeno 20 anni. Chianese lanciò l’idea di creare una società, una scatola vuota, senza mezzi e strutture produttive, chiamata Ecologia 89. Nella gestione diretta entrò anche il massone Cerci. “Attraverso la società Ecologia 89 e altre analoghe strutture hanno creato la copertura formale alla gestione mafiosa dello smaltimento  dei rifiuti”. “Operavano in regime di monopolio e consentivano lo smaltimento abusivo in discariche campane, in particolare nelle aree di Giugliano, di quantitativi ingenti di rifiuti in un arco temporale snodatosi tra il 1988 e il 1994″, si legge negli atti giudiziari. Il modello organizzativo fu quello scoperto con l’indagine Adelphi. Processo poi in parte azzoppato dalle assoluzioni ma che ha ricostruito per la prima volta il sistema messo in piedi dai Casalesi per gestire il business dei rifiuti. Già allora Cipriano Chianese veniva indicato come il fondatore dello smaltimento rifiuti in Campania.

Cambiano le rotte. ”Il traffico di rifiuti si può dividere in due momenti storici”, spiega a Sergio Costa. “Il primo è quello del traffico da Nord a Sud, proseguito fino al 2000, col tempo diminuito di pari passo con l’alzarsi della soglia di attenzione da parte degli investigatori e dei cittadini. I rifiuti hanno seguito questa direttrice per  25 anni”. Poi qualcosa è cambiato, all’inizio del nuovo millennio e con rischi sempre maggiori i boss e i loro broker hanno mutato strategia.  “La mia sensazione è che lo spartiacque è stato il nuovo millennio. Oggi scopriamo discariche precedenti al 2000, nel traffico da Nord a Sud i rifiuti venivano interrati, c’era bisogno di un’organizzazione strutturata. Oggi per esempio troviamo anche rifiuti che da Sud vanno verso Nord: la raccolta del ferro, i metalli non bonificati, che arrivano in Lombardia (Bergamo e Brescia) e nell’est Europa. Il fatto che non si muovano da Nord a Sud non vuol dire che non sia finito il traffico. Per esempio una rotta che oggi i manager dei rifiuti scelgono è quella verso i paesi in via di sviluppo. Dove la corruzione è diffusa e l’attenzione minore. Ci sono i paesi balcanici e alcuni stati dell’Africa”.

Destinazioni lontane. I rifiuti partono dai porti italiani per raggiungere destinazioni lontane, competenza esclusiva di broker internazionali, o meglio, “manager della monnezza”. Le nuove frontiere dello smaltimento o del riciclo dei rifiuti si sono spostate a Oriente, Cina e Hong Kong. “Il traffico di rifiuti transfrontaliero è in rapida crescita, soprattutto in direzione della Repubblica Popolare Cinese e Hong Kong”, si legge nella relazione della Commissione parlamentare. Le  attività investigative del Nucleo ecologico dei Carabinieri hanno individuato organizzazioni criminali che attraverso alcune società del settore dello smaltimento dei rifiuti sparse nelle regioni italiane, spedivano rifiuti in plastica camuffandoli alle dogane di Salerno e Gioia Tauro, come materie prime. “Sarebbero poi state riutilizzate nei paesi orientali per la produzione di merci per il mercato europeo. Una volta acquistati i rifiuti in plastica presso varie imprese italiane, l’organizzazione si limita a pressarli e ridurli di volume e con apposite dichiarazioni il materiale era trasformato, da rifiuto in materia prima”. In realtà la merce veniva acquistata mediante denaro contante da intermediari specializzati, “consapevoli che in realtà si trattava di rifiuti speciali”. Le spedizioni sono poi organizzate tramite imprese di comodo di Hong Kong. Con la complicità di titolari di agenzie di spedizionieri di Bari, Napoli e Salerno, vengono prodotti documenti fasulli che certificano una normale spedizione di merci. E il gioco è fatto.

Imprenditori riciclati. Nel 1999 si chiude in secondo grado il processo Adelphi. Reati prescritti per gran parte delle figure centrali dell’inchiesta. Prescrizione anche per Gaetano Cerci e Luca Avolio. Se di Cerci tanto si è detto e continua a essere protagonista nel dibattimento assieme al broker Chianese, Avolio è scomparso dalla scena giudiziaria dopo Adelphi. Nonostante una dettagliata informativa del 1996 della Criminalpol di Roma-rimasta per lungo tempo nei cassetti della Procura e oggi, dopo 16 anni, acquisita nel processo contro Chianese in cui sono elencati i contatti, le società e le telefonate tra Avolio e i manager dei rifiuti. Un dossier successivo all’inchiesta madre della ecomafia Casalese ma con dati allarmanti. Stessi nomi e cognomi, massoneria, aziende del Nord. Il copione è lo stesso. In più ci sono le dichiarazioni di un altro pentito, un nome pesante del Clan, Carmine Schiavone, cugino del super boss Francesco Schiavone “Sandokan”. Dichiarazioni inascoltate, quasi snobbate dai giudici che non hanno inserito la sua audizione nelle motivazioni della sentenza. Carmine Schiavone nel lontano 1994 “descriveva con dovizia di particolari” accordi tra i vertici del Clan e Cipriano Chianese, l’avvocato, “sia Gaetano Cerci che Chianese sono massoni. Anche Chianese frequentava il circolo massone di Aversa del quale ho già detto”.

Informazioni preziosissime. Il collaboratore rovescia sul tavolo dei magistrati napoletani un mare di informazioni preziosissime. “Una fotografia dai contorni netti e nitidi delle varie fasi attraverso cui si realizzavano le attività legali della camorra: un vero e proprio ciclo compiuto che inizia dallo sventramento dell’ambiente approvvigionandosi di materiale per le costruzioni e termina con lo sversamento di enormi quantità di rifiuti di vario genere negli immensi crateri”, scrivono i detective della Criminalpol di allora. Carmine Schiavone indica anche luoghi e zone esatte. Dichiarazioni che non saranno sufficienti a far condannare Chianese nel procedimento Adelphi. In quella informativa di 17 anni fa compare il nome della Bohemia Sud. “Punto di raccordo tra i settori masson-affaristici di Napoli e Caserta” per quanto riguarda la gestione dei rifiuti. In liquidazione dal 1995, la Bohemia Sud è, secondo gli investigatori dell’epoca, la propagine campana della Bohemia con sede a Roma. Ufficialmente commerciano macchine per l’industria, in realtà i poliziotti le descrivono nel loro rapporto come centri di gestione del traffico.

Intrecci societari. Un altro elemento, mai utilizzato nei processi processo, salta agli occhi rileggendo quegli atti ormai datati. Una delle società di Chianese, intestate alla moglie, ha sede nella stessa via e allo stesso civico della Bohemia Sud diretta espressione di Luca Avolio. Imputato nel processo Adelphi perché titolare della Alma, la società di gestione della discarica di Villaricca (Napoli). Una delle discariche insieme alla Resit di Chianese da cui è iniziata la storia delle ecomafia campana. Entrambe, si legge nelle informative, utilizzate per lo sversamento dei veleni di mezza Italia. Condannato in primo grado, il salvagente della prescrizione l’ha salvato in appello. In quel procedimento c’erano indagati eccellenti. Dal fratello dell’ex ministro Gava al deputato Altissimo, fino a un assessore liberale, Raffaele Perrone Capano, assolto per falso in secondo grado e prescrizione per i reati di corruzione e abuso d’ufficio. Oggi la Bohemia Sud è in liquidazione, ma Avolio insieme ad altri imprenditori risulta nella compagine societaria del Consorzio Ecologico Italiano, con l’ufficio nella centralissima via Toledo a Napoli. Si occupa di smaltimento rifiuti. Anche se non risulta operativa per conto della Sapna, l’ente provinciale che si occupa della gestione integrata dei rifiuti.

Nuovi patti. Sono passati più di dieci anni dalla conclusione del primo processo sull’avvelenamento delle terre di Gomorra. Vent’anni dalle dichiarazioni esplosive e inizialmente sottovalutate di Carmine Schiavone. E solo nel 2011 Cipriano Chianese, il re e primo broker dei rifiuti è stato incastrato. Ma la storia amara di avvelenamento non finisce con Chianese. Ci sono nuovi intermediari, nuove rotte, nuove società. Nuovi patti. E metodi più raffinati hanno permesso di continuare i traffici nonostante la pioggia di sequestri e arresti. I grandi business si decidono negli studi di commercialisti e di avvocati con la passione per “la monnezza” e il disprezzo per l’ambiente.

Questione di fatturato. Anche perché senza “monnezza” il clan muore. Correva l’anno 2001. La polizia accerta il versamento di 30????mila euro a un clan di Mondragone, Caserta. “Contributo significativamente incidente sull’attivo del bilancio mafioso, rappresentando infatti circa i 2/5 dell’intero fatturato annuale relativo alle entrate ordinarie”, si legge nell’ultima relazione della Commissione sul ciclo dei rifiuti. Pentiti hanno parlato di miliardi di vecchie lire,  un quarto del fatturato del Clan dei Casalesi. Cifre impressionanti non scritte su libri contabili ufficiali. Dalle parole del pentito Gaetano Vassallo, principale accusatore di Nicola Cosentino e imprenditore dei rifiuti per i Casalesi, si comprende bene l’entità dell’affare: nel periodo d’oro tra gli anni ’80 e ’90 i clan guadagnarono, solo da Vassallo, la somma complessiva di due miliardi di lire, con incassi di circa 10 miliardi di lire per lo smaltitore. Ecco perché il business fa gola al Clan. E alle mafie.Dallo sversamento nelle discariche e nei terreni agricoli, al controllo della gestione del ciclo dei rifiuti urbani (il caso del Consorzio Eco4 in cui è coinvolto il politico Nicola Cosentino, referente politico della camorra Casalese) e ora il pericolo di infiltrazione nelle bonifiche dei terreni contaminati che gli stessi clan hanno avvelenato. Ci sono segnali in questo senso. Ma le attività degli inquirenti sono blindate dal massimo riserbo.

via l’Espresso 

Una marcia per non dimenticare

Una volta l’anno la montagna dell’Aspromonte diventa il luogo in cui persone da tutta Italia si radunano per ricordare donne e uomini onesti uccisi dalla ‘ndrangheta. Un’invasione pacifica di un territorio un tempo nelle mani delle Cosche da parte di chi crede in una Calabria libera

Credits foto: Rosanna Garreffa e Frank Wainainadi Giovanni Tizian

Credits foto: Rosanna Garreffa e Frank Wainaina

 

C’è Debora Cartisano con sua madre e i suoi fratelli, per ricordare suo padre, Lollò, il fotografo, il calciatore, il commerciante che non si è piegato ai clan. Ci sono i genitori diCelestino Fava. I volti segnati dal tempo e soprattutto dal dolore, vestiti di abiti neri dal ’96, da quando il figlio è stato ucciso in una campagna di Palizzi, perché testimone, suo malgrado, di un delitto. Sangue su sangue. C’è Alessio Magro, giornalista e scrittore che racconta la storia di Rocco Gatto, il mugnaio comunista di Gioiosa Jonica ucciso nel ’77 dalle cosche locali. Francesca Chirico, anche lei giornalista e scrittrice, racconta diMassimiliano Carbone. Ci sono Mario Congiusta e sua figlia, che ricordano Gianluca, figlio e fratello ammazzato dai Costa, ‘ndranghetisti di Siderno. C’è la moglie di Vincenzo Grasso, assassinato a Locri nel ’89, la figlia dell’operaio Bruno Vinci di Serra San Bruno, il fratello di Giuseppe Luzza di Vibo Valenzia e il quello del poliziotto sicilianoBeppe Montana. E poi ci sono io, che ricordo Giuseppe Tizian, mio padre.

L’elenco dei familiari arrivati in questo scorcio d’Aspromonte è lungo. Anno dopo anno cresce e si aggiungono nuovi cartelli con altri nomi di vittime a segnare le tappe del percorso. Ogni sosta, una storia, un omicidio, un’ingiustizia. La maggior parte dei racconti ha un’amara conclusione: «il giudice ha deciso di archiviare, elementi di prova insufficienti». Vittime due volte. Prima del piombo della mafia, poi di uno Stato che non è stato capace di assicurare giustizia. Il 22 luglio è stato il loro giorno. La giornata delle vittime dimenticate della Locride, donne e uomini onesti uccisi dalla ‘ndrangheta.

Con ricorrenza annuale la montagna conosciuta ai più come l’abisso dei sequestrati, regno della ‘ndrangheta quando vestiva gli abiti primitivi dell’Anonima sequestri, viene riconquistata. E grazie al coraggio di pochi familiari l’immagine di questo luogo è completamente trasformata. Lungo i sentieri dell’Aspromonte per ricordare Lollò Cartisano e le altre vittime dimenticate della ‘ndrangheta, si radunano persone da tutta Italia. Anche Dario Montana, arriva dalla sua Sicilia trafelato per ricordare il fratello Bebbe. Il numero aumenta sempre. Quest’anno oltre 300 persone hanno invaso pacificamente un territorio un tempo inviolabile. Un serpentone colorato in movimento tra dirupi e piccole stradine scoscese. L’Aspromonte è stato liberato.

Il ritrovo è in località “Cersa llampata”. Nel dialetto duro di queste zone vuol dire quercia squarciata da un fulmine. Da qui partono studenti, associazioni antimafia, familiari delle vittime, testimoni di giustizia, cittadini. La camminata si preannuncia faticosa, ma nessuno desiste. Cinque chilometri separano il punto di partenza da Pietra Cappa, un imponente monolite che si erge sopra San Luca, il paese dai mille volti inerpicato sui pendii della montagna aspra. Qui è nato lo scrittore Corrado Alvaro. Tra queste vie senza numeri civici e tra i cassonetti della spazzatura sforacchiati dai colpi di proiettile, si nascondono le tradizioni e il folklore della mafia oggi più potente. San Luca , “Mamma” di tutta l’organizzazione, riferimento geografico e culturale del popolo criminale della ‘ndrangheta. Da qui è partito il commando che ha trasformato una faida tra famiglie minori in affare di dimensioni internazionali. Da qui si passa per arrivare al santuario di Polsi dove ogni 2 settembre i fedeli festeggiano la Madonna della Montagna, appuntamento sacro per i pellegrini e per i mammasantissima delle cosche che per l’evento si riuniscono e decidono le cariche da assegnare agli affiliati.

Su questi monti, lungo questi sentieri, dal 2003 anni il vento è cambiato. Il controllo asfissiante e lo strapotere dei capi locali deve fare i conti con una forma di Resistenza collettiva unica nel suo genere: la rioccupazione di un luogo simbolo per la ‘ndrangheta, l’Aspromonte e Pietra Cappa. Nuovi “ribelli della montagna” che raggiungono il punto preciso in cui i poliziotti hanno ritrovato i resti di Lollò Cartisano, il fotografo di Bovalino rapito e ucciso per aver detto no alle richieste di mazzette. Era il 1993, e il sequestro Cartisano è il diciottesimo rapimento nel piccolo comune di 8 mila anime. Un triste record. Dieci anni di appelli, manifestazioni, richieste, da parte dei familiari, che portano la Commissione antimafia fin dentro il cuore della Calabria.

Nel 2003 la svolta. Debora, la figlia del fotografo, riceve una lettera dell’ex carceriere, che senza firma indica il posto esatto dove sono stati sepolti i resti di Lollò. «Non riesco a guardare più negli occhi i miei figli», scrive nella missiva. Il 25 giugno avviene il ritrovamento. I poliziotti, due di Bovalino e quattro di Siderno, scavano fin dalle prime luci dell’alba nel luogo individuato il giorno prima. Tra loro c’è Donato, un ragazzo pugliese di grande sensibilità che conserva il piccone con il quale ha scavato come una reliquia. Da quel giorno, ogni anno, una processione laica, voluta da Deborah e dalla famiglia, inizialmente riservata ai familiari, colora di speranza il monte dei sequestri. E nel frattempo Donato, diventato uomo e ispettore del commissariato di Bovalino, con la sua confortante presenza e la sua dedizione professionale, assicura la buona riuscita dell’iniziativa.

Coraggio e volontà hanno spazzato via paura e omertà dai sentieri dell’Aspromonte. La faticosa riconquista di quelle lingue di terra, sangue e sassi appuntiti che conducono in cima a Pietra Cappa, da parte di chi crede in una Calabria libera, le vie crucis dei sequestrati trasformate in percorsi di libertà non è notizia che interessi l’informazione nazionale. Ma esiste, è un fatto. E pure rivoluzionario. Finita l’emergenza del periodo dei sequestri, arrestati i latitanti incappucciati nascosti nei covi di montagna, una volta che i vecchi padrini si sono trasformati in moderni boss che vestono gli abiti degli uomini d’affari, l’Italia ha dimenticato quel luogo misterioso e sinistro dove venivano trasportati industriali del Nord e interi pezzi di borghesia locale.

L’industria dei rapimenti ha alimentato le casse delle ‘ndrine. Decine e decine di miliardi di lire accumulati in 20 anni. Cash da riutilizzare per l’acquisto di grossi carichi di droga. O da reinvestire in attività economiche legali per comprare macchinari edili, camion per il trasporto terra utili alla costruzione di quartieri sgraziati nei paesi della marina jonica, e non solo. Quando inizia a sfumare la spettacolarità della violenza e del sangue, la Locride e l’Aspromonte perdono appeal per il mercato dell’informazione.

Non troverete istituzioni o ministri che arrivano fino in cima per ascoltare le tante storie di giustizia negata ai familiari che in questa giornata raccontano dei loro cari strappati alla vita dalla barbaria ‘ndranghetista. Sotto il sole che s’insinua tra i mirti di questa montagna c’è solo vera rabbia e sincera passione. Amore e ribellione al silenzio. Nessuno spazio per l’antimafia da palcoscenico. E tutto questo va raccontato agli italiani. Come va detto, che ogni anno il sentiero peggiora. E Deborah ha lanciato un appello: «ricostruiamo il ponte crollato che renderà più agevole la camminata». Appello caduto nel vuoto tra gli amministratori locali, ma recepito dai professionisti di Modena, che hanno costituito un presidio antimafia e hanno deciso di sporcarsi le mani e progettare un ponte nuovo di zecca. «Sarà il ponte della memoria», si emoziona la figlia di Lollò.

Nel pieno del pomeriggio il ritorno nel piazzale della “Quercia squarciata”. Il corteo torna verso gli autobus, le jeep, le auto. Il passaggio da San Luca è obbligato. Ma il ritorno è meno sorvegliato dell’andata. Infastidisce meno gli abitanti del paesino. Hanno tollerato l’invasione pacifica e non vedono l’ora che tutto ritorni alla normalità. A ciò che per loro è normalità. L’intensità degli sguardi è minore. La tensione è calata. Le anziane signore, vestite con gonne chi blu chi nere a pieghe aperte, lunghe a metà polpaccio, e camicia bianca siedono all’ombra vicino alle loro case. Composte e riservate. Hanno una lunga treccia raccolta a cestello sulla nuca. Il passaggio delle auto le lascia indifferenti. Poi ci sono le giovani. Molte di loro sono vestite lussuosamente, ma solo per fare sfoggio del loro benessere, e non hanno la grazia delle sanluchesi di un tempo. Il loro occhi fissano le auto che provengono dalla Marcia a Pietra Cappa. Quel passaggio disturba più loro che le anziane signore.

Lollò è stato prigioniero su questi monti. Li amava come si ama la donna della propria vita. Accompagnava gli amici, perché di quella bellezza non godessero solo gli ‘ndranghetisti e i loro complici. Ecco perché Debora e la moglie Mimma non ci hanno pensato due volte quando hanno saputo dove era stato tenuto prigioniero e ucciso. E hanno voluto percorrere con appuntamento annuale quel sentiero. E sempre più persone si sono unite a loro. E ora quell’enorme masso che ha assistito indifferente all’agonia di Lollò, è diventato il simbolo della Calabria liberata.

via l’Espresso