Appalti e rischio mafia: in prefettura l’elenco delle imprese pulite, fornitori e subappaltatori
di Giovanni Tizian
White list anche a Modena. L’elenco dei fornitori e subappaltatori “puliti”, certificati dalla radiografia che la prefettura farà su ognuno di loro. Movimento terra, smaltimento rifiuti, estrazione di terra, fornitura di calcestruzzo e di ferro lavorato, nolo di mezzi da lavoro, guardiania nei cantieri e trasporto per conto terzi. Queste le attività più esposte a rischio infiltrazione mafiosa. Su domanda degli imprenditori, le aziende potranno essere iscritte alle liste bianche della prefettura. Prima però dovranno passare sotto lo scanner degli ispettori del gruppo interforze. Ora l’intenzione c’è tutta. Il nodo da sciogliere riguarda i tempi di risposta della prefettura. Un aspetto contestato da centinaia di sindaci e amministratori, in quei comuni dove sono state adottate le White list. Perché le aziende possano iscriversi nella lista devono risultare immacolate dagli accertamenti e dalle verifiche degli investigatori. In gergo si parla di informativa negativa, ossia le attività di indagine preventiva non hanno riscontrato anomalie, presenze ambigue, parenti mafiosi, passaggi di quote poco chiare. Se è positiva, l’impresa riceve una interdittiva antimafia con la quale viene bloccata e interdetta a lavorare per sei mesi nei cantieri pubblici. Il meccanismo funziona. Se non fosse per i tempi lunghi di risposta delle prefetture. Il caso dell’azienda bresciana in odore di ‘ndrangheta chiamata a lavorare in subappalto per la posa dei pannelli solari nelle scuole della Bassa modenese è emblematico in questo senso. Lì era un appalto della Provincia. I lavori per costruire gli impianti fotovoltaici nelle scuole Galilei-Luosi di Mirandola e Calvi-Morandi di Finale Emilia, erano cominciati senza intoppi. Ci sono voluti però oltre 5 mesi perché la Provincia di Modena ricevesse l’esito degli accertamenti della prefettura di Brescia. Conclusa a marzo 2012 una vicenda iniziata a ottobre 2011. Lungaggini che azzoppano la prevenzione antimafia. E hanno permesso alla ditta vicina ai clan di lavorare cinque mesi in quei cantieri. È solo uno dei tanti casi. I dati relativi all’attività di prevenzione portata avanti dal gruppo interforze della prefettura parlano chiaro. Nel 2011 sono stati emessi 10 provvedimenti contrari al rilascio del certificato antimafia. E nel 2012 le verifiche proseguono. Sono dati che mappano la presenza economica delle organizzazioni mafiose, che tramite imprenditori di fiducia mirano ad accaparrarsi i subappalti. Se la risposta arrivasse in pochi giorni, e la ditta venisse certificata come “buona” nel giro di una settimana, sarebbe un piccola rivoluzione e per le aziende dei prestanome dei clan i tempi diventerebbero davvero duri. Di rendere obbligatorie le White list hanno parlato anche i costruttori dell’Ance. L’hanno chiesto in Commissioni affari costituzionali e giustizia. Secondo l’associazione dei costruttori è necessario rendere vincolante l’iscrizione alle white list prefettizie. E questo per due motivi: «Le white list costituite su base volontaria, attualmente esistenti (per la ricostruzione dell’Abruzzo e per l’Expo 2015), risultano del tutto inefficaci. Gli operatori, infatti, hanno dimostrato di non comprendere l’utilità dell’iscrizione a tali liste, ma di percepirla come una complicazione aggiuntiva; l’obbligatorietà dell’iscrizione consentirebbe di estendere il controllo sistematico delle prefetture a tutti gli investimenti in costruzioni, sia pubblici che privati. Infatti, circoscrivere l’applicazione delle white list ai soli contratti sottoscritti per appalti pubblici lascia al di fuori del controllo sistematico delle prefetture la grande maggioranza degli investimenti in costruzioni». Nella stessa relazione gli imprenditori dell’Ance criticano i protocolli di legalità e le interdittive antimafia (gli strumenti che permettono di tagliare fuori le aziende sospette). «Il riferimento è all’articolo 3, comma 3, del Ddl anticorruzione, laddove si prevede la possibilità di escludere dalle gare le imprese che non aderiscono ai protocolli di legalità. Il problema, sottolinea l’Ance, è che i protocolli di legalità fanno spesso riferimento alle cosiddette “informative prefettizie atipiche”, basate su elementi puramenti indiziari, spesso legati a fatti risalenti nel tempo ovvero relativi ad altre imprese con le quali il soggetto interessato si è associato». L’Ance chiedi quindi di rivedere le “informazioni atipiche”: «Non possono, di per se stesse, costituire causa di esclusione dalle gare, né causa ostativa alla stipulazione del contratto o dell’autorizzazione al subcontratto». In altre parole non condividono lo strumento preventivo delle informative prefettizie fondate su elementi indiziari. Eliminando le atipiche potrebbe accadere che un lontano parente di un mafioso o un imprenditore che per anni ha frequentato padrini e che da qualche tempo non è più stato controllato in loro compagnia, potrebbero tranquillamente entrare nelle white list o ricevere qualunque appalto. Chiedono di allargare le maglie della stringente normativa sulla prevenzione antimafia. E con la ricostruzione post sisma pronta a partire potrebbe essere un rischio non da poco. Le ricadute della proposta dell’Ance? Nelle white list sarebbero accolte anche imprese certificate dalla prefettura come “Atipiche”, sospettate di legami passati e lontani con la mafia. Forse avrebbe più senso garantire chi neppure lontanamente ha mai avuto a che fare con i clan, o chi con coraggio ha denunciato e mai ha ricevuto una segnalazione della prefettura.
Via Gazzetta di Modena