di Giovanni Tizian
L’incubo di un’epoca lacerata dal sangue e dalle lacrime che ritorna. L’immagine dell’Italia migliore ridotta a brandelli con tonnellate di tritolo, sembrava un ricordo lontano in un Paese dalla memoria corta. Le istantanee che arrivano da Brindisi sono il frutto avvelenato di questioni mai risolte. Sia che si parli di mafie, di poteri occulti e deviati, sia che si parli stragi che hanno l’obiettivo di innescare la scintilla della tensione sociale. Sono variabili che in Italia conosciamo bene. Sono liturgie che ritornano nel tempo. Un passato sfigurato dalle bombe e dal piombo. Un odio che non guarda in faccia nessuno. Talmente vile da ammazzare e ferire giovani studenti. Anzi proprio contro di loro si abbatte la furia criminale dei conservatori dell’Italia peggiore, perché gli studenti rappresentano l’avvenire. L’Italia di domani. Melissa Bassi, 16 anni e una valigia piena zeppa di sogni e di progetti. Che non potrà mai realizzare. Sogni finiti nel tritacarne di chissà quali oscuri interessi, o più semplicemente di quale folle e premeditato piano mafioso. Come in tasca quei sogni li portava Rosario Livatino, il giudice - per qualcuno troppo «ragazzino» per affrontare Cosa nostra - ucciso dalla mafia in Sicilia nel ’90. Milioni di innocenti aspettative rase al suolo da organizzazioni che del futuro e della cultura non sanno che farsene. Trame torbide e sanguinarie che seppelliscono il rispetto della vita umana che diventa un oggetto sacrificabile in qualsiasi momento. L’ attentato di ieri arriva in un momento di forte tensione sociale. Gli Anarchici informali della Fai e la gambizzazione dell’ad dell’Ansaldo nucleare, il piombo come strumento di lotta politica che ritorna, la recessione economica e il diffuso malcontento sociale che sfocia in atti di ribellione diffusa. E ora un attentato che ha ucciso e ferito giovani studenti. A voler riallacciare i fili della storia passata di questo Paese gli spunti interpretativi e le chiavi di lettura potrebbero essere numerosi. Non è il caso di articolare retroscena, costruire ipotesi su un episodio che a primo impatto sembrerebbe avere preso forma negli ambienti mafiosi più beceri. Una sorta di strategia della tensione lanciata dalla Sacra Corona Unita. Bombole del gas come esplosivo, la scuola intitolata a Falcone e a Morvillo in cui ieri si ricordava la strage di Capaci, che l’anno scorso aveva vinto il premio per la legalità e dove frequentano le figlie di un imprenditore impegnato negli scavi su due terreni confiscati alle cosche e affidati a Libera. E ancora, l’arrivo a Brindisi nel pomeriggio di ieri della Carovana della legalità contro le mafie, l’esplosione in coincidenza dell’arrivo della corriere proveniente da Mesagne. Un paese del Brindisino, teatro negli ultimi mesi di una escalation criminale e di intimidazioni rivolte al presidente dell’associazione antiracket locale. Un’azione militare che avrebbe potuto contare sull’esperienza di vecchi padrini usciti dal carcere e sulla spregiudicatezza di nuove leve pronte a gesti eclatanti per guadagnare punti e scalare la gerarchia della Sacra Corona. E se di ideatori mafiosi non si tratta, non è perché i boss rispettano la vita dei ragazzi e dei bambini. Il lungo elenco delle giovani vittime falciate dai mitra dei clan è lì a ricordarlo. All’ipotesi della pista mafiosa se ne aggiungono altre. Mandanti che hanno utilizzato strumenti rudimentali per non permettere agli investigatori di risalire al tipo di esplosivo militare e quindi al possibile venditore e acquirente. Che colpiscono gli studenti, i giovani, per aumentare la tensione e la paura sociale. Piste che sfruttano l’abito mafioso e quei frammenti che a caldo fanno puntare il dito contro i clan della zona colpiti dalla magistratura e dalla società civile. Ma forse non è il momento di edificare castelli investigativi. Forse è solo il momento di riflettere in silenzio. Di ricordare con umiltà Melissa e i suoi compagni feriti davanti a una scuola avamposto di legalità, in un’Italia che mal digerisce le regole. Vittime di cui il Paese deve farsi carico, perché la strage della scuola Falcone-Morvillo non cada nello scantinato dei misteri.
Via Gazzetta di Modena