La mafia si trova bene in Comune


di Giovanni Tizian

Sono 214 le amministrazioni sciolte per infiltrazioni delle cosche. E la prossima potrebbe essere addirittura Reggio Calabria. Ma i casi aumentano anche al nord. Mentre la legge per combattere il fenomeno si è arenata.

L’ultimo caso potrebbe diventare anche il più clamoroso. Da fine luglio sulla scrivania del ministro dell’Interno c’è un dossier sul Comune di Reggio Calabria di oltre 400 pagine, coperte dal segreto assoluto. Una radiografia dell’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’attività dell’amministrazione cittadina, frutto di sei mesi di lavoro degli ispettori del Viminale: nel mirino soprattutto le due stagioni del sindaco Giuseppe Scopelliti, oggi governatore della Regione. E adesso su questa base il ministro Anna Maria Cancellieri dovrà decidere se commissariare o meno per la prima volta un capoluogo di provincia. Dal 1991 a oggi i Comuni sciolti in tutta Italia per il contagio della criminalità organizzata sono stati 214, dal Sud remoto al profondo Nord: 22 soltanto nell’ultimo anno. La mappa di una democrazia che viene attaccata dal basso, contaminando l’istituzione a contatto diretto con gli elettori.

TESTA MOZZATA Fu uno choc nazionale a far nascere la legge per lo scioglimento delle amministrazioni infiltrate. Nel maggio 1991 a Taurianova, un paesone del Reggino, ammazzano un boss ed ex consigliere dc seduto nel negozio del barbiere. Per vendetta i suoi uomini uccidono quattro rivali: uno dei nemici viene decapitato, poi nella strada principale sparano sulla testa, facendola rimbalzare nell’imitazione di un film western. Su impulso dell’allora guardasigilli Claudio Martelli, il penultimo parlamento della Prima Repubblica approvò la normativa per combattere la collusione tra clan e enti locali. Una reazione potente, anche se forse tardiva: all’inizio degli anni Ottanta per due volte il presidente Sandro Pertini era intervenuto personalmente per fare piazza pulita di situazioni scandalose, come il centro irpino di Quindici - dove c’era stata una battaglia tra camorristi in municipio - e Limbadi, epicentro vibonese di una faida senza quartiere dove fu eletto a sindaco un super boss latitante.

UNA LUNGA LISTA NERA Da allora in media ogni anno sono state mandate a casa dieci amministrazioni civiche. La prima al Nord è stata nel 1996 Bardonecchia, diventata feudo di una famiglia calabrese, che grazie alla copertura degli uffici comunali ha costruito fiumi di villette nella montagna piemontese. Secondo i dati di Legautonomie Calabria il triste primato spetta alle giunte guidate da coalizioni di centrodestra e da liste civiche, spesso ispirate direttamente dalle cosche per potere irrompere nella stanza dei bottoni senza venire a patti con i partiti nazionali. Ma nell’ultimo periodo gli interventi del Viminale si stanno intensificando anche sopra il Po. Uno degli ultimi centri colpiti dallo scioglimento è Rivarolo Canavese, 12 mila abitanti e un tessuto produttivo ancora ricco alle porte di Torino. Qui i boss possono contare sull’appoggio di insospettabili imprenditori attivi nella vita politica locale che per raccogliere un pugno di voti non hanno esitato a rivolgersi a “don” Giorgio De Masi e “don” Peppe Catalano, mammasantissima calabresi nella cerchia torinese. I patriarchi non fanno niente per nulla. I sub appalti delle piccole e delle grandi opere, per esempio, erano al centro dei colloqui intrattenuti dai sindaci nel centrale bar Italia di Torino.
Lì si ritrovavano figure d’ogni tipo. Uomini d’onore ma anche assessori regionali e candidati al Parlamento europeo, perché è a Bruxelles «che si decidono le grandi opere». E i consiglieri comunali, arbitri dei piani regolatori che trasformano i terreni in tesori. Un crocevia di interessi trasversali, come piace ai padrini del terzo millennio. L’indagine Minotauro della Procura antimafia di Torino ha svelato le collusioni. E in poco più di due mesi, tra marzo e maggio 2012, gli ispettori della prefettura hanno messo alla porta giunta e consiglio comunale di Rivarolo e di un altro centro, Leinì. Identiche le motivazioni: la ‘ndrangheta ne avrebbe condizionato le scelte.

FRONTE DELLA LIGURIA I clan reggini sono protagonisti assoluti anche in provincia di Imperia. Lì alla fine degli anni Sessanta si è trasferita una comunità di emigrati calabresi, che si sono integrati nella società ligure. Ma come spesso accade, tra tanti lavoratori si sono inseriti anche gli emissari del clan, particolarmente interessati a sfruttare i vantaggi della frontiera con la Francia e il mercato edilizio, intrecciando rapporti con i rappresentanti dei municipi. Per decenni la questione è stata ignorata. Poi in pochi mesi, a cavallo tra il 2011 e il 2012, prima Bordighera e poi Ventimiglia hanno pagato il prezzo della collusioni di qualche assessore spregiudicato. Lo scambio di favori tra boss, assessori, consiglieri o dirigenti comunali, non tratta solo di cemento. La torta è fatta anche di contratti per l’igiene pubblica, la cura del verde pubblico e le licenze per gestire sale da gioco.

Via L’Espresso

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>