I casi delle miti condanne alla banda che taglieggiava gli imprenditori modenesi. Ignorati anni di indagini
di Giovanni Tizian
Nei giorni scorsi sono arrivate le condanne, da due a quattro anni, per il gruppo criminale che si fregiava del titolo di “affiliati ai Casalesi” per estorcere denaro in provincia di Modena. Arrestati nell’aprile 2012, erano accusati di aver estorto denaro a numerosi imprenditori del Modenese. “Ci manda Schiavone”, gridavano alle vittime.
Estortori sì, sostiene il giudice, ma senza aggravante mafiosa. Cioè non avrebbero commesso i delitti per portare vantaggio al Clan né farebbero pare di alcuna associazione mafiosa. Così Renato Corvino, Enrico Palummo Biagio Del Prete e altri due compagni d’avventura hanno ottenuto condanne meno pesanti.
Ma davvero sono estranei alla Gomorra modenese? Chi sono realmente secondo i magistrati di Bologna e Napoli questi personaggi graziati dal giudice di Bologna?
L’imprenditore di Cavezzo Renato Corvino non ha bisogno di presentazioni. Il suo nome è conosciuto. E finito anche nella turbolenta vicenda dei tesseramenti al Pdl. Inoltre è tra i 100 indagati di “Vulcano 3”, la maxi inchiesta della Procura antimafia e dei Carabinieri del Ros di Bologna. “Venivano altresì captate ulteriori telefonate tra Francesco Vallefuoco ed altri affiliati al clan “Schiavone” dimoranti in provincia di Modena. In particolare, le telefonate intercettate e i servizi svolti consentivano di identificare tali personaggi in Renato Corvino Salvatore Lionetti e Sigismondo Di Puorto, entrati in contatto con Francesco Vallefuoco”. Tutti uomini di peso del clan guidato da Nicola Schiavone, erede della dinastia del padre Francesco detto “Sandokan”. Francesco Vallefuoco, invece, è il boss residente a San Marino, accusato da due procure antimafia di essere un collettore di soldi sporchi di camorra, clan dei casalesi e Cosa nostra, da riciclare nel piccolo borgo finanziario. Ad aprile 2009, “Francesco Vallefuoco asseriva inoltre di aver appreso che, per decisione del clan, Pietro Picazio (parente di un affiliato del clan) e Renato Corvino non erano più autorizzati a compiere azioni criminose in area emiliana”. In un’altra inchiesta, questa volta coordinata dai magistrati antimafia di Napoli, lo stesso Vallefuoco dirà “ho conosciuto Renato”, e lo indica quale referente del Clan dei Casalesi.
Gli investigatori sentito il nome “Renato”, fanno due ipotesi che inseriscono nei rapporti inviati alla Procura: “Potrebbe identificarsi in Renato Diana residente a Ravarino o in Renato Corvino, residente in Cavezzo, elementi entrambi contigui al clan dei Casalesi”.
In un’altra informativa, questa della squadra Mobile di Caserta, su Sigismondo Di Puorto si legge che il braccio destro e referente modenese del boss Schiavone, Di Puorto appunto, frequenta nomi noti della criminalità Casalese tra i quali spunta il nome di Renato Corvino.
Insomma ci sono decide di documenti che lo indicano come elemento del Clan. Ma nel caso delle estorsioni, secondo il giudice, non ci sarebbero elementi per dire che Corvino e la sua squadra hanno agito per conto dell’organizzazione di Sandokan. E non sono servite neppure le dichiarazioni di Alfonso Perrone, “o Pazzo”. Nei verbali si legge: “Insieme a Pasquale Cecoro (uomo di Di Puorto) operavano i Corvino, in modo particolare Renato e Antonio (nipote di Renato), oltreché Giovanni (fratello di Renato). Questi ultimi agivano insieme a Pasquale Cecoro, Salvatore Lionetti e Biagio Del Prete, nei confronti delle aziende edili nelle quali tentavano di entrare assumendone il controllo e finanziandole con denaro di provenienza camorristica. Mi risulta che Cecoro diventasse anche il prestanome o titolare effettivo di alcune imprese”.
Un quadro, quello descritto dal collaboratore di giustizia Alfonso Perrone, che confermerebbe l’interesse dei camorristi legati a boss Nicola Schiavone verso i subappalti della provincia modenese. È il caso dell’inchiesta che coinvolge Remo Uccellari. Nel cantiere di San Dalmazio, al centro di svariati interessi, ha lavorato la ditta di Biagio Del Prete (arrestato e condannato insieme a Corvino ma senza aggravante mafiosa) oltre che quella di Giuseppe D’onghia e del suo “socio occulto” Rocco Gioffrè “legato alla ‘ndrangheta”.
Le conferme arrivano anche dalle carte sequestrate durante la perquisizioni dell’abitazione di Uccellari da parte del Corpo Forestale dello Stato. Hanno trovato i documenti che certificano i rapporti di lavoro con le due società, quella di Del Prete e quella di D’onghia. La vicinanza di Renato Corvino al clan dei Casalesi è confermata pure da un altro episodio: il 9 giugno 2009 i carabinieri di Mirandola lo controllano assieme a Di Puorto, il referente emiliano del Clan.
Elementi non sufficienti secondo il giudice a contestare l’aggravante mafiosa. E non è la prima volta che accade nei tribunali emiliani. Decine di arrestati su richieste delle procure del Sud Italia, sono stati scarcerati dai giudici per le indagini preliminari dei tribunali emiliani che non avevano ravvisato, a differenza dei colleghi di Napoli o di Reggio Calabria, elementi di mafiosità che rendono le misure cautelari necessarie.
Il problema è affrontato anche nell’ultima relazione Procura nazionale antimafia - anno 2012, distretto di Bologna - che sottolinea l’esistenza di un gap tra organi inquirenti e giudicanti. Il che porta a una paralisi dell’attività investigativa dei magistrati e degli investigatori, che sui reati di mafia cercano di incastrare i fatti e il più delle volte devono aspettare tempi lunghissimi per ottenere una decisione del giudice delle indagini preliminari. “Il tempo, cioè, che occorre a chi interviene in seconda battuta affinché maturi le medesime convinzioni di chi ha operato in prima, anche per la necessità di vincere resistenze di natura sociologico-culturale che sempre contraddistinguono la fenomenologia della conoscenza, o meglio il passaggio dalla conoscenza al pensiero, che è alla base della consapevolezza”.
Tradotto: chi indaga ha ben presente il contesto mafioso in cui sono inseriti i personaggi sotto inchiesta, chi deve giudicare deve ancora “vincere resistenze di natura sociologica-culturale”, cioè deve comprendere la vera essenza della parola mafia, della struttura organizzativa e le differenze dalle organizzazioni criminali comuni. Insomma, secondo la super procura manca la cultura giuridica antimafia. Deve ancora maturare l’idea che i legami, le frequentazioni, le parole utilizzate nelle telefonate, hanno un valore e vanno viste nella loro complessità. E soprattutto non come fatti slegati l’uno dall’altro
via Gazzetta di Modena