Due imprenditori modenesi raccontano il loro dramma intervistati da Giovanni Tizian: “Prima il prestito, poi una finanziaria di San Marino e dopo minacce e attentati. Alla fine siamo stati costretti a chiudere l’azienda”
di Giovanni Tizian
Assegni in bianco compilati dall’usuraio. Minacce, intimidazioni, danneggiamenti. Interessi del 10% al mese, poi gli interessi sugli interessi. In una spirale senza fine, fatta non solo di paura, ma di rovina finanziaria, con la chiusura delle aziende, le banche che procedono ai pignoramenti, le denunce che non fermano i “strozzini”, ma anzi incattiviscono la loro pressione. E una sensazione di abbandono da parte delle istituzioni che rende il precipitare nel baratro ancora più amaro.
Accade a Modena, dove nel buco nero dell’usura finiscono numerosi imprenditori e commercianti. La Gazzetta è in grado di raccontare due storie. Chiedono l’anonimato, ma la voglia di denunciare e di far sentire la propria voce è forte.
«Abbiamo denunciato tre volte, abbiamo smesso di pagare nella primavera del 2008, dopo 4 anni». Inizia così il racconto di una coppia di imprenditori modenesi. Quando i debiti con gli usurai aumentavano e i soldi non erano sufficienti a saldare, entrava in gioco una delle tante finanziarie del vicino borgo finanziario di San Marino. «Il titolare della finanziaria ci è stato presentato dall’usuraio». A fronte di un prestito di 100mila euro, la coppia ha dovuto restituirne 400mila euro. «Firmavamo assegni a vuoto che l’usuraio compilava successivamente». Una situazione insostenibile, per gli imprenditori che sono stati costretti a chiudere l’attività. «Gli operai se ne sono andati e i cantieri hanno chiuso».
Ma dalla banda di usurai, ancora liberi, non si sfugge facilmente. «In estate subiamo il primo incendio, tutto in cenere, anni di lavoro e davanti agli occhi abbiamo trovato solo devastazione». Scatta la denuncia. «Non avevamo più un soldo e molti avvocati e commercialisti hanno rifiutato l’incarico, poi finalmente abbiamo trovato un’ottima squadra di avvocati». Dopo la denuncia, il nulla. Un silenzio inquietante, «montava la paura, denunciando gli avevamo dichiarato guerra». E a settembre un secondo incendio distrugge un altro cantiere. «Facciamo un’altra denuncia e aspettiamo». Secondo gli imprenditori sentiti dalla Gazzetta l’usuraio era legato sia al committente che aveva commissionato loro il lavoro, sia alla finanziaria. Un gioco criminale a tre, mortale per l’impresa modenese. «Abbiamo ricevuto anche minacce del tipo: se non pagate vi tiriamo una bomba carta». Ma le minacce proseguono: intrusioni nell’abitazione, gomme bucate, proiettili nelle buste. «Continuiamo a denunciare ogni cosa, ogni singolo avvertimento». Passano mesi e la coppia non sente più nulla. Torna il silenzio agghiacciante di prima. «La solitudine uccide come la paura», ci raccontano.
A questo punto chiedono la sospensiva dei pagamenti debitori per 300 giorni, come prevede la legge antiusura. «La Prefettura la rilascia dopo 15 giorni su parere del Tribunale». Per accedere al Fondo vittime di usura sono però passati molti mesi, la legge parla di 30 massimo 60 giorni, per gli imprenditori sono passati 9 mesi. E sono soldi vincolati per la ripresa dell’attività, non per pagare i debiti. Il risarcimento completo arriverà solo dopo la condanna, se ci sarà, degli usurai, e passeranno molti anni. «Anche perché il pm ha chiesto l’archiviazione, non è chiaro, dice il pm, quanto denaro abbiamo restituito». L’avvocato ha fatto opposizione e attende la decisione del giudice. «Da vittime dell’usura a vittime della burocrazia», si sfogano amareggiati gli imprenditori. Nel frattempo passano i mesi e l’usuraio continua a lavorare, gli imprenditori no.
Dietro quegli usurai si possono celare interessi mafiosi? Questo gli imprenditori non lo sanno, ma il dubbio c’è, in ogni caso è gente organizzata, che si mimetizza nel tessuto sociale della città. Invisibili e affabili. «Poi sono arrivate le banche, che già ci avevano prestato denaro per comprare casa, nonostante sapessero della nostra esposizione debitoria». E ora quelle banche, raccontano i due, hanno chiesto il conto: vogliono pignorare la casa.
La storia dei due imprenditori è simile a una seconda storia. La vittima è un imprenditore modenese. Da 11 anni prende soldi a usura. Con tassi del 10 per cento mensili, del 120 per cento annuo. «Tenere i conti è difficile, si immagini 11 anni in questo tunnel». È determinato l’imprenditore edile che ha deciso di raccontare la sua storia per la prima volta. Parla veloce, ha un mare di rabbia da sfogare. «L’aspetto tremendo è che non solo si pagano gli interessi stabiliti, ma gli interessi degli interessi, diventa un circolo dal quale è complicato uscire». Dietro la disperazione dell’anonimo imprenditore c’è un’organizzazione criminale vasta e articolata. Che opera a Modena e provincia, ma non solo, e miete vittime su vittime. «Sono persone normalissime, discrete, utilizzano come punto di riferimento un luogo che è sempre lo stesso». Andava spesso a casa del suo aguzzino. Una persona “normale”, lo definisce. «Se lo incontri per strada non diresti mai che è un boss dell’usura». Non sfoggia bolidi, o simboli di potere particolari. È un invisibile, anche lui. «Il tono delle richieste si faceva più aspro quando ritardavo con i pagamenti, ma non esagerava mai». Da quando ha denunciato, l’imprenditore attivo nell’edilizia, non trova pace, ha paura, ma resiste determinato. Ha fatto richiesta per usufruire della legge 44/1999 e della sospensione dei pagamenti per 300 giorni. Intanto ha perso la casa, il negozio, la sua vita lavorativa è stata stravolta dall’usura. «La cosa assurda è che quando ho denunciato dopo 5 giorni l’organizzazione l’ha saputo, gli arriva la comunicazione. E allora ho provato a giustificarmi, a negare, ma è servito a poco».
La posizione debitoria dell’imprenditore con gli usurai è ancora aperta per alcune migliaia di euro. «Come me a Modena ce ne sono altri di imprenditori vittime che continuano a farsi succhiare il sangue, ne conosco due o tre, c’è un mondo dietro questa disperazione». L’imprenditore è stato adescato tramite una donna, poi quando i prestiti crescevano di entità è arrivato il pezzo grosso. «Il secondo “ufficio” sono le sale bingo, lì si procacciavano altri clienti».
Gli chiediamo cosa pensa di chi continua a credere che le mafie siano un problema marginale nel Modenese, la risposta non si fa attendere: «Ci sono zone della provincia dove lavorano solo loro». Alla politica e allo Stato l’imprenditore chiede di dare una mano alle imprese, «le banche non ci danno i soldi, e ci troviamo in mano alle organizzazioni». La paura di fallire rende schiavi. «E piuttosto che fallire ti rivolgi a questa gente». Non si sente protetto, ammette. Oltretutto lo Stato gli sta pignorando una casa. «Se non fosse stato per una cara amica non avrei mai denunciato, la burocrazia e l’umiliazione sono mortali per il coraggio».
via Gazzetta di Modena