In trent’anni di vita gli occhi dolci di Giovanni Tizian hanno visto tutto il peggio possibile.
Le fiamme divoratrici del sogno del nonno mobiliere, lingue di fuoco rosse come pugnali nel profondo della notte.
Lo scempio del corpo del padre massacrato dai pallettoni della ndrangheta.
Le sequenze del trasferimento obbligato da Bovalino a Modena, quand’era ancora bambino, per sfuggire ad una vita diventata impossibile e costruirne una nuova.
Tanti poliziotti diversi attorno a lui, giorno e notte e ovunque si sposti, da quando un boss già condannato promise di “sparargli in bocca”, se non avesse smesso con quel suo vizio di raccontare la verità.
Raccontare la verità, a Giovanni, è costato cento volte più che a noi giornalisti di provincia. Diversa intensità negli allenamenti alla sfida professionale, diversi terreni di gioco: a me spesso sembrano insostenibili le semplici intimidazioni puntualmente trasmesse dal politico di turno, quando osi pestargli i piedi.
Giovanni Tizian ha sentito il bisogno di parlare del padre, di raccontare quel poco che si conosce della sua esecuzione, il giorno stesso in cui ha ricevuto dal tribunale di Locri il fascicolo giudiziario con le indagini sull’omicidio di Peppe. Ottenuto due anni dopo averlo richiesto, perché quelle carte non si trovavano più. Chi nel 1989 abbia ucciso quell’integerrimo funzionario - così lo classifica il magistrato titolare dell’inchiesta - del Monte dei Paschi di Locri non lo si è mai saputo. È il “paradosso dell’onestà”: in terra di ndrangheta, risolvere il caso di una persona pulita uccisa senza spiegazioni può diventare impossibile. E così fu, con una frettolosa archiviazione della pratica. Ma alla accettazione di una verità irraggiungibile sulla morte del padre, Giovanni Tizian non si è rassegnato. Altri fatti di sangue, in passato, hanno trovato in Calabria tutte le risposte dopo decenni di attesa e silenzio.
A Porto San Paolo ho presentato assieme all’autore il libro “La nostra guerra non è mai finita”, unica tappa sarda di Giovanni Tizian nel suo fitto calendario di appuntamenti. Prima di arrivare a Porto San Paolo, con Giovanni ho preso un aperitivo al Corso Umberto, ad Olbia. Sotto gli occhi dei poliziotti, ho osservato la serenità di gesti e parole di questo ragazzo: proprio vero che la calma è la virtù dei forti.
L’idea dell’incontro pensata dall’avvocato Andrea Viola, da sempre attivissimo nel denunciare le infiltrazioni della malavita organizzata in Gallura, è stata raccolta dal sindaco Giuseppe Meloni, che ha messo a disposizione la casa comunale perché la storia contenuta nel libro potesse essere raccontata pubblicamente.
Io, Tizian, Viola e Meloni abbiamo condiviso il tavolo del dibattito, ciascuno per raccontare la propria esperienza dal proprio punto di vista di giornalista o amministratore, davanti ad un pubblico rapito, attento ad ogni sfumatura delle parole. Anche per ricordare che l’intrufolarsi delle mafie in Sardegna non è un’ipotesi o una fantasia, ma un dato di fatto confermato da migliaia di pagine di indagini. Non fondate su congetture di magistrati, ma su riscontri e intercettazioni inequivocabili. Sarebbe bello, ad esempio, che il nuovo procuratore di Tempio Domenico Fiordalisi riaprisse l’inchiesta Dirty Money, clamoroso spaccato di un’Olbia nel mirino delle cosche calabresi. E son sicuro che un magistrato di livello come lui non mancherà di riaprire quel libro, da cui tutti si tengono alla larga.
Torniamo a Tizian. Altre volte ho curato la presentazione di libri, ma mai come stavolta le parole fluivano spontanee. Mi è anche venuto in mente, e non ho potuto trattenermi dal ricordarlo, che tre anni fa, a pochi chilometri dal luogo dove ci trovavamo, il capo del Governo italiano aveva pubblicamente dichiarato che, se avesse potuto, avrebbe strozzato tutti quegli scrittori che scrivono di mafia, perché danneggiano l’immagine del nostro Paese. Per dire di quanto, oggi, sia ancora più difficile dedicarsi alla missione della verità, ostacolati dall’omertà insignita di un rango istituzionale. Per seppellire lo schifo di quelle parole ho letto una pagina estratta dall’infanzia di Giovanni, il ricordo potente del giorno in cui gli confessarono la verità sulla morte di Peppe. E lui scelse una stella nel cielo, per farne da quel momento l’immagine splendente del padre.
Il libro, per essere chiari, non parla solo del dramma personale dell’autore ma sviscera tante storie di violenza, vessazione e coraggio, approfondendo con il linguaggio del cronista di razza collegamenti e interessi del potere delle cosche, in Italia e nel mondo.
Ad un certo punto, ho constatato tra me e me che, con i miei quarantadue anni, ero il più vecchio tra i quattro interlocutori. E questo dato anagrafico, forse insignificante, mi ha dato coraggio. Per l’Italia che verrà. Quell’Italia che, nella dedica a mio figlio, Giovanni ricorda essere bene delle giovani generazioni. Chiamate, oggi più che mai, a “Resistere!”