Ieri al Teatro Sangiorgi si è svolta la prima edizione del premio nazionale di giornalismo giudiziario investigativo dedicato al giornalista scomparso “Domenico Calabrò”.
Domenico Calabrò, Mimmo per gli amici, era un caposervizio della Gazzetta del Sud, e responsabile dell’edizione locale della Gazzetta del Sud di Messina e direttore della rivista Microcredito e Microfinanza. Calabrò, possiamo definire che è morto mentre assolveva al suo dovere di giornalista, fintanto che alla guida della sua auto, colto da malore davanti la sede del comando provinciale dei carabinieri di Catania nella centralissima Piazza Verga, tentava di lasciare un comunicato stampa, fatalmente l’ultimo. E’ mancato, di notte, proprio davanti al cancello della caserma.
Fin da ragazzino si era dedicato al giornalismo d’inchiesta per raccontare quelle verità che spesso non si vuole raccontare, occupandosi per la Gazzetta del Sud di un argomento “spinoso” quale quello della drangheta.
Un giornalista, un amico, ma soprattutto un padre che amava il suo lavoro. Mimmo è stato ricordato dai suoi figli e dai tanti amici e colleghi.
Alla serata, condotta dalla giornalista Costanza Calabrese, volto noto del Tg 5. , sono intervenuti il Procuratore di Salerno Franco Roberti,Catello Maresca e Giovanni Conzo pm. della DDA di Napoli, e il presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Enzo Jacopino, il quale, durante la premiazione, ha voluto sottolineare non solo lo stato di precarietà della categoria ma anche i vergognosi “compensi” dati ai giornalisti, schiavi di un sistema che non fa altro che fare gli interessi solo di pochi limitando così anche quella libertà di stampa che dovrebbe essere la regola cardine del giornalismo ma che spesso non è così.
Chi decide di fare il giornalista e lo fa con professionalità (al di là se sia pubblicista o professionista) è perché crede in questo lavoro e con il suo operato vuole andare in fondo sempre alla ricerca della verità e quando si cominciano a toccare argomenti come la drangheta o la camorra o la mafia allora cominciano le minacce, gli avvertimenti “o ti stai zitto oppure….” , come è successo a Giovanni Tizian oggi sotto scorta, premiato nella sezione “Giornalisti coraggiosi”., che con i suoi due libri “Gotica. Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la Linea” e “La nostra guerra non è mai finita” parla della drangheta dando così non poco “fastidio” a qualcuno.
Fare giornalismo investigativo vuol dire andare oltre a un semplice fatto di cronaca nera perchè un bravo giornalista si domanda sempre cosa ci sia dietro a quel fatto e da li fino ad arrivare alla verità e a volte mettendo a repentaglio la vita.
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Via Sudpress