Sequestro patrimoniale notificato a Domenico Esposito: i suoi parenti gestiscono un’azienda di trasporti. Le intercettazioni
di Giovanni Tizian
Confusi tra i capannoni della zona industriale dei Torrazzi di Modena, nessuno aveva notato i parenti del boss Terracciano in città. Fino a ieri, quando i finanzieri del Gico di Firenze hanno notificato a Domenico Esposito, residente a Modena, un provvedimento di sequestro patrimoniale.
Secondo la Procura antimafia di Firenze è un prestanome del clan guidato da Giacomo Terracciano. Un ruolo l’avrebbe avuto anche la sorella e commercialista Anna e il fratello Carlo.
Nell’indagine del 2009 che ha riguardato il clan Terracciano, gli Esposito, secondo quanto si legge nelle carte investigative, erano indagati, anche se poi il pm non ritenne di doverne chiedere l’arresto, cosa che fece per i Terracciano.
I finanzieri hanno bussato alla porta di Domenico Esposito, che è residente in via Malavolti, in piena zona industriale. Come ha potuto verificare la Gazzetta è lo stesso indirizzo della società Autolinee Ferrari, una società di trasporto privato, gestita dai familiari di Domenico Esposito, tra cui Carlo Esposito. Che conosce bene Giacomo Terracciano. In alcune telefonate registrate dagli investigatori, i due parlano di barche di lusso. «Io ne volevo piglià una chiu gruossa». Così Carlo spiega al boss quale yacht vorrebbe comprare. E quando fa notare a Terracciano che mancano «quei soldi», il boss risponde che arriveranno da una società pulita, l’Housecompany, sequestrata ieri dalla Finanza.
La telefonata viene citata dai magistrati come «un ottimo esempio dell’uso spregiudicato delle società e del fine per cui vengono costituite«. E fa emergere una vicinanza d’affari tra Carlo Esposito e Giacomo Terracciano che va oltre la parentela familiare. Lo stesso Esposito è stato anche presidente del comitato direttivo della società consortile Modena Bus, carica abbandonata nel 2010.
La società di cui sono titolari a Modena non è stata toccata dalle indagini, che si sono concentrate sugli affari toscani, lombardi e campani. Aree dove la cosca Terracciano ha dimostrato avere potere economico enorme.
Ma c’è un altro episodio, contenuto nelle carte dell’indagine sui Terracciano, che riguarda Modena. L’acquisizione dell’ “Oca Fioca” di Prato, un night club.
Secondo gli investigatori parte del denaro, circa 50mila euro, sarebbe transitato da Modena. E sarebbe stato Giacomo Terracciano in persona a lasciare quel gruzzoletto di denaro in mano a Domenico Esposito. Il fratello di Anna la commercialista che avrebbe consigliato al boss, insieme a un avvocato, come muoversi per acquisire quel locale di Prato. Di Anna Esposito gli investigatori di Firenze scrivono che non è «solo una semplice prestanome, ma ha un ruolo attivo nel clan».
Un clan quello dei Terracciano che dal 1971 ha preso parte alla “Nuova Camorra Organizzata” del boss Raffaele Cutolo. Terminata quell’esperienza segnata da condanne e carcere, hanno ricostruito un impero fuori dalla Campania. E lasciato negli anni ’90 il paese di Pollena Trocchia, provincia di Napoli, hanno messo radici tra Firenze e Prato. Qui hanno aggregato personaggi campani e toscani, insospettabili. Il risultato? È nato un nuovo clan, «una nuova associazione camorristica del tutto autonoma da quella partenopea». Più simile a una holding economica che a un’organizzazione militare.
Il curriculum camorristico dei Terracciano non si è interrotto dopo la fine dell’esperienza Cutoliana, e soprattutto non è venuto meno il loro stretto legame con i territori d’origine. Fin dall’inizio del loro insediamento, nella zona di Prato e Firenze, il clan è riuscito ad avere notevoli disponibilità economiche. E ha fatto del vincolo di sangue un punto di forza.
Legare gli affiliati con parentele e matrimoni è un elemento di affidabilità, che mette al sicuro l’organizzazione da possibili pentiti.
Estorsioni, usura, sfruttamento della prostituzione e riciclaggio, sono le attività del clan in Toscana. Che in 20 anni ha accumulato capitali e patrimoni grazie al sostengo degli insospettabili. Professionisti del luogo e imprenditori spregiudicati.
Dopo due anni d’indagini la Procura antimafia di Firenze ha ricostruito gli intrecci societari e la rete di prestanome del clan. E ieri sono arrivati i sequestri di beni per 41 milioni di euro. I numeri sono impressionanti: 44 società, 31 immobili (sparsi sul territorio nazionale, di cui 21 in Toscana), 31 auto, uno yacht di lusso, 17 cavalli, 67 rapporti finanziari, due cassette di sicurezza.
Un fiume di denaro di cui hanno usufruito anche imprenditori toscani. Infatti, grazie ai soldi messi a disposizione dal clan, un imprenditore pratese è diventato titolare di una delle catene di ristorazione più note del comprensorio fiorentino-pratese-pistoiese. Prestanome del clan di una catena di dieci ristoranti e pizzerie, alcuni dei quali si trovano all’interno o nei paraggi di importanti strutture commerciali: l’Uci Cinemas di Campi Bisenzio e l’Outlet di Barberino del Mugello.
via Gazzetta di Modena