Tizian: «Resto sotto scorta Anche insospettabili dietro le minacce»

Il giornalista, modenese d’adozione, pubblica “La nostra guerra non è mai finita” Dall’omicidio del padre alle inchieste sugli affari dei clan

«Signora, suo genero era una brava persona, limpida e senza ombre, tanto da non consentirci di rintracciare indizi dai quali partire per risolvere il caso». Inizia così, con la frase pronunciata da un investigatore di fronte a nonna Amelia, il nuovo libro di Giovanni Tizian, il giornalista che da un anno e mezzo vive sotto scorta perché minacciato per i suoi articoli sulle infiltrazioni mafiose. Si intitola “La nostra guerra non è mai finita”, edito da Mondadori nella collana “Strade blu”. Non è un’inchiesta giornalistica come il primo volume, “Gotica”, in cui si raccontano affari e misfatti della criminalità organizzata al nord. È un viaggio nel passato di una famiglia segnata dalla violenza mafiosa.

La «brava persona» di cui parla l’investigatore è il padre di Giovanni Tizian, ucciso a Bovalino dalla ‘ndrangheta quando il giornalista era bambino. Un omicidio senza colpevoli, come tanti in quelle terre. E Tizian parte da lì, dai ricordi suoi e dai racconti di nonna Amelia, per ricostruire una storia che diventa percorso alla ricerca della verità e della libertà dalla paura. Una storia personale, che si intreccia con la storia della ‘ndrangheta.

È stato difficile affrontare i fantasmi del passato?

«Ho cercato di raccontare il dolore e la rabbia. Era un mio desiderio, ma ancor prima di mia madre: ricostruire le vicende della famiglia e della nostra emigrazione. Averlo fatto è stata un’esperienza bella e mi ha fatto capire che con il passato si può fare pace».

Ma ci sono ancora ferite aperte.

«L’omicidio di mio padre e prima ancora l’incendio del capannone di mio nonno… Ma il lavoro con le associazioni antimafia, i viaggi in Aspromonte con la gente che riconsegna dignità alla memoria di mio padre sono valori alti, che ripagano di tante amarezze. L’accertamento giudiziario è importante, ma la vicinanza delle persone giuste e oneste ci ha permesso di ricominciare».

La mafia resta sempre sullo sfondo: è una costante.

«Io racconto tre generazioni della mia famiglia, ma insieme anche trent’anni di mafia. La ‘ndrangheta attraversa la nostra storia, nel tempo è cambiata come noi siamo cambiati. Avevo 5 o 6 anni quando in Calabria c’erano i sequestri di persona. Oggi ne ho trentuno e le cosche lavorano negli appalti, fanno affari nell’economia legale. Dai covi sulle montagne sono passati ai paradisi fiscali, prima maneggiavano le armi, oggi gli strumenti finanziari. Quelli che hanno ucciso mio padre, oggi governano ampie fette di territorio al nord».

È una lotta senza fine: si può sperare ancora nella giustizia?

«Per quel che mi riguarda, tutto quello che c’era da fare o da scrivere, l’ho fatto. Ho letto e riletto il fascicolo su mio padre senza tralasciare i particolari… In futuro, spero solo di poter scrivere un finale diverso della sua e della nostra storia, in cui dare un nome e un volto a chi mi ha privato del padre. Sono fatti di tanti anni fa, ma le tecniche di indagine hanno fatto progressi, In Calabria ci sono stati casi risolti dopo parecchio tempo…».

Ci sono stati momenti in cui hai pensato di abbandonare il progetto?

«No, era un lavoro che volevo fare da tempo, già prima di iniziare a fare il giornalista. Ho passato ore e ore con mia nonna materna per farmi raccontare ogni cosa. Ho letto il suo diario, nel quale teneva appunti su tutto ciò che avveniva attorno a noi. Rispetto al primo libro, questo è certamente diverso. Ma a me piace provare strade nuove: faccio il cronista e il libro diventa un modo per sperimentare. Un giorno magari scriverò un romanzo».

Mesi fa sono state pubblicate le intercettazioni in cui si dice “a Tizian gli sparo in bocca”. Oggi hai ancora la scorta.

«L’inchiesta si deve ancora chiudere, alcune persone coinvolte nelle minacce sono ancora libere, ci sono insospettabili spuntati dalle intercettazioni , persone che conoscevano e frequentavano Torello e Femia, i due che al telefono parlavano dei miei articoli sull’azzardo pubblicati dalla Gazzetta. Credo che il procuratore anche per questo non ha chiesto la revoca della protezione. Io aspetto. Di certo, al processo mi costituirò parte civile».

Cos’è cambiato dopo la pubblicazione delle intercettazioni?

«All’inizio c’era uno stato di angoscia continua, ma tanta energia per affrontare una situazione nuova e inaspettata: le minacce, la scorta… Oggi sento più forte il peso di tutto questo… Non vedo l’ora di tornare a vivere una vita normale. Mi mancano le piccole cose, come fare un giro in motorino».(g.g.)

via Gazzetta di Modena

 

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