
di Giovanni Tizian
Decine di pentiti ricostruiscono la preparazione della strage del 23 maggio ’92. Sette le misure di custodia cautelare a super boss e a Cosimo D’Amato, il pescatore palermitano che vendeva i residuati bellici recuperati in fondo al mare. E per i detective di Caltanissetta non c’è alcun dubbio: Messina Denaro era a Roma per partecipare materialmente alla realizzazione dell’attentato
La genesi dell’ “Attentatuni” di Capaci è scritta nell’ultima indagine della procura antimafia di Caltanissetta e della Direzione investigativa antimafia. Che oggi ha portato all’emissione di sette misure di custodia cautelare a super boss già detenuti e una a Cosimo D’Amato, il pescatore palermitano che arrotondava vendendo i residuati bellici recuperati in fondo al mare. Decine di pentiti ricostruiscono la preparazione della strage del 23 maggio ’92, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Uccisi dal tritolo di Cosa nostra.
Lei e solo lei ha ordito la fine del giudice: non ci sarebbe nessun mandante occulto, esterno a Cosa nostra, secondo Sergio Lari, il procuratore capo di Caltanissetta. La novità di questo filone di indagine è il coinvolgimento del mandamento mafioso di Brancaccio nella fase preparativa. I racconti dei collaboratori Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, entrambi nella cosca di Brancaccio guidata da Giuseppe Graviano, confermano le ipotesi investigative.
I contatti con D’Amato li ha curati Cosimo Lo Nigro, condannato per le stragi del ’93-’94. « Quando siamo arrivati noi a Porticello», ha rivelato Spatuzza ai pm, «abbiamo trovato lì un ragazzo un certo Cosimo, circa 30 anni, che assieme a lui siamo andarti nel molo… nel porticciolo di Porticello… e c’erano lì i Natanti diciamo attraccati… siamo saliti sopra un peschereccio e nei fianchi c’erano legati delle fune». Legati alle corde e appena sotto il livello dell’acqua c’erano due fusti, che «vennero recuperati, issati sul peschereccio e poi collocati nel bagagliaio della Renault», precisano gli investigatori.
L’operazione avviene all’imbrunire, dice il pentito. Ben visibili e senza timori di essere notati, i mafiosi, tra cui Spatuzza e Lo Nigro, caricano i bidoni contenenti gli ordigni. Alla luce del sole compiono il primo passo verso il primo assalto allo Stato.
Occultati, per quanto possibile, i fusti con le bombe nell’auto guidata da Spatuzza, il gruppo di Brancaccio lascia il porticciolo. Partono tre auto, quella del pentito chiude la fila, le altre due avevano la funzione di vedette: avrebbero avvertito Spatuzza della presenza di posti di blocco. Qualcosa andò però storto. Nessuno lo avvertì della presenza della polizia.
Così accorgendosi all’ultimo cambiò senso di marcia e abbandonò l’auto vicino al distributore Esso. Proseguì a piedi. Dopo varie peripezie, riuscirono a recuperare la macchina con l’esplosivo e portarla in vicolo Castellaccio 29, in un’abitazione nella disponibilità di Spatuzza. Qui scaricarono i bidoni venduti da Cosimo il pescatore. Il giorno successivo li portarono in un magazzino di Brancaccio di proprietà del costruttore Domenico Sanseverino, cugino di Spatuzza. Da due ordigni recuperano 100 chili di tritolo. Per svuotare gli ordigni impiegarono una settimana.
Ma la quantità non accontenta i boss, che organizzano una seconda spedizione: vengono recuperati altri due fusti, altri due ordigni.
«Questo esplosivo arrivava sotto forma di pietra. Veniva macinato fino a farlo diventare fine, in polvere. Dopo di ciò veniva raffinato, pesato e messo dentro sacchi di spazzatura, quelli grandi. Veniva poi legato, veniva fatta uscire l’aria che c’era dentro i sacchi, perché doveva venire compressato», il racconto di come veniva trattato il materiale esplosivo recuperato dagli ordigni è di Salvatore Grigoli, di Brancaccio e coinvolto nelle stragi post ’92.
«Veniva legato strettamente molte volte per compressarlo: fino a farlo diventare duro. Poi veniva nastrato. Nastro adesivo, quello per imballaggio, quello largo…prima con delle corde, cioè ci si metteva della forza, proprio stretto in maniera tale che uscisse fuori tutta l’aria, tipo come quando avviene una cosa sottovuoto.. Corde di spessore circa 5 millimetri. Veniva proprio… quasi quasi non si vedeva più, il sacchetto, da quante volte veniva passata la corda; perché veniva passata in tutte le parti».
E aggiunge: «quando poi cominciai a fare questo tipo di operazioni, capii che non è che era farina per fare il pane. Però, siccome io non ero uno di quelli curiosi, uno di quelli che andava, chiedeva o domandava… Però, per esserne certo, che fosse esplosivo - perché l’avevo capito - dissi a Lo Nigro, perché vedevo che era lui il più pratico della cosa, gli dissi: “mah, posso fumare, eventualmente?”. Lui mi ebbe a dire: “sì, però stiamo sempre attenti”. Quindi, da questo ebbi conferma che era esplosivo» .
E’ nel recupero dell’esplosivo per la strage di Capaci che la macchina mafiosa di Brancaccio si mette in moto. Questa è la novità assoluta dell’ indagine condotta dagli uomini della Dia, la struttura immaginata proprio da Giovanni Falcone. Il mandamento con capo i fratelli Graviano aveva avuto un ruolo da protagonista per le bombe di Milano, Roma, Firenze, ma oggi emerge anche il loro coinvolgimento nell’”Attentatuni”, così lo chiamò il boss Gioacchino La Barbera.
Nelle oltre 700 pagine di accusa firmate dal Procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e dal suo aggiunto Domenico Gozzo, c’è la ricostruzione passo dopo passo della genesi di quell’attentato. Raccontano anche di quella riunione a Castelvetrano, nel regno di Matteo Messina Denaro, il super boss chiamato in causa per i rapporti con l’attuale Senatore Pdl Antonio D’Alì. In quella riunione si sarebbe discusso della “missione romana”. Cioè dell’ipotesi di uccidere Falcone fuori dalla Sicilia. L’idea era quella di cominciare la strategia delle tensione nel cuore del Paese, nella capitale. Alla riunione trapanese dell’ottobre-settembre del 1991 prendono parte i padrini più importanti di Cosa nostra: Totò Riina, Mariano Agate , Matteo Messina Denaro, Filippo e Giuseppe Graviano e Vincenzo Sinacori( pentito che racconterà di questa riunione).
«Si discusse delle modalità con cui dar luogo, a Roma, ad un attentato da porre in essere nei confronti di Giovanni Falcone o, come obiettivi secondari, del ministro Martelli o del giornalista Maurizio Costanzo. La direttiva che il RIINA diede fu che l’attentato andava eseguito con armi tradizionali e che, qualora fosse stato necessario impiegare dell’esplosivo, avrebbe dovuto essere preventivamente avvisato onde dare il benestare al compimento dell’operazione», si legge nel provvedimento di oggi. La fase esecutiva del piano ideato venne affidata agli uomini più rappresentativi della provincia mafiosa di Trapani, tra cui Matteo Messina Denaro. Il boss latitante avrebbe avuto il compito di reperire la base logistica romana per gli attentatori: «compito poi affidato ed assolto, su input del RIINA, da un suo uomo di fiducia stanziato nella capitale, Antonio Scarano».
A l’altro capo trapanese, Vincenzo Virga, sarebbe spettato il compito di recuperare l’esplosivo, a Mariano Agate toccava mettere a disposizione un suo appartamento sempre a Roma. Infine Sinacori venne incaricato dal capo dei capi Riina, di trasportare armi ed esplosivo e una volta nella capitale avrebbe dovuto prendere contatti con i camorristi del clan Nuvoletta. Con il boss in persona, Ciro Nuvoletta e un affiliato di nome Maurizio « affinché questi si ponessero a sua disposizione per l’esecuzione». Dietro le strategia di Cosa nostra fatta di bombe e ricatti spunta un tentativo di collaborazione militare da parte dei Nuvoletta, camorristi storici alleati dei siciliani. La casa di Roma messa a disposizione da Scarano l’ha frequentata anche Matteo Messina Denaro. «Dopo che sono venuti i napoletani, ci sono stato un giorno perché poi sono dovuto scendere giù per avvisare il Riina che non avevamo incontrato né Falcone né Martelli, e che l’unico obiettivo facile da fare era il Costanzo».
E per i detective di Caltanissetta non c’è alcun dubbio: Messina Denaro, alla fine di febbraio del 1992, era a Roma per partecipare materialmente alla realizzazione dell’attentato». Ma in piena operazione romana accade qualcosa. Nel marzo ’92 Totò Riina ritira le proprie truppe. « Avevano trovato cose piu? importanti giu? (in Sicilia ndr)», perciò la “missione romana” viene sospesa e i super boss, tra cui Denaro, vengono fatti tornare in Sicilia. A quel punto mancano sono due mesi all’esplosione che ha stravolto l’Italia, quella di Capaci.
via l’Espresso