Addio Peppone, ora c’è la mafia

A Brescello, il paese dove Guareschi ambientò l’epopea del sindaco rosso e di don Camillo, si sono insediati i boss calabresi della ‘ndrangheta. Che investono nei cantieri, fanno affari, cercano di mettere le mani nella politica

di Giovanni Tizian

Da una parte capannoni e latterie, dall’altra casali e campi agricoli. Percorrendo la strada provinciale 358, il contesto non lascia dubbi: è la Bassa padana. Una lingua d’asfalto lunga e dritta collega Reggio Emilia alla provincia di Mantova, sul confine, a due passi dal Po, c’è Brescello. Un borgo di 5 mila anime che nella fortunata serie di film erano contese tra don Camillo e Peppone, tanto che ancora oggi 40 mila turisti vengono in gita sui luoghi che hanno fatto da set ai racconti di Giovannino Guareschi. Negli anni però sono cambiati i personaggi che hanno reso popolare “Bersèl”, così lo chiamano gli anziani, in un dialetto tra il francese e l’emiliano. La povertà del dopoguerra è stata dimenticata e ai contadini si sono sostituiti i piccoli impresari. Anche lo scaltro don Camillo è stato scalzato dagli avidi “don” della ‘ndrangheta, mentre il trattore sovietico di Peppone sembra dimenticato, soppiantato dai Suv degli imprenditori vicini ai boss. Padrini che qui, a due passi dal Po, si fanno sentire poco ma investono molto.

Per i capibastone calabresi questa è terra di denari: le armi vanno tenute nascoste, per non disturbare gli affari. L’unico omicidio di mafia risale al ’92. Erano gli anni dello scontro tra le cosche di Cutro, il centro del crotonese da cui tanti sono emigrati in provincia di Reggio Emilia. Ed è tra questi lavoratori che si sono inseriti anche i coloni delle cosche, legati soprattutto al clan dei Grande Aracri. Una presenza consolidata, come dimostrano i rapporti degli investigatori. Ma che tanti a Brescello continuano a non vedere. “E’ un mondo che non conosciamo, ma è una presenza che ci preoccupa”, spiega a “l’EspressoGiuseppe Vezzani, sindaco Pd di Brescello. Mai iscritto al Pci, e questa è una notizia: la guerra fredda anche qui è un ricordo del passato. Invece il suo predecessore Ermes Coffrini è un veterano del Pci e mette la difesa dell’immagine del paese al primo posto. Anche davanti ai segnali più clamorosi. Quando la titolare del centralissimo bar don Camillo denunciò di essere minacciata dai boss e fissò alle vetrine un cartello con scritto “Chiuso per pizzo”, Coffrini ha dichiarato pubblicamente che la ‘ndrangheta non c’entrava nulla. Una vicenda che ha spaccato la piazza, tra chi bollava la protesta come “una storia di corna” e chi invece sottolineava la “miopia politica” di fronte al pericolo mafia.

Un copione che si ripete spesso a nord della Linea Gotica, dove la penetrazione silenziosa dei nuovi boss che non sparano passa spesso inosservata. Nella nebbia fitta della Bassa i traffici perdono sostanza e non creano allarme. “Andranno a delinquere da altre parti, non so, qui non è più successo nulla”, è convinto il vicesindaco Andrea Setti.

Invece gli investigatori segnalano come le cosche siano pronte a fare il salto di qualità dagli affari alla politica. Il primo tentativo è stato notato alle ultime elezioni comunali, con la candidatura nella lista civica di centrodestra della figlia di Alfonso Diletto, un imprenditore che gli inquirenti indicano come legato alla ‘ndrangheta. Forza Brescello è riuscita a portare nel municipio di Peppone un solo consigliere e la Diletto è stata la prima dei non eletti. Ma i brescellesi originari di Cutro esprimono l’8,8 per cento dei residenti: un pacchetto di voti che fa gola a molti. E quello che interessa oggi ai boss è soprattutto costruire: le loro ditte aprono cantieri senza sosta per strade, case, ville, condomini, centri commerciali. “Alcuni cittadini le hanno utilizzate per lavori privati perché ignorano il problema”, riconosce il sindaco.

Alfonso Diletto si muove tra edilizia e mediazioni immobiliari in più regioni. E’ stato indagato nell’inchiesta “Dirty money”, l’operazione coordinata dalla Procura antimafia di Milano sull’asse Svizzera-Lombardia-Sardegna. Nel 2010 è stato chiesto il sequestro dei suoi beni ma in prima istanza il Tribunale di Reggio Emilia ha respinto la domanda: la partita non è ancora chiusa.

Diletto è il nipote acquisito di un casato potente, i cui signori vivono tra Calabria ed Emilia, tra Cutro e Brescello: il clan dei Grande Aracri. Capo indiscusso è Nicolino, Mister “Mano di gomma” o “Manuzza” per gli affiliati più intimi. A 53 anni può vantare un pedigree mafioso da padrino: è nato con la pistola, cominciando come gregario prima e braccio destro poi del mammasantissima Totò Dragone che fino agli anni Novanta dominava questa parte di Emilia. Fu “Manuzza” a sfidarlo, scatenando una guerra che si è chiusa dopo dieci anni di piombo quando Totò Dragone è stato trucidato a colpi di pistola e Kalashnikov a Cutro.

“Mano di Gomma” è tornato in libertà da poco, scarcerato per una questione formale nel calcolo della pena grazie all’abilità dei suoi avvocati. E ora da Brescello il dominio dei Grande Aracri si estende fino a Reggio Emilia, dove hanno investito nell’immobiliare, in locali notturni e bar. I loro alleati sono i Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, anche loro di casa nel Reggiano, dove risiede Michele Pugliese, condannato in primo grado a 10 anni nel processo “Pandora”. Michele è un businessman che dal cemento si è allargato all’autotrasporto. E’ nipote del defunto boss Pasquale Nicoscia, ma è imparentato anche con gli Arena, imprenditori dell’eolico e nemici dei Nicoscia: la doppia parentela gli ha permesso di fare da paciere nella lotta tra le due ‘ndrine - la più feroce avvenuta in Calabria nel nuovo millennio - e aumentare il suo prestigio.

Suo padre Franco è diventato familiare a tutti gli italiani per le foto - pubblicate da “l’Espresso” - che lo ritraevano mentre festeggiava assieme a Gennaro Mockbele al senatore Nicola Di Girolamo, accusato di essere stato eletto proprio con i voti della cosca Arena. Ad occuparsi di questo sostegno sarebbe stato Pugliese senior, che adesso vive come il figlio tra Santa Vittoria di Gualtieri, provincia di Reggio Emilia, e Viadana, nel Mantovano. A pochi chilometri c’è Brescello.

Qui a svelare le connection sono gli intrecci societari. Nella San Francisco Immobiliare per esempio, tra i soci fino al 2007, troviamo Michele Pugliese, Salvatore Grande Aracri, Giulio Giglio e Antonio Muto. Giglio è il fratello di Pino, quello che il pentito Salvatore Cortese definisce “una specie di bancomat per le cosche reggiane”. Salvatore Grande Aracri, incensurato e assolto l’anno scorso dall’accusa di spaccio, è il nipote di “Mano di Gomma”. Ma anche il padre di Salvatore, Francesco, non scherza. Gli investigatori lo definiscono “referente della cosca per la Bassa reggiana”. E ha appena finito di scontare una pena per associazione mafiosa. Ora vive a Brescello con i suoi familiari. E lavora nella ditta ora di proprietà della figlia, ma che fino al 2005 era sua e del figlio Salvatore: la Euro Grande Costruzioni. E non è l’unica azienda riconducibile a Francesco Grande Aracri. Fino a novembre 2011 è stato socio della Santa Maria immobiliare, con capitale sociale di 100 mila euro. E infine, dal 2004 è socio nella G.G.A. immobiliare, insieme ad alcuni familiari. L’amministratore? Un modenese doc.

Ma non è tutto. La parola d’ordine per Francesco Grande Aracri è diversificare. “Ha indirizzato i propri interessi anche nella gestione di locali notturni insieme alla stessa famiglia Muto”, raccontano le informative. Il locale in questione è l’Italghisa di Reggio Emilia. Discoteca che ha chiuso i battenti un anno fa, ma che attirava ogni fine settimana centinaia di giovani. Musica tecno, elettronica e reggae. Nulla a che vedere con le popolari balere emiliane delle feste dell’Unità. Gli atti delle forze dell’ordine sono pieni di aziende considerate colluse o gestite da amici degli amici. Spesso le prefetture intervengono revocando i certificati antimafia, in modo da tagliarle fuori almeno dagli appalti pubblici: ce n’è persino una con sede alle porte di Brescello che aveva concesso un finanziamento di 5 mila euro alla Lega Nord. Da queste iniziative dei prefetti nascono lunghi contenziosi amministrativi, battaglie di carta bollata che si trascinano fino al Consiglio di Stato mentre le ruspe dei boss continuano a lavorare sotto un’altra sigla.

Politici e imprenditori emiliani sembrano accorgersi del problema solo quando scattano le retate. Come nella neve di questi giorni, allora le tracce sporche diventano visibili a tutti. Ma dura poco. E la nebbia cancella i confini tra lecito e illecito. Mentre i clan si fanno più forti. Secondo una serie di elementi di inchiesta, avrebbero addirittura creato una struttura di ‘ndrangheta interamente basata a Brescello e dintorni: una “Locale” come la chiamano nel loro gergo. Ha rapporti soprattutto con i potenti baroni calabresi della Lombardia, nei confronti dei quali però avrebbe conquistato un peso di primo piano. In una conversazione intercettata dal Ros un uomo dei clan chiedeva: “Reggio Emilia lo sa?”, indicando in questo modo la necessità di informare l’autorità mafiosa nata in quell’area. A confermare l’importanza della colonia emiliana sono le parole del pentito Salvatore Cortese che ha descritto i retroscena di uno dei delitti più inquietanti: quello di Lea Garofalo, la donna uccisa dal marito Carlo Cosco perché stava collaborando con i magistrati e poi fatta sparire nell’acido. Prima di assassinarla, Cosco ha interpellato i Grande Arachi e i Nicoscia per ottenere il loro permesso. Un caso di lupara bianca a Milano, confuso tra la nebbia e l’indifferenza che nascondono i traffici e gli intrecci delle ‘ndrine padane.

via L’Espresso

Tizian, la Padania è Cosa Nostra

Il Nord come il Sud, in un’Italia unita dallo stesso predominio, quello delle mafie. E’ la tesi sostenuta da Giovanni Tizian nel suo libro,“Gotica. ’Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea” presentato lunedì 13 nell’aula magna di Scienze Politiche, per iniziativa di Libera e della Fondazione Fava, relatori Francesca Longo, Claudio Fava, Ivan Lo Bello e lo stesso Tizian, con la moderazione di Dario Montana.

Di mafie si interessa da tempo questo giovane giornalista precario, figlio di un funzionario di banca che ha pagato con la vita la sua integrità morale, a Bovalino, in Calabria. Trasferito con la famiglia a Modena, Giovanni scopre, guardandosi attorno, che la mafia è presente anche nella sua nuova città, e in tutto il Nord. E capisce quanto sia errato ridurre la questione mafiosa a un fatto di ordine pubblico, senza capire che il cuore del problema sta nell’economia.

L’Italia descritta da Tizian è infatti “un immenso campo di affari”, in cui i boss decidono chi debba lavorare e chi no, in cui gli imprenditori utilizzano i servizi della criminalità organizzata perchè permettono più ampi margini di guadagno, in cui la politica e la pubblica amministrazione vengono coinvolte attraverso lo scambio di vantaggi e la corruzione. Non è una novità degli ultimi anni, perchè la mafia fa affari nel Nord Italia già dagli anni ’50.

Oggi il fenomeno si è ampliato e rafforzato, al punto che non si può parlare di infiltrazioni mafiose, ma di un vero e proprio “radicamento” nel territorio. Di questapenetrazione mafiosa nelle regioni del Nord è stato ritenuto responsabile il “soggiorno obbligato” a cui molti mafiosi furono condannati nel dopoguerra, ma questa “misura sciagurata” non può spiegare il motivo per cui molti criminali, conclusa la condanna, siano rimasti in questi luoghi, accettati di buon cuore dalla borghesia locale che li ha coinvolti nei propri affari. Non a caso troviamo i boss fotografati a braccetto con i politici locali.

Anche qui i settori in cui è più forte la presenza mafiosa sono quelli chiave, come il movimento terra, di cui tutti gli imprenditori edili si servono. E la collusione tra imprenditoria locale e clan è ormai assodata. E’ stato un imprenditore milanese, Maurizio Luraghi, a costruire le sue palazzine su rifiuti tossici scaricati nel terreno dai sodali della cosca Barbaro-Papalia, in spregio ad ogni regola e al rispetto della salute e dell’ambiente,. E siamo a Buccinasco, un paese delle cintura milanese, nel profondo Nord. Ormai il “laboratorio” della autostrada Salerno-Reggio Calabria ha fatto scuola e lo stesso sistema è stato applicato nella A4, nella costruzione di alcuni tratti dell’Alta Velocità e nelle tangenziali di alcune città settentrionali. Sono teatro di queste gesta soprattutto i piccoli centri, quelli in cui è più facile esercitare il controllo del territorio e gestire le alleanze politice, ma non manca il coinvolgimento di grandi strutture come l’azienda ospedaliera della provincia di Pavia, ricorda Fava. Il meccanismo è lo stesso usato al Sud, perchè l’ospedale è un grande dispensatore di potere, da cui si possono gestire le assunzioni, gli appalti per le forniture, i voti.

Le mafie, ormai parte integrante dell’economia locale, e legittimate dalla classe dirigente, sono i veri “regolatori del mercato”, eliminano la concorrenza, creano cartelli, si fanno pagare il pizzo in modo surrettizio. La loro ascesa è stata silenziosa. Secondo Tizian persino i sequestri degli anni ’90 possono essere considerati “un’arma di distrazione di massa”, utilizzata per allontanare l’attenzione dai loro veri affari, quelli che crescevano nelle regioni del Nord.

L’economia illecita non ha più confini. Lo conferma la professoressa Longo, che studia proprio le mafie trasnazionali e mette tuttavia in guardia dal ritenere che si siano per questo allentati i legami con i territori di origine. Le fa eco un altro dei relatori, il presidente della Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello: l’espansione delle mafie al Nord Italia, e anche al Nord Europa, non deve fare trascurare il persistente radicamento nei territori di appartenenza, al Sud, da cui le mafie continuano a trarre la propria linfa.

Eppure proprio questo Sud, che continua ad essere guardato con atteggiamento razzista, ha oggi qualcosa da insegnare al Nord. Perchè il Sud ha ormai preso coscienza della presenza delle mafia al proprio interno, accetta di parlarne e sperimenta nuove strade per contrastarla.

A Nord ancora questo non accade. La presenza della mafia continua da esere negata o sottovalutata, nonostante le condanne e i comuni già sciolti per mafia. Non si è creato ancora quel clima di attenzione e di allarme che oggi impedirebbe a un boss calabrese, già condannato, di intestarsi 5 società, come è accaduto in Emilia.

Può accadere anche, come riferisce Tizian, di sentirsi rispondere dalla gente, dopo una condanna esemplare di ‘ndranghetisti a Varese, che “qui il problema sono i marocchini”. Solo dalla consapevolezza del fenomeno può nascere la reazione, la ricerca di forme di contrasto che non siano limitate alle aule di tribunale, l’individuazione di buone pratiche e strategie efficaci.

Quello che Gotica mette in discussione è anche un luogo comune, che la mafia attecchisca solo dove non c’è senso civico, dove manca il “capitale sociale”. Non potremmo altrimenti spiegare la diffusione della criminalità organizzata nella civilissima Emilia, patria della Resistenza e delle lotte sindacali, terra d’origine di quel sistema cooperativo che oggi tende purtroppo a degenerare.

La risposta cerca di darla Lo Bello e la individua nel progressivo scadimento di valori, in una degenerazione civile e morale che attraversa tutto il paese. Il vero problema, a suo parere, è quella vasta area di indifferenza morale che diventa tacito consenso, quasi più preoccupante dell’attiva collusione.

via Argo

La nuova Linea Gotica della Resistenza

(…) “La mia arma è questa”. E mi mise sotto il naso una bella stilografica. Quel ragazzo si chiamava Enzo Biagi e fu con quelle parole che mi convinse a scrivere sul primo numero di “Patrioti”

di Sara Spartà

A distanza di tempo questa istantanea è una delle più belle che la nostra storia ci abbia regalato. Un partigiano della brigata Giustizia e Libertà sui monti dell’Appennino Modenese, in bilico tra la vita e la morte, che decide di combattere la sua guerra attraverso la sua unica arma, una penna stilografica. Ed è con questa che riesce nella più grande delle imprese, rafforzare la fedeltà a se stesso e ai propri ideali , a soli vent’anni.

Un’istantanea però, che non ha mai sbiadito i suoi colori che si presentano ancora vividi e chiari.

Scrivere come unica possibilità di esistere, e di resistere. È quello che succede da sempre in Italia a giovani giornalisti e scrittori che hanno scelto di seguire quella possente parola d’ordine che pare nata da quei monti e che ancora non smette si spirare: la Libertà. Nessuna retorica né iperbole possono falsare la realtà degli intenti. Oggi come ieri Scrivere vuol dire Resistere. Ed è un raro caso del destino che oggi parta dagli stessi luoghi e abbia il nome di un ragazzo poco più che ventenne, Giovanni Tizian, giornalista e militante dell’associazione daSud, che da settimane vive sotto scorta per aver tracciato una nuova “linea Gotica” lungo lo stesso Appennino, quella delle mafie e delle loro economie. Una linea che riesce a collegare l’intero paese attraverso nomi, volti, luoghi e armi ben precise.

Perché è questo che fa la differenza di fronte all’astrattezza dei bei discorsi che divulgano i partigiani dell’antimafia: la chiarezza e la precisione, che vengono intuite come un esigenza del nostro tempo, una necessità volta a smascherare i nuovi assetti economici e criminali. Ammettere che la mafia esiste anche al nord, anzi soprattutto al nord, significa ammettere che “la linea Gotica” non è più un luogo geografico o culturale, come poteva essere un tempo, alle origini del fenomeno mafioso, ma un confine etico che coinvolge tutti.

E ho trovato emblematico come la storia di questo ragazzo possa racchiudere un po’ quella che è la metafora della parola come strumento per poter raccontare, raccontandosi. Di origini calabresi, infatti, Giovanni si trasferisce a Modena con la madre all’età di sette anni, dopo l’omicidio del padre, un funzionario di banca “integerrimo” così viene descritto. E fugge da quel posto per trovare rifugio “in una terra fondata sulle rivendicazioni dei diritti, diversa dalla Calabria”, come la descrive lui, per poter respirare un aria diversa, lontano dalle mafie e dalla corruzione. Ed è quasi un paradosso che sia proprio lui ora a trattare da cronista queste vicende, che per i vari corsi e ricorsi storici, bussano alla porta della sua casa, nella civilissima Emilia. Lui a saperle osservare ma soprattutto a saperle interpretare, lui a guardarle con altri occhi dando un senso doloroso alle proprie ferite e grazie a queste a recuperare una storia, che a volte ha vissuto anche con vergogna. La propria storia, quella della sua terra, di suo padre e della sua scelta.

“Offrirono i loro vent’anni per avere una certezza, una fede che li sollevasse. La trovarono in un nome: libertà. Li sostenne nei giorni duri; li animerà se dovranno ancora combattere perché nessuno tolga, agli uomini di vent’anni già vecchi, quella libertà che fu spesso la sola fiamma per riscaldare la loro inesistente giovinezza.” Enzo Biagi con queste parole scrive nell’Aprile del 1945 l’ultimo editoriale dal titolo “Vent’anni” per “Patrioti” in occasione della Liberazione di Bologna.

Biagi testimonia un’età, una passione, un ideale forse mai tramontati e che oggi sono su un nuovo fronte per una Parola liberata e libera dalle mafie.

“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi.” Bertolt Brecht

Via Diecieventicinque

Il cemento non si mangia
Intervista a Giovanni Tizian

Il giornalista Giovanni Tizian, sotto scorta in seguito alle minacce ricevute per le sue inchieste sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel Nord Italia, ospite di 7per24. Si parla di mafia e mattoni

di Giuseppe Manzotti e Giorgio Riccò

Via 7per24

Giovanni Tizian torna a Catania per il suo “Gotica”

Si è svolta presso la facoltà di Scienze Politiche di Catania la presentazione del libro “Gotica, ‘ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea”. All’iniziativa , organizzata da Libera e Fondazione Fava, era presente Giovanni Tizian il giornalista sotto scorta, mirino delle mafie nel Nord

di Sebastiano Bella

Voto di scambio, corruzione elettorale, acquisizione societarie tramite usura, pizzo camuffato da servizi alle imprese, droga, incendi e minacce. Un esercito che corrompe, paga e uccide. Un viaggio dalla Sicilia, all’Emilia Romagna per raccontare di come le mafie fanno affari. Sono solo alcuni dei temi raccontati in Gotica, il libro inchiesta di Giovanni Tizian che per primo nel 1989 ha subito le violenze della ‘ndrangheta. A Bovalino, nella Locride, il padre un bancario integerrimo veniva ucciso a colpi di lupara per non piegarsi ai criminali della zona. Parte da lì quel viaggio che non racconta solo delle debolezze del Sud, ma anche degli importanti sodalizi mafiosi nel produttivo Nord.

Via La zona franca

Mafia, Giovanni Tizian a Catania «Anche sotto scorta continuo a raccontare»

Il giovane giornalista di origini calabresi, dallo scorso dicembre sotto scorta perché minacciato dalla ‘ndrangheta, oggi pomeriggio sarà alla Facoltà di Scienze Politiche per presentare Gotica, il suo libro-denuncia sulla presenza mafiosa nel Settentrione, «fenomeno radicato ma su cui ancora c’è poca consapevolezza». Ctzen lo ha intervistato

di Perla Maria Gubernale

Giovanni Tizian ha 29 anni e fa il giornalista precario alla Gazzetta di Modena. La sua storia ve l’abbiamo già raccontata perché da fine dicembre dello scorso anno vive sotto scorta. La ragione è tristemente semplice: Giovanni ha subito delle minacce perché scrive di mafia e con le sue inchieste pesta i piedi alla criminalità organizzata radicata nel modenese e in Emilia Romagna. Della denuncia di infiltrazioni mafiose e traffici illeciti al Nord ne ha fatto una professione. Ma ad avere a che fare con l’efferatezza della malavita, Giovanni ha cominciato troppo presto: nel 1989 suo padre, Peppe Tizian, funzionario di banca, è stato ammazzato dalla ‘ndrangheta a colpi di lupara a Bovalino, nella Locride, perché troppo onesto: non era disposto a piegarsi alle richieste dei criminali della zona.

Militante e co-fondatore, nel 2005, dell’associazione antimafia daSud Onlus, il giovane cronista di origini calabresi collabora anche con Linkiesta e Narcomafie. Nel novembre 2011 Giovanni Tizian ha pubblicato anche un libro, Gotica, ’ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea: un volume-inchiesta che denuncia i sodalizi economici tra mafia e impresa nel Settentrione. Un viaggio dalla Sicilia all’Emila Romagna per far emergere come la criminalità organizzata investe e ricicla i soldi sporchi, ma che parla anche di voto di scambio, corruzione elettorale, acquisizione societarie tramite usura, pizzo camuffato da servizi alle imprese, droga, incendi e minacce.

Oggi alle 17.30 Giovanni sarà a Catania dove presenterà il suo libro nel corso di un incontro organizzato da Libera e dalla Fondazione Fava, ospite dalla facoltà di Scienze politiche. In un’intervista a Ctzen racconta di sé, della vita sotto scorta e del suo lavoro di giornalista, ma anche della poca consapevolezza dei traffici mafiosi al Nord e di Catania, «coperta da uno strato d’ombra che oscura tutto e che non fa vedere quali sono i suoi veri affari. Ma che sta cambiando, grazie anche alla memoria e agli insegnamenti di Pippo Fava».

Precario a Modena per raccontare di mafia: la tua vicenda sembra quella di chi vive ancora a Sud. Come è iniziato il tuo mestiere di giornalista?
«Ho cominciato alla fine del 2005. Tutto è nato dalla voglia di far emergere le vicende poco raccontate. Sono laureato in sociologia e mi appassionava anche l’aspetto della ricerca sociologica applicata al giornalismo. E poi da una forte passione trasformata in professione, che mi ha fatto capire che è questo quello che voglio fare. Nonostante i sacrifici».

E quando invece hai deciso di raccontare il non-detto e parlare della mafia al Nord?
«Praticamente subito. Mi interessavo già molto al fenomeno, leggevo e mi informavo. Ha influito sicuramente anche tutto quello che ho visto e vissuto in Calabria, che mi ha permesso di analizzare da questo punto di vista anche la realtà modenese ed emiliana. Ho fatto dei collegamenti che hanno portato poi a delle inchieste giornalistiche, ma anche di guardare le cose con un occhio diverso, cercando di dire cose nuove, come già molti colleghi stanno facendo. Ormai la criminalità organizzata non è solo una questione che riguarda il Sud, ma è una realtà ben radicata anche nel Settentrione. Anche se al Nord sono in molti a non volerlo ammettere».

L’iniziativa «Io mi chiamo Giovanni Tizian» va avanti ormai da un mese. Sei stato in molte città d’Italia e sei diventato un personaggio pubblico.
«Ci tengo a dire che lo scopo della campagna non è parlare di me e della mia storia. Mi importa poco di essere un personaggio pubblico. Ma serve a diffondere un messaggio affinché chi aderisce all’iniziativa si impegni a rifiutare il compromesso mafioso con idee ed azioni concrete, proponendo politiche di contrasto alla criminalità organizzata. Ad esempio, per combattere le infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici, il comune di Lamezia Terme ha approvato una delibera che prevede, tra le altre cose, di rescindere il contratto anche se l’informativa su infiltrazioni mafiose arriva a lavori già iniziati. I buoni esempi al Sud ci sono. Il Nord è sordo, ma le cose positive pian piano attecchiscono anche lì. E’ in cose come questa che dovremmo imparare ad essere un Paese più unito».

Quanto è cambiata la tua vita da quando sei sotto scorta?
«E’ cambiata la quotidianità. Mi devo coordinare con la scorta per tutti gli spostamenti che faccio. Nel mio lavoro di giornalista non è semplice perché devo organizzare i tempi e ogni imprevisto diventa un problema. Anche lo spostamento di un’ intervista o di un appuntamento di lavoro. E poi è cambiata anche la vita in famiglia e quella di coppia, che ne risente. Al cinema o al ristorante, ad esempio, andiamo sempre accompagnati. Per questo adesso tendiamo ad uscire di meno e passiamo le serata a casa. Poco male, almeno risparmiamo (ride)».

Il tuo libro racconta dei traffici illeciti del Nord, ma qui a Sud, c’è una coscienza antimafia differente che ha portato Confindustria Sicilia a espellere chi paga il pizzo. Quanto c’è da fare però al Sud lo sappiamo tutti. Secondo te verso che direzione si va: il Sud che prende coscienza di sé e somiglia al Nord ricco, o il Nord ricco che sta diventando sempre più simile al Sud?
«Leonardo Sciascia parlava di linea della palma, che “tutta l’Italia sta diventando Sicilia”. La mafia sale dal Sud e arriva fino al Nord, ma in molte regioni settentrionali si discute ancora se la criminalità organizzata esista o meno, anche se è comprovato che è un fenomeno radicato. E’ un paradosso. Il Meridione è in mano alle mafie, ma c’è più consapevolezza e si lotta di più. Ci sono tante associazioni antimafia che operano sul territorio, che il Nord prende come esempio ma che lì faticano a radicarsi. Forse perché al Sud si è sempre sofferto di più questo fenomeno e allora, sopratutto dopo le stragi degli anni ’90, la gente si è attrezzata. Quando parlo con gli imprenditori meridionali mi parlano e mi raccontano della mafia, mentre al Nord faticano di più a parlare, o addirittura non parlano. Ma da questo punto di vista l’Italia è tutta uguale e la gente del Sud lo ha capito».

Catania, una città che ha visto nascere il suo movimento antimafia grazie anche alla figura di un giornalista, Pippo Fava. Quanto c’è nei tuoi articoli, e nelle tue ricerche al Nord, della mafia e dell’imprenditoria collusa che sta sotto l’Etna?
«C’è molto. Alcune mie inchieste hanno interessato un imprenditore catanese che investiva in gioco d’azzardo legale. Aveva una società a Modena che è stata posta sotto sequestro perché legata ad esponenti del clan Santapaola e dei Casalesi. Un’attività che univa le due organizzazioni, Cosa Nostra e camorra, e i cui interessi arrivavano fino al Nord. A Catania, tra gli imprenditori, attività di questo tipo sono diffusissime».

Catania è ancora famosa come la città buia degli anni ’80, con i morti ammazzati e brulicante di traffici nascosti che fanno fatica ad emergere in superficie. E’ cambiata rispetto agli anni neri dell’omicidio Fava o è ancora la stessa?
«Catania è sempre stata così, coperta da uno strato d’ombra che oscura tutto e che non fa vedere quali sono i veri affari. Ma la città sta cambiando, i segnali ci sono. Primo tra tutti il nuovo procuratore Giovanni Salvi che per la prima volta si sta impegnando a rompere le scatole sul serio alla criminalità organizzata. E che per la prima volta ha presenziato alla commemorazione sotto alla lapide di Giuseppe Fava. La mafia lancia messaggi negativi, per combatterla c’è bisogno di prese di posizione come questa. L’esempio? A distanza di quasi trent’anni c’è ancora chi tenta di infangare la figura di Pippo Fava. Il gesto di Salvi è stato un messaggio forte per difendere la sua memoria e tutto quello che ci ha insegnato».

via Ctzen

Il pm Musti: «Iscrizioni anomale? Meglio non sottovalutare i rischi»

Il magistrato racconta come la politica possa essere condizionata da personaggi legati alle cosche «Anche se non c’è reato nel tesseramento, quello è un possibile canale per le infiltrazioni criminali»

di Giovanni Tizian

Liste di iscritti “sgraditi”, iscritti sospetti o coinvolti in indagini antimafia. Tessere che improvvisamente si quintuplicano. Con il primo congresso alle porte, la situazione per il Pdl modenese si complica. Sul “partito dell’amore” soffia un vento di guerra.

Non è la prima volta che sul banco degli imputati finiscono i metodi utilizzati per il tesseramento. Negli anni abbiamo assistito a pratiche che di democratico hanno ben poco. Ne sa qualcosa Lucia Musti, un passato alla Dda di Bologna e oggi Procuratore aggiunto della Procura di Modena. A cavallo tra il 2002 e il 2003, ha scoperto l’inganno. E ha portato a processo alcuni eletti e loro collaboratori per avere autenticato firme false di cittadini sulle liste di presentazione dei candidati alle elezioni politiche del 2001. Ai tempi il senatore, ex ministro, Carlo Giovanardi l’accusò di «distogliere la polizia giudiziaria da inchieste più serie». Una questione morale che la politica non sembra in grado di risolvere.

La sua valutazione sulla vicenda del tesseramento Pdl è netta: «Se arrivasse un esposto su quanto pubblicato dalla stampa, non ci sarebbero spazi per compiere alcun tipo di accertamento, in quanto non si ravvisano ipotesi di illiceità. Non tutti i campani sono affiliati ai clan, altrettanto dicasi per le numerose imprese edili». La semplice iscrizione di un affiliato al clan, così come l’aumento esponenziale dei tesserati, non sono reati. Ma se dietro il tesseramento selvaggio si nascondono pressioni per condizionare la libertà di voto, questo sarebbe reato.

Nel nostro Paese è capitato più di una volta che partiti gonfiassero il tesseramento, anche con tessere fasulle. Se si provasse una cosa del genere cosa succederebbe?

«Sarebbe un problema scoprire le tessere fasulle, perché vuol dire che si fa numero sul nulla. Si tesserano persone inesistenti, o persone che magari sono in condizioni psicofische tali da non contare nulla. Sarebbe una vittoria basata su un falso consenso, che è quello delle persone inesistenti, con grave danno per la democrazia Malati con patologie neurologiche degenerative, o addirittura in coma farmacologico. Nel nostro sistema democratico questo nodo del tesseramento gonfiato e delle firme false a sostegno delle liste è emerso numerose volte».

Si riferisce all’indagine che ha coordinato lei quando era sostituto a Bologna?

«Era il 2002-2003, quando mi occupavo di reati contro la Pubblica amministrazione. Si scoprì, grazie a una gola profonda, che un importante partito politico aveva fatto firmare la lista di presentazione dei candidati alle elezioni politiche nazionali, a persone morte o gravemente malate, o molto anziane. Il metodo era semplice: apponevano la firma falsa di queste persone, e presentavano documenti falsificati. Questo creò un caso politico anche perché si scoprì che non era un problema solo di quel partito, ma un’escamotage al quale ricorrevano diverse sigle politiche dell’arco parlamentare. E la cosa grave è che facevano ricorso a questi metodi da sempre. Per questo allargai il tiro dell’indagine. E così il caso di un partito divenne comune a tutti, trasversale. Ottenni il rinvio a giudizio. Il reato contestato era un falso generico regolamentato dal codice penale che prevedeva una pena da uno a sei anni, non esisteva un reato ad hoc. Ma alla fine si risolse come spesso, purtroppo, accade in questo Paese, con l’emanazione di una legge che, nello specificare la condotta della falsificazione delle firme nella presentazione delle liste elettorali, regolamentò la fattispecie come illecito amministrativo: fatta la legge, trovato l’inganno…».

In molti definirono quella legge “assoluzione politica” e Arturo Parisi, all’epoca in quota Margherita, la chiamò “sanatoria ad personam”.

«L’unica soddisfazione dopo tanto lavoro fu il rinvio a giudizio disposto dal gip di Bologna nonostante l’imminente depenalizzazione».

Mettiamo che una tessera venga pagata due milioni di euro, o sia pagata la tessera di qualcuno, si potrebbe configurare il finanziamento illecito ai partiti?

«Il fatto che qualcuno paghi le tessere d’iscrizione a un partito non è reato, ma potrebbe essere prodromico di altri reati, come il voto di scambio, nel senso che se il cittadino viene tesserato e inserito in un contesto partitico si trova moralmente costretto a votare quel partito. Dal punto di vista etico è gravissimo perché mina alle basi la democrazia. Diventa una falsa democrazia, per cui il voto perde valore».

La corsa al tesseramento. È un momento delicato nella vita dei partiti. Potrebbe essere l’attimo che i clan scelgono per entrare nella politica?

«È un rischio reale. Certo non si può impedire a un cittadino di non iscriversi a un partito. Ma diventa allarmante quando in un territorio si registra un affluenza che proviene tutta da uno stesso comune-bacino. Un esempio: se a Palermo arrivano duecento tessere da un quartiere a rischio e se tutti gli iscritti sono nullatenenti o disoccupati, è facile pensare che la mafia abbia offerto o promesso quei servizi che spesso lo Stato nega (lavoro, assistenza sanitaria ecc.) in cambio del voto. Si tratta di uno scambio che ha vari livelli. Si va dall’offerta del pane alla sistemazione futura. Anche al nord può diventare un problema, abbiamo visto che tutto il settentrione è oggetto di penetrazione mafiosa. E sicuramente anche qui il tesseramento può essere un veicolo di infiltrazione. La volontà di garantirsi amici nelle amministrazioni per ottenere favori utili all’organizzazione è un aspetto che emerge in tutto il Paese, non solo al Sud».

E la corruzione in tutto questo?

«La corruzione diventa lo strumento principe per avvicinare i due mondi, clan e politica. È quello che chiamo tavolino a tre gambe: politica, mafia e imprenditoria, l’elemento che li salda è la corruzione».

Unioni perverse tra mafia e politica anche qui in regione e provincia?

«Risultati investigativi in questo senso al momento non ce ne sono, ma il problema non va sottovalutato».

Se non direttamente sui politici, i clan possono esercitare pressioni su influenti gruppi imprenditoriali che a loro volta pesano nelle trattative con la politica, il risultato cambia?

«Il risultato è lo stesso, si tratta in ogni caso di mettere in moto un sistema che consente alla criminalità organizzata di fare affari».

Via Gazzetta di Modena

Pdl, bufera sui nuovi tesserati c’è anche un “amico” dei clan

Gestiva un circolo di slot tenendosi in contatto con i boss: indagato nell’inchiesta “Medusa” Non è vero che tutti i “depennati” hanno ritirato la domanda di iscrizione come sostiene Giovanardi

di Giovanni Tizian

Tessere sospette, e tesserati dal passato poco limpido. L’allarme infiltrazioni mafiose lanciato dalla coordinatrice uscente del Pdl Isabella Bertolini segnala un problema all’interno del partito dell’ex premier. Alla porte c’è il primo congresso democratico di Modena. E la polemica tra le fazioni interne cresce. Da una parte denunciano che l’improvviso aumento dei tesserati, in certi comuni del Modenese, è il frutto di una tattica ben precisa: gonfiare il numero dei tesserati per portare voti al congresso e portare a casa la leadership. Dall’altro lato smentiscono, spiegando che il numero dei nuovi tesserati è nella media nazionale.

Alla bufera politica si aggiungono le ombre dei clan. Il senatore Carlo Giovanardi e il consigliere regionale Enrico Aimi hanno fatto sapere che una ventina di nomi sono stati cancellati dalle liste iscritti al Pdl. «Non erano neppure iscritti - precisa alla Gazzetta Giovanardi - sono arrivate le domande e le abbiamo rifiutate». Per la precisione sono 17 i nominativi segnalati dal partito. Persone che «hanno ritirato la loro domanda di iscrizione», recita la comunicazione ufficiale. Non risulta così ai militanti dell’area guidata dalla deputata Bertolini. I nomi segnalati sarebbero iscritti e tesserati. Tanto che in quella “black list” è finito il nome del padre di Antonio Russo, consigliere comunale di Carpi: «Mio padre non ha fatto alcuna domanda per ritirare l’iscrizione, ed è una persona onesta. Penso che siano state pescate persone a caso. E abbiamo già fatto domanda per il reintegro».

Intanto, come ha potuto verificare la Gazzetta, negli elenchi degli oltre 5mila iscritti compare un nome non citato nella lista dei 17 “sgraditi”. Si tratta di un ventottenne coinvolto nell’indagine “Medusa”, coordinata dalla Procura antimafia di Bologna che ha portato all’arresto di alcuni affiliati al clan dei casalesi e di due guardie penitenziarie. Un’inchiesta che ha svelato come gli uomini del clan gestivano due circoli-bisca, uno a Carpi e l’altro a Castelfranco, e corrompevano pubblici ufficiali per avere un trattamento di favore all’interno del carcere di Sant’Anna. Che per alcuni boss era diventato il grand hotel Sant’Anna. A gestire l’affare bische erano uomini legati a Nicola Schiavone, il figlio di Francesco, boss di Gomorra conosciuto alle cronache come “Sandokan”. Dalle carte di “Medusa” spuntava anche il ruolo di un imprenditore legato alla ’ndrangheta. Impresario delle video slot, che agli uomini di Schiavone dispensava consigli e li tranquillizzava quando si agitavano per le vincite dei clienti. «Si vince e si perde», faceva notare ai gestori dei circoli. Presidente ufficiale di uno dei circoli “ricreativi” del clan era il neo-tesserato Pdl. Il suo ruolo, secondo i magistrati che hanno indagato, era «ben definito e volto all’agevolazione degli interessi del clan dei casalesi». A gestire realmente il circolo era una donna, legata a un affiliato del clan dei Casalesi. Con lei il presidente del circolo parlava ogni giorno «dimostrando di essere anche lui consapevole e, quindi, responsabile delle illecite attività che venivano svolte all’interno». Il giovane presidente del circolo del Clan si incontrava con personaggi di spessore criminale. Come Epaminonda Noviello, «personaggio affiliato al cosiddetto “clan dei casalesi” e da alcune decine di anni operante nel settore modenese». A sua volta legato a boss di primo piano dell’organizzazione. Come certificano gli investigatori: «In stretto contatto con diversi esponenti di spicco del famigerato clan tra cui il Raffaele Diana detto “Rafilotto”, Franco Di Bona detto “o professore” e Nicola Nappa». Anche Nappa è stato coinvolto nell’indagine “Medusa”, a difenderlo un avvocato nome di spicco del Pdl modenese.

Secondo alcune fonti, consultate dalla Gazzetta, i 17 personaggi citati nella lista avrebbero già pagato l’iscrizione. E per ritirare la domanda avrebbero dovuto mandare una comunicazione ufficiale, un fax o una lettera alla sede del Pdl a Roma. «Dubito che sia stato così, lo dimostra il caso del padre del consigliere di Carpi», ci racconta la fonte. Che si chiede: «Con il congresso alle porte, questi 17 se si presentano mostrando il modulo di iscrizione, come possiamo vietargli di votare? Dovremo chiamare i carabinieri?». Abbiamo contattato uno dei nomi elencati nella lista degli “sgraditi”. «Sì, sono iscritto da 4 mesi, e non ho fatto alcuna domanda per ritirare l’iscrizione», ha spiegato alla Gazzetta.

Ma la tessera ce l’ha?

«La sto aspettando».

E al congresso ci andrà?

«No è un periodo difficile, alcune mie attività sono fallite».

via Gazzetta di Modena

Tizian, le mafie e l’Emilia Romagna

A Bologna si parla tanto di “degrado”, molto meno di mafia o di ’ndrangheta. Eppure arresti e inchieste non mancano, e il libro del giornalista Giovanni Tizian,Gotica. ’ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea (Round Robin) parla chiaro sull’attività e il potere della criminalità organizzata al Nord, Emilia Romagna compresa. Per questa chiarezza Tizian è ora sotto scorta, e per non lasciare la cosa nel silenzio l’associazione “DaSud” ha lanciato la campagna “Io mi chiamo Giovanni Tizian”.

Martedì alle Scuderie di piazza Verdi a parlarne c’erano lo stesso Tizian, i giornalisti Gaetano Alessi e Antonella Cardone, la militante di “DaSud” Celeste Costantino e Claudio Fava della segreteria nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà, promotrice della serata. Per tutti è a partire da rispetto della legalità e solidarietà che si combattono le mafie, al Sud come al Nord, dove è una realtà, un fatto innegabile. Tanto che la Costantino provoca con lo slogan: «Da 150 anni le mafie ci uniscono». Fava invece è più costruttivo: «siamo uniti soprattutto dal racconto della mafia, da una verità condivisa, dalle parole di giornalisti come Tizian, perché un vero giornalista non fa finta che le cose non accadano» («sono 925 i giornalisti minacciati dal 2006 al 2011 in Italia», dirà poi proprio Tizian).

Fava conosce i fatti e parla di «colonizzazione», cita Milano e Fondi, centrale mercato ortofrutticolo laziale. Nel capoluogo lombardo «il Prefetto, due mesi prima dei 400 arresti del 2010, aveva definito la città immune alla mafia. I video avrebbero mostrato poi i boss in riunione nel circolo Arci di Paderno Dugnano dedicato a Falcone e Borsellino». A Fondi «il Prefetto aveva fatto richiesta dello scioglimento del consiglio comunale, ma essendo un feudo elettorale importante la domanda è rimasta nel cassetto del ministro Maroni, e solo dopo un anno, dopo anche inchieste giornalistiche, la domanda è arrivata al Consiglio dei Ministri. Ormai però il consiglio si era dimesso e tornato alle elezioni senza commissariamento». E Fava sa che non è un caso che si finga di non accorgersene: «le mafie sono parte dell’economia e della politica di questa nazione».

Anche in Emilia Romagna? Alessi parla del dossier Le mafie in Emilia Romagna che ha realizzato coi suoi studenti del primo laboratorio di giornalismo antimafia, all’Università di Bologna, nel corso di Stefania Pellegrini, professoressa di Filosofia del diritto che da anni organizza seminari antimafia. «Si sa da almeno 5 anni, ufficialmente, che in questa regione le mafie sono presenti. Ma sono arrivate con i sorvegliati speciali da alcuni decenni, hanno imposto il pizzo a molte imprese, hanno fatto i soldi infilandosi negli appalti legali e ora il legame tra bische, gioco d’azzardo e usura ha legato alle organizzazioni tante persone che hanno perso al gioco e ora sono in mano alle cosche. Un giro d’affari di cui si parla poco, per indifferenza o perché tanti soldi fanno gola? Insomma: la mafia c’è, l’antimafia?»

«Impegniamoci tutti – sembra rispondere Tizian – Alla politica servono i Pio La Torre, i Francesco Lo Sardo… le manca il coraggio delle idee forti. Il potere mafioso non è un potere isolato, c’è una politica che non fa luce nei coni d’ombra, corrotta, che tanta gente ha deciso di combattere. Ora la Cancellieri ha parlato di una Direzione Investigativa Antimafia a Bologna: bene, speriamo però che non siano quattro persone senza finanziamenti. La DIA fa un lavoro preventivo, mappa giorno per giorno le imprese senza attendere la notizia di reato».

Siamo terra di mafia? Tizian ricorda Vincenzo Barbieri, «il narcotrafficante (ora ucciso) della cosca Mancuso che trattava coi cartelli colombiani. Viveva a Bologna, dove incontrava colletti bianchi del Credito Sanmarinese, che per il Gip di Catanzaro era in crisi e ha trovato liquidità grazie a Barbieri: qui la ’Ndrangheta avrebbe salvato una banca».

Il problema, dunque, è anche etico. «Nel lavoro non c’è più un’etica? Il modello economico non la prevede più? In una società in cui vale solo il profitto a tutti i costi la mafia fa il boom, e solo idee radicali per un altro modo di fare impresa possono aiutare questa Regione. È stata grande, non capisco perché non possa esserlo ora».

(Qui trovate il dossier Le mafie in Emilia Romagna)

(foto di Roberto Serra)

via Caffè letterario Bologna

Voci dal B(r)anco sta con Giovanni Tizian

Giovanni Tizian, un nome di cui ultimamente si è sentito molto parlare su testate locali e nazionali. A questo nome è legata una storia, quella di un giovane 29enne che oggi è costretto a vivere sotto scorta per essersi interessato troppo di mafia.

Questo è quello che accade ai nostri giornalisti e a loro, noi di Vocidalb(r)anco, vogliamo ispirarci. Giovanni ha cominciato come noi, in questa redazione di ragazzi curiosi, di cui ora ereditiamo una grossa responsabilità. Vogliamo stargli vicino ed essere anche noi la sua scorta, non per i nostri possenti fisici culturisti ma per fargli sapere che anche fra i banchi di scuola lo leggiamo e lo seguiamo. Non troviamo davvero parole per esprimere la gratitudine che abbiamo nei confronti di persone come lui. Giovanni infatti non solo si impegna a denunciare episodi inquietanti della malavita al Nord e a Modena, ben poco conosciuti ed accettati, ma lo fa per pura passione, non certo per soldi dato che come collaboratore prende una cifra ridicola ad articolo. Come ha detto il giornalista Alberto Perazzini “Giovanni ce l’ha dentro la mafia e quando è arrivato a modena nel 92, in seguito all’omicidio del padre, aveva già occhi svegli e attenti alle dinamiche mafiose”; ora possiamo dire che grazie alla forza delle sue parole anche noi abbiamo l’opportunità di vedere la realtà con quegli occhi esperti. Più volte il giovane collaboratore della gazzetta ha detto “non sono un eroe”, ci sia d’esempio: non è necessario essere importanti o famosi giornalisti per combattere la mafia: basta non essere indifferenti, non continuare a rimanere in silenzio e soprattutto non credere a chi tenta di sminuire i fatti. Purtroppo la mafia c’è ed è una realtà radicata anche a Modena, lo dimostrano i fatti, le indagini e le minacce fatte a Giovanni. In Italia lo Stato non prova nemmeno ad innescare un “circolo virtuoso” premiante chi denuncia, così ci troviamo ad avere individui collusi con la mafia a piede libero e giornalisti che vivono come carcerati all’estero o con la scorta. Alla presentazione del suo libro “Gotica” Giovanni ha detto “omertà è una parola che è solo del patrimonio italiano”: noi non vogliamo essere omertosi e nel nostro piccolo ritaglio di gazzetta promettiamo di impegnarci a seguire tutte le vicende di Giovanni Tizian, anche quando forse i riflettori si spegneranno noi ci saremo sempre a fargli da scorta perché “Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con la biro, l’uomo con la pistola è un uomo morto”, come disse giustamente Benigni a “Vieni via con me”.

via Voci dal B(r)anco